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lunedì 12 marzo 2018

Un piccolo-grande gesto






Avete presente quei piccoli gesti che compiamo “naturalmente” nel nostro quotidiano? Quelli appresi in tenera età osservando gli altri, forse, oppure innati. Chissà... 

Oggi ci concentreremo su un particolare gestopartendo da un preciso schema di rappresentazione e proveremo a seguire un percorso che ci aiuterà a capire quali significati gli sono stati attribuiti nel corso dei secoli. 

Lo schema è quello del mento appoggiato alla mano; il gesto è quello del fermarsi a pensare.


A. Rodin, Il Pensatore
Soprattutto oggi, immersi come siamo nella frenesia, questa piccola azione suggerisce l’importanza di prendersi uno spazio (anche fisico) per fermarsi a ragionare su chi siamo, cosa vogliamo, cosa abbiamo fatto, cosa possiamo fare, cosa ci si aspetta da noi,…

Una delle sue più antiche raffigurazioni la troviamo nel frontone orientale del tempio di Zeus a Olimpia che risale al 460 a.C. circa. In questo caso si direbbe che il gesto indichi un momento di concentrazione necessario a riflettere sui grandi problemi dell'umanità, oppure un momento di sospensione e di attesa.

Frontone orientale tempio di Zeus, Olimpia, particolare


Scivolando in avanti di molti secoli e arrivando al Medio Evo, troviamo lo stesso schema applicato a rappresentazioni che descrivono santi e monaci nell’esercizio di riflessione sui testi sacri, o immersi nella preghiera.



Beato Angelico, Cristo deriso

Lo possiamo constatare guardando le figure in basso nell’affresco del Beato Angelico, Il Cristo deriso”, realizzato presso il Convento di San Marco, a Firenze e datato 1440.


Ritroviamo la stessa posa nel monaco ritratto nell’affresco “L’Apparizione al capitolo di Arles” di Giotto, risalente al 1325 circa e situato nella Cappella Bardi a Santa Croce, ancora una volta a Firenze.

Giotto, Apparizione al capitolo di Arles
particolare








Sul finire del 1400 e l’inizio del 1500 lo schema assume una nuova valenza, diventando simbolo dell’atteggiamento melanconico, contemplativo, assorto e solitario. Secondo gli storici della arte, attraverso questo passaggio nasce l’idea della connessione tra genio e malinconia.

Giorgione, Doppio Ritratto





Per comprendere questa nuova interpretazione è utile osservare due ritratti. 

Il Doppio ritratto attribuito a Giorgione, databile al 1502 circa e conservato nel Museo nazionale del Palazzo Venezia a Roma, mostra due giovani, uno in primo piano e uno retrocesso. Lo sguardo del giovane in primo piano è languido e pensieroso. Egli poggia la guancia e il mento sulla mano destra e con la sinistra stringe una arancia selvatica dal sapore acre, che simboleggia il temperamento malinconico, dolce e amaro. Il pittore vuole rappresentare un momento di desolata riflessione sulla precarietà della vita umana.


A. Durer, San Girolamo nello studio

Il San Girolamo nello studio di Albrecht Dürer, siglato e datato 1521 e conservato nel Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona, invece presenta il santo che compie contemporaneamente due azioni. Con la mano sinistra indica un teschio, suggerendo la necessità di ricordare che dovremo morire (memento mori), mentre con la mano destra sorregge la guancia. Questa seconda azione indica l’umore melanconico del protagonista nel riflettere sulla caducità della vita. 

Arrivando a cavallo del 1700 e 1800, la mano sorreggente guancia e mento si arricchisce di altri significati. In alcuni casi, come nei due ritratti di Goya, diventa simbolo di una malinconia che è anche carica di speranza verso il futuro, nonostante le condizioni avverse (soprattutto politiche) 

Osserviamo due tele di Francisco Goya. La prima è il Ritratto di Melchor de Jovellanos. Protagonista del dipinto è una delle figure spagnole più importanti in epoca illuminista. Melchor de Jovellanos, nel 1801, a causa delle sue idee politiche subì l’arresto e la deportazione, prima in un monastero poi in prigione, rimanendo rinchiuso per ben sette anni, ma alla fine venne liberato.



