lunedì 12 febbraio 2018

La donna nel XIX secolo – 6




Bentornati!
Mi sono fatta attendere un po’, scusate. Sono in ritardo con la “tabella di marcia” e con la consultazione dei contenuti degli amici blogger, a cui chiedo perdono, in questo periodo sono capitate tante cose inaspettate che mi hanno tenuta lontana dalla rete…
Ma eccomi di nuovo in “pole position” per riprendere la serie dedicata alla Donna nel XIX secolo
Chi desiderasse recuperare i post precedenti può cliccare semplicemente QUI e verrà reindirizzato sulla pagina che ospita tutti i link agli articoli finora editati.


domestiche inglesi nell'Inghilterra del XIX secolo


Prima di affrontare la storia dei movimenti che hanno aiutato le donne a ottenere il diritto di voto – conquista realizzata in ogni parte del pianeta solo nel corso del 1900 – ho scelto di soffermarmi ancora una volta sul tema della donna lavoratrice, in occidente e nel XIX secolo.
Ciò che mi preme sottolineare è che il traguardo del diritto di voto, a cui si faceva riferimento nell’ultimo post della serie, è il risultato di un percorso lunghissimo attraverso la trasformazione della condizione della donna, del suo ruolo e dell’immagine  della donna, nell’Ottocento e nel Novecento.
Quindi, insistere sulle condizioni del mondo del lavoro in quel periodo e soffermarsi a riflettere sull’inquadramento, sociale e giuridico della donna in quanto lavoratrice, è molto importante per comprendere la portata del conseguimento di quel diritto. E, permettetemi di aggiungere, anche per porci una riflessione sull’attualità, con i suoi scoraggianti risvolti di disoccupazione che colpiscono i giovani e soprattutto le donne…

Parlando di suffragio femminile, infatti, non possiamo dimenticare i sacrifici – talvolta anche della stessa vita – le vessazioni e il disprezzo che le donne impegnate in questa lotta hanno subito.  
La conquista dell’uguaglianza giuridica e la parità dei diritti passano attraverso un cammino irto di ostacoli che si svolge in un periodo di trasformazioni epocali, a partire dal fenomeno dell’industrializzazione che consente l’accesso di migliaia di donne nel mercato del lavoro.

Per chiarezza, anticipo che i temi di rivendicazione delle femministe di tutto il mondo occidentale sono molteplici (il diritto; l’educazione e la formazione, che passano comunque attraverso l’acquisizione e il riconoscimento delle competenze professionali; la questione del corpo; la morale;…). Oltre a tutti questi argomenti il tema del lavoro, senza dubbio, gioca un grande ruolo nell’emancipazione femminile.

Questo non significa che le donne abbiano iniziato a entrare nel mondo del lavoro solo a partire da quest’epoca. Le donne hanno sempre lavorato, in tutte le epoche, ma esiste un contrasto netto tra il mondo preindustriale, in cui il lavoro femminile era informale e spesso non remunerato, e il mondo industrializzato della fabbrica, che richiedeva personale salariato e disponibile a rimanere a tempo pieno lontano da casa.

Donna americana del XIX secolo
Nel XIX secolo, questo è il punto, la donna lavoratrice (non importa se si trattasse di un’operaia, di una cucitrice, di una scrittrice, di una ragazza indipendente, di una madre, di una vedova, o della moglie di un operaio disoccupato) viene a rappresentare un problema. Un problema che coinvolge il significato stesso di femminilità e la compatibilità fra femminilità e salario.
Le domande che quella società sollevava erano ovunque le stesse: una donna dovrebbe lavorare per un salario? Qual è l’impatto del lavoro salariato sul corpo della donna? Qual è l’impatto del lavoro salariato sulla sua capacità di adempire i ruoli di madre e di moglie? Qual è il genere di lavoro adatto a una donna?
Le discussioni partirono dall’idea che, mentre nel periodo preindustriale le donne avessero combinato con successo l’attività lavorativa e la cura dei figli, il mutamento del luogo di lavoro (la fabbrica per l’operaia, la casa dei borghesi per le domestiche e le istitutrici, il negozio in città per la campagnola, …) rendeva difficile, se non impossibile questa combinazione.