F. Goya, Ritratto di Melchor
La seconda è il ritratto La Manola.
La donna raffigurata nel dipinto, probabilmente, è donna Leocadia Zorilla, la quale lavorò come governante al servizio del pittore e si dice che fosse anche la sua amante. Leocadia visse accanto a Goya anche durante il suo esilio dalla Spagna alla Francia, avvenuto in seguito allo scoppio della guerra civile.  

F.Goya , Manola (Leocadia)

Ebbene, l’autore ci propone un uomo e una donna, soli in compagnia dei loro pensieri. Essi, guardando lontano, riflettono sulla propria difficile esistenza, ma non sembrano aver perso la fiducia nel domani.







Per Théodore Géricault, nel Ritratto di un artista nello studio, il gesto si trasforma in simbolo del pensiero creativoGéricault ci presenta, infatti, la concentrata solitudine dell’artista insieme alle proprie opere, finite o in corso di esecuzione.

T. Gericault, Ritratto di un artista nello studio

Alla fine del 1800, in pieno Romanticismo, alla malinconia si aggiunge la fantasticheria, o se preferite, il sogno. Per comprendere meglio questo spostamento di significato possiamo concentrarci su una foto e due dipinti.

Iniziamo con due opere di un pittore, fotografo e poeta britannico fondatore (insieme a William Hunt, Ford Madox Brown e John Everett Millais) del movimento artistico dei Preraffaelliti.

D.G. Rossetti, Reverie, foto 




Dante Gabriel Rossetti ritrae con uno scatto fotografico la sua musa Jane Morris (su Jane Morris e la sua drammatica esistenza scriverò presto un post) che posa con la mano sostenente la guancia.
La foto, scattata nel 1868, precede di pochi mesi un dipinto dello stesso autore che prenderà lo stesso titolo della foto: Rêverie.

D.G. Rossetti, Reverie, olio su tela




Accostando foto e tela ci si accorge di come l’espressione degli occhi della Morris cambi in modo sostanziale, passando da uno sguardo intenso, carico di tensione emotiva e drammaticità, come ci mostra lo scatto fotografico, a uno sguardo sognante, nel ritratto.

La seconda tela, invece, si intitola Ifigenia ed è stata realizzata da Anselm Feuerbach nel 1871 per mostrarci un’ulteriore atmosfera romantica legata alla medesima postura. Qui la postura, unita al personaggio mitologico, si carica del senso di passione, di idealizzazione dell’amore e/o della patria, di generosità dei sentimenti e di spirito di sacrificio.


A. Feuerbach, Ifigenia
Arriviamo al 1900 e l’arte di questo periodo inaugura un’inquietante interpretazione di questa posa.

Le opere prodotte in questi anni mettono spesso in scena la profonda angoscia derivante dal non sentirsi in comunione con la natura e con gli esseri umani che ci circondano (soprattutto nei luoghi più affollati).
Il significato si sposta sul senso di tragica e ineluttabile solitudine.
Prendiamo come esempio tre tele.

E. Munch, Malinconia III



La prima è quella di Edvard Munch, Malinconia III, realizzata nel 1902. In primissimo piano viene raffigurato un uomo seduto su una spiaggia, solo, triste e con il capo sorretto dalla mano. Sullo sfondo, invece si intravede una cala con una coppia in procinto di imbarcarsi. Le combinazioni cromatiche, la postura e lo sguardo del protagonista, anche nel confronto con la vivacità della coppia sullo sfondo, accentuano l’atmosfera malinconica della scena, il dramma dell’abbandono, dell’impossibilità a vivere un’esistenza felice.


M. Chagall, Solitudine
La seconda tela è di Marc Chagall. Si intitola Solitudine ed è stata dipinta nel 1933, cioè durante l'ascesa del partito nazista in Germania. Ci troviamo di fronte a una scena di angosciante isolamento. L’uomo con la barba che siede sul prato, con la testa inclinata e la mano sorreggente guancia e mento, è un ebreo e rappresenta l’intero popolo ebraico. I suoi pensieri sono intrisi di una tristezza infinita che nemmeno il rotolo delle leggi della Torah, stretto gelosamente nella mano sinistra, riesce a dipanare. Accanto a questa figura notiamo una mucca e un violino, simboli usati dall’artista per ribadire in modo inequivocabile che ci sta parlando del popolo ebreo. Sullo sfondo si stanno alzando le nubi nere e minacciose del nazismo che presto inghiottiranno il paesaggio e che già stanno costringendo l’angelo (simbolo della protezione divina) ad andarsene lontano da quel luogo, lasciando l’uomo barbuto (e l’intero popolo ebraico) definitivamente solo con la propria sofferenza

E. Hopper, Cinema a New York

La terza opera, intitolata Cinema a New York, è un dipinto realizzato da Edward Hopper nel 1939. Hopper dipinse questo quadro quando il cinema viveva la sua età dell’oro. Siamo negli anni Trenta, anni della grande depressione, periodo in cui i disoccupati trascorrevano ore e ore nelle sale ben riscaldate e tutti si concedevano sogni, avventure, amore, crimini immersi nel buio di una sala che consentiva, con pochi soldi, evasione e trasgressione a volontà. Ebbene, l’artista decise di ribaltare i paradigmi e smascherare la sfavillante macchina dei sogni hollywoodiana. Il centro della scena si sposta dalla platea, quasi deserta e immersa dalla luce dello schermo – all’interno della quale scorgiamo la solitudine di due sagome, quella di un uomo anziano di spalle e quella del cappello di una donna seduta in una fila più avanti – al corridoio, che diventa un vero e proprio non-luogo. Questa è la zona più illuminata del quadro, perché qui si compie il dramma. Vediamo una giovane donna che veste la divisa da maschera. Con la mano che sorregge il mento e lo sguardo chino verso il basso rimugina malinconici pensieri, ripiegandosi sempre più in se stessa, nel tentativo di fuggire con la mente in un luogo altrove. La realtà la fa sentire profondamente sola e inadeguata. Hopper, in questo modo, mette in scena lo smarrimento dell’umanità nella società americana di quegli anni, un’umanità che si sente colpita nella propria identità e strappata alla propria autenticità. Un’umanità che, di colpo, si rende conto di esser rimasta senza speranza.   

Cambio registro, chiudendo il post con un video che echeggia ancora il tema della malinconia ripercorso finora, ma lo fa usando una gamma di emozioni decisamente più dolce e speranzosa.

Si tratta del video di Nel blu dipinto di blu, noto anche come Volare, brano musicale del 1958 scritto da Franco Migliacci e Domenico Modugno e da quest’ultimo interpretato.

Ebbene, mi piace immaginare che, per comporre il testo di questa canzone, gli autori si siano seduti su una scogliera a rimirare il punto in cui cielo e mare s’incontrano. E, scrutando l’orizzonte abbiano sorretto mento e guancia con la mano, sentendosi finalmente liberi di far correre i pensieri leggeri e senza briglia, nel cielo infinito.

Video: Nel blu dipinto di blu



Vi è piaciuto il post? Che impressione vi ha fatto?

Buona settimana e a presto! :)


ICONOGRAFIA:

Le immagini e il video presenti nel post provengono da Wikimedia Commons e YouTube.

figura 1: Auguste Rodin, Il pensatore, 1902, Musée Rodin, Paris
figura 2: Frontone orientale tempio di Zeus a Olimpia, 460 a.C. circa
figura 3: Beato Angelico, “Cristo deriso”, 1440, Convento di San Marco, Firenze
figura 4: Giotto, “L’Apparizione al capitolo di Arles”, 1325, particolare, Cappella Bardi, Santa Croce, Firenze
figura 5: Giorgione, 1502, Museo nazionale del Palazzo Venezia, Roma
figura 6: Albrecht Dürer, 1521, San Girolamo nello studio, Museu Nacional de Arte Antiga, Lisbona
figura 7: Francisco Goya, Ritratto di Melchor de Jovellanos, Museo del Prado, Madrid
figura 8: Francisco Goya, Manola (La Leocadia), 1823, Museo del Prado, Madrid
figura 9: Théodore Géricault, Ritratto di un artista nel suo studio, 1819-1820 circa, Musée du Louvre, Parigi
figura 10: Dante Gabriel Rossetti, Rêverie, foto, 1868
figura 11: Dante Gabriel Rossetti, Rêverie, olio su tela, 1868, Ashmolean Museum, Oxford
figura 12: Anselm Feuerbach, Ifigenia II, 1871, Staatsgalerie, Stoccarda
figura 13: Edvard Munch, Malinconia, 1902, Art Museum, Bergem
figura 14: Marc Chagall, Solitudine, 1933, The Tel Aviv Museum of Art
figura 15: Edward Hopper, Cinema a New York, 1939, Museum of Modern Art, New York
video: Nel blu dipinto di blu, scritto da Franco Migliacci e Domenico Modugno e interpretato da Domenico Modugno, da YouTube






28 commenti:

  1. Come sempre, bel post.
    Curioso come nei secoli la raffigurazione dell'atto del pensare sia corso di pari passo con i contenuti di un'epoca.
    L'arte, del resto, è da sempre il ritratto del tempo in cui si dà forma da sé, come se la mano dell'artista non fosse che uno strumento di un progetto alto e ineluttabile. L'arte come la vita, si fa strada.
    Affascinanti alcune soluzioni, ma su tutte, quanto spicca la scultura di Rodin. E' immensa.

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    1. Grazie di cuore!
      Per quanto riguarda la capacità dell’arte di stare al passo con il mood del tempo in cui la si produce non credo vi sia dubbio alcuno. Tra l’altro, come ben sai, non si deve mai dimenticare che, soprattutto fino a un certo periodo, molti temi erano pressoché decisi dalla committenza e all’artista restava il compito di interpretarli. Lo dico senza alcuna intenzione denigratoria, ovviamente.
      In particolare, il gesto del fermarsi a pensare trova nell’arte un’infinità di esempi e io mi sono limitata a citarne solo alcuni allo scopo di costruire un fil rouge comprensibile.
      Inoltre, se è vero, Luana, che l'arte ritrae il tempo in cui l’artista vive e i suoi sapori, è altrettanto vero che talvolta gli spiriti più sensibili hanno saputo cogliere i segnali deboli e anticipare tematiche che sono esplose anni e anni più tardi.
      Ti riporto come esempio Gaugin (uno dei tanti anticipatori)
      L'Arlesiana, da lui dipinta a fine Ottocento, ritrae la proprietaria del Cafe de la Gare, madame Ginoux, un bar frequentato abbondantemente dall’artista e da prostitute. Ebbene, anche la Ginoux, che di fatto era una maitresse, appare seduta su una sedia mentre sostiene il capo con un gomito poggiato sul tavolo. L’interpretazione di Gaugin, oltre a mille altri elementi che ora tralascio per concentrarmi solo sulla posa, si avvicina moltissimo al significato del gesto attribuito da artisti del 900. Infatti, la protagonista viene immortalata mentre osserva l'infinito come se rincorresse con il pensiero una meta immaginaria. Il suo è lo sguardo di una donna disillusa che cerca rifugio in un mondo altro, nel tentativo di estraniarsi dalla realtà, forse rifiutando se stessa, le proprie azioni e la miseria della condizione umana.

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  2. Dunque....ovviamente conoscendo come il"buon" Dante Gabriele Rossetti abbia cinicamente usato la morte di un altra sua musa, cioè Elizabeth Siddal per pubblicizzare le sue poesie, mi verrebbe da pensare che lo sguardo sognante della Morris il poeta non se lo meritasse per niente.

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    1. Assolutamente d’accordo con te! E, infatti, la Morris non gli aveva fatto per nulla gli occhi dolci (vedi foto)!
      Tra l’altro, grazie a te noto di aver sbagliato a scrivere il nome della musa sulla quale intendo redigere un post. Pensavo alla Siddal e non alla Morris. Che poi la Siddal non è stata solo la musa preferita di quella carogna di Rossetti, ma anche la sua compagna… e non meritava proprio un bel niente. Grazie mille! :)

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  3. Bellissimo post Cle. È sempre un piacere leggerti.
    Questo excursus sulla riflessione, il pensiero e la melanconia attraverso le opere lo trovo grandioso.
    Un abbraccio.
    Marina

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    1. Guarda, Marina, detto da te questo complimento vale il doppio e non posso che ringraziarti tantissimo, ma veramente!
      Ricambio l’abbraccio con sincero affetto!

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  4. Che grandissima ricerca hai fatto, Clem. Mi piace sempre immensamente leggere i tuoi post, sono sorprendenti e interessanti al contempo. Mi colpisce molto l'ultimo quadro, quello di Hopper, perché mi ha fatto venire in mente un altro dello stesso autore, "Automat" del 1927, che mostra una giovane donna seduta dal sola al tavolino di un caffè. In entrambi i quadri i colori sono quasi piatti, le luci acide, gli spigoli taglienti.

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    1. Grazie infinite, Cri!
      Ti dirò che ciò che più mi ha aiutato a stendere questo post è stato ricordare le infinite lezioni della mia insegnante di storia dell’arte al liceo artistico, a cui devo gran parte di ciò che conosco della materia.
      Per quanto riguarda Hopper, confermo tutto. Lui ha messo in scena la solitudine dell’America degli anni 30 e in ogni suo quadro ritroviamo il tema, declinato in modi diversi. Tu citi Automat, che è correttissimo, così come lo sono Chop Suey, I nottambuli, Stanze sul mare, e così via.

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  5. Mamma mia che post! Davvero ignoravo che questa posa fosse stata raffigurata nell'arte in così tanti quadri! Incredibile!
    Io so solo che se a scuola ti sorreggevi la faccia con la mano, altro che pensatore, altro che creativa malinconia... ti prendevi la cazziata perché significava NOIA XD

    Moz-

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    1. Accipicchia, quant’è vero!
      Guarda, ti dirò che la mia insegnante di storia dell’arte, una tipa tostissima, di una severità tremenda, ma preparatissima, super competente e di grandissima apertura mentale, oltre ad averci fatto letteralmente il mazzo su questo gesto e su mille altri concernenti la sua materia, se ti beccava minimamente distratto ti metteva alla gogna. Dico sul serio! Per cui, va benissimo associare il gesto alla creativa malinconia, ma SOLO fuori dalla scuola XD

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  6. Splendido articolo che ricongiunge secoli di storia e di arte nel momento della profonda "meditazione". Un lavoro superlativo, curato nei dettagli e nell'attenta osservazione artistica di un gesto che appartiene all'umanità tutta da secoli. Lo definirei il percorso dell'intima meditazione attraverso i capolavori della pittura e della scultura. Se dovessi identificarmi in uno dei tanti capolavori mostrati da Clem, lo farei con la donna di Hopper. Molte volte mi sono trovata in quell'atteggiamento. Grazie davvero per questo articolo meraviglioso!

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    1. Grazie di cuore, Anna!
      Il bello del blog è proprio il momento del confronto e mi piace tantissimo leggere come ciascuno di voi si sente vicino a un artista e al tocco che ha saputo infondere alla propria opera, piuttosto che a un’altra. Devo inoltre dire che, come sottolinei bene tu, vi sono momenti della vita in cui ci si sente vibrare su determinate onde e altri in cui ci ritroviamo su altre, probabilmente contrapposte perché questo fa parte della nostra esistenza, del nostro bagaglio, della nostra sensibilità. E la tua emotività è senza dubbio molto acuta.
      Un abbraccio e ancora grazie!

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  7. Eccomi, Clementina. Mi riaffaccio...piano piano. Bello questo lungo articolo, profondo, ricco di spunti di riflessione. Lo scorso luglio, a Palazzo Venezia, ho visto il Doppio ritratto del Giorgione. Un'esperienza davvero affascinante. Il significato di questo gesto, di questo appoggiarsi a se stessi, mi ha sempre suscitato tenerezza. Mia madre usava spesso, negli ultimi anni della sua vita, tenere la mano esattamente come l'ebreo del dipinto di Chagall. Mi emoziona ricordare quel gesto. Grazie per questo post.

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    1. Oh, Lauretta, non sai che piacere provo nel ritrovarti qui, per tantissimi motivi!
      Concordo con te sul sentimento di tenerezza che questo gesto riesce a infondere a chi lo osserva, nella realtà e nella raffigurazione.
      Tra l’altro, proprio l’esempio che riporti di tua madre mi spinge a risponderti che in quella posa (guarda caso, adottata anche dalla mia in tarda età) mi ha sempre suggerito un implicito urgente bisogno di affetto, di consolazione. Consolazione di fronte alla pesantezza della vita, agli ostacoli imposti a causa di una miriade di fattori, all’insidioso e crudele trascorrere del tempo,… In fondo, cos’è quel gesto, se non una pietosa carezza che ciascuno di noi si dà nel momento in cui ci si sofferma a pensare alla caducità dell’esistenza?
      Mentre, invece, il gesto raffigurato dal Giorgione assume senz’altro un altro significato, ma è pur sempre carico di fascino, quasi ipnotizzante.
      Grazie ancora per questo bellissimo commento che mi ha offerto la possibilità di approfondire un tema che mi è tanto caro!

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  8. Molti dei quadri li conoscevo, ma non proprio tutti. Comunque sia, non riesco a non dare a questa posa un'interpretazione piuttosto meccanicistica, nei termini della mano a sostegno di una testa resa troppo pesante da un eccesso di pensieri.

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    1. Beh, forse preferisci l’interpretazione meccanicistica, Ivano, ma c’è un passaggio nel tuo commento che mi induce a credere che probabilmente ti sei contraddetto. Ovvero, finché ti limiti a dire che la testa è pesante e pertanto richiede di venir sorretta dalla mano, ci può stare. Anche se la nostra struttura ossea, in assenza di patologie, è perfettamente idonea a reggere il capo, senza l’ausilio di altro. Ma aggiungendo che la testa è troppo pesante per un eccesso di pensieri sconfini in un ambito che tanto meccanico non è, ma va a coinvolgere la dimensione psicologica, filosofica e spirituale. Perché i pensieri non sono misurabili in termini fisici. Non si può prendere il bilancino e misurare il peso dei pensieri. I pensieri sono principi viventi, tenaci e solidi come la pietra, ma dal punto di vista fisico sono impercettibili, impalpabili, invisibili, sottili.
      Per converso, essi acquistano peso se li si sottopone a un’analisi psicologica, filosofica o spirituale. Allora sì che possiamo dire che esistono pensieri leggeri, pesanti, creativi, ammorbanti, eccetera. Ogni pensiero, guardato sotto questi diversi punti di vista ha un peso, una forma, una dimensione, una misura, un colore, una qualità e una forza. Così, assumendo questa prospettiva, il loro peso avrà un’incidenza anche sulla nostra postura. Non a caso, il depresso si presenta spesso con le spalle scese, mentre l’euforico assume slancio in ogni muscolo del corpo e così via, perché il pensiero modella la fisionomia.
      Però, ripeto, queste sono solo considerazioni mie e intendo rispettare il tuo punto di vista.
      Grazie del commento e a presto :-)

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    2. Invece condivido al 100% la tua interpretazione. Del resto la visione meccanicistica è quanto di più lontano esiste dalla mia, come credo si evinca anche dal mio blog.
      La mia intenzione era solo quella di sottolineare come il tutto, dal punto di vista esteriore, assomigli a un rapporto di forze del genere di quelli che si possono incontrare nello studio della fisica. Mi sa che ho peccato di eccesso di telegraficità ;-)

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    3. Infatti! Solo che leggendo il precedente commento mi era scattato l’allarme rosso: sta a vedere che il computer di Ivano si è messo a rispondere in vece sua…la devo smettere di guardare strani film! :D

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  9. Mi è venuto da ridere quando ho cominciato a leggere, non per il post in sé ma perché ero proprio nella posizione ci cui parli :D Che significherà? Mi predisponevo a leggere uno dei tuoi sempre interessanti articoli, forse :D
    Scherzi a parte, è stupendo l'excursus che ci hai proposto. Incredibile il numero di dipinti con questa posa, ma anche interessanti i passaggi che hai sottolineato, in particolar modo mi ha colpito il cambio di espressione nel periodo del Romanticismo. Sono molto curiosa di Jane Morris. E curiosa è la trasposizione su tela della foto, giustamente l'autore ha tenuto fede all'ispirazione più che alla realtà. Complimenti!

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    1. Ciao Maria, grazie mille e per quanto riguarda la tua posizione iniziale, non può che essere così! :D ;-)
      Comunque, scherzi a parte, il linguaggio del corpo nel mondo dell'arte figurativa è davvero affascinante.

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  10. Molto interessante la tua ricerca artistica legata al gesto della mano e ai suoi significati nelle diverse epoche storiche. Non conoscevo tutte le opere citate (gli artisti magari sì, sono tutti abbastanza noti), conoscevo bene il quadro di Munch (che una volta ho postato anch'io perché incredibilmente sembrava dipinto per rappresentare un haiku che in realtà è stato scritto in un contesto diverso - seppure negli stessi anni - e che ci si abbina perfettamente: "Un'intera giornata / e io non ho pronunciato una parola. / Suono di onde.")
    Conosco un po' la storia di Jane Morris perché sono un ammiratore dei preraffaelliti, leggerò il tuo post sull'argomento con molto interesse.

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    1. Ciao Ariano, benvenuto nel mio angolino!
      Molto interessante la combinazione del dipinto all'haiku che riporti. Mi indicheresti il titolo del post in cui ne parli, per favore? Sono incuriosita!

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    2. Ti metto direttamente il link così puoi darci un'occhiata ;-)
      https://arianogeta.blogspot.it/2017/04/un-haiku-e-un-quadro-in-dialogo.html

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  11. Hai scelto un argomento molto originale, che mi ha dato (come sempre sul tuo blog) il sapore della scoperta. Mi domando se lo stesso gesto, mentre veniva diversamente interpretato con il passare del tempo, subisse anche lo stesso cambiamento nel suo uso reale. Chissà. :)

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    1. È una bella domanda la tua, Grazia, alla quale non so rispondere con certezza assoluta. Però, considerando la capacità degli artisti di saper cogliere gli umori e le tendenze del proprio tempo, alcune sfumature di significato del gesto potrebbero essersi accentuate e smorzate al variare dei passaggi storici.

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  12. Non è da tutti partire da un dettaglio quasi inosservato e realizzare poi un post così ben congegnato.

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    1. Sarà per effetto dell'influenza che Saturno ha sulle persone nate sotto il segno del capricorno? Si dice sempre che siamo un po' troppo attenti al dettaglio ;-) :D
      Grazie! :)

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dani.sanguanini@gmail.com