Come prima conseguenza si sostenne che le donne dovessero lavorare (in modo salariato) solo per brevi periodi della loro vita, e dovessero ritirarsi una volta sposate o dopo la nascita del primo figlio. In questo modo si ritenne che le donne fossero prive di spinte alla carriera e che, pur di tenersi il posto per quel poco che veniva loro concesso, avrebbero lavorato con salari minimi: salario fisso e nessuna opportunità di avanzamento.

La seconda conseguenza fu che alle donne vennero assegnati solo lavori non specializzati e mal pagati. Pertanto, il lavoro femminile veniva inteso sempre e solo come lavoro di scarso valore.

La terza conseguenza fu che, in tutti i settori industriali, gli imprenditori, forti di queste argomentazioni, decisero di inserire le donne nelle loro aziende per risparmiare sul costo del lavoro. 

La quarta conseguenza fu che le confederazioni maschili di mestiere – per esempio l’ordine dei panettieri, o l’unione dei rilegatori di libri – chiusero molto spesso l’ingresso alle donne, o posero condizioni irraggiungibili al loro ingresso.

Orbene, una delle sedi in cui si andò svolgendo il discorso sulla divisione del lavoro e la relativa remunerazione è l’economia politica. Gli economisti del XIX secolo, seppure esistessero importanti differenze tra le diverse nazioni, così come esistessero scuole di economia politica differenti, si trovarono tutti d’accordo su due punti:
  • a)     il salario dell’uomo doveva essere sufficiente, non solo per il suo mantenimento, ma anche per sostenere la sua famiglia.
  • b)    Il salario di una moglie, al contrario, “tenendo conto della cura che essa deve avere dei figli” doveva essere appena sufficiente al suo mantenimento. Anzi, per alcuni economisti, ciò non sembrava nemmeno necessario.

Per esempio, l’economista francese Jean Baptiste Say, sosteneva che i salari delle donne avrebbero dovuto essere mantenuti sempre sotto il livello della sussistenza, perché tanto le donne avrebbero sempre potuto contare sulla famiglia. Per questo motivo le donne sole, zitelle o vedove che fossero, dovevano necessariamente essere povere.
Secondo queste teorie, gli unici responsabili della progenie erano gli uomini.

Un altro elemento importante nel quadro che si andò a dipingere in tutta l’Europa del XIX secolo riguardava il ruolo dei sindacati.
La maggior parte dei sindacalisti uomini cercarono di proteggere il loro lavoro e il loro salario tenendo le donne lontano dalla loro attività e, se possibile, lontano anche dal mercato del lavoro, in generale. Quando dovettero accettare che il salario femminile dovesse essere più basso di quello maschile, trattarono le lavoratrici come una minaccia.
Tutti i sindacalisti del XIX secolo, inglesi, francesi, tedeschi, eccetera concordavano sul fatto che i membri del sindacato avevano il dovere, come mariti e come uomini, di tenere le donne nella sfera domestica, la “loro sfera naturale”. Da tutti i fronti sindacali europei si levò un coro di elogio della casalinga, altresì vennero invocati studi medici e scientifici che sancissero, in modo inequivocabile, che le donne non erano fisicamente capaci di fare il lavoro degli uomini e vennero sostenuti discorsi sulla pericolosità del lavoro per la salute e la moralità della donna.

tabacchine di Rovigno, 1882
Esistevano, ovviamente, anche sindacati che accettavano le donne all’interno dell’organizzazione, ma solo nei settori in cui le donne rappresentavano una porzione rilevante della forza lavoro (es.: nel settore tessile, nella lavorazione del tabacco e nell’industria calzaturiera). Tuttavia, anche in questi casi, il sindacato nazionale proibiva alle donne l’adesione a scioperi e manifestazioni. Intanto, va detto che lo sciopero era considerato un’azione virile, ma soprattutto vanno evidenziati alcuni passaggi chiarificatori. La donna che scioperava veniva ritenuta intollerabile dai padroni, che si aspettavano sottomissione; diventava fonte di disappunto per la famiglia, faceva  scandalo nell’opinione pubblica, poiché uscire dalla fabbrica per una donna equivaleva a comportarsi come prostitute.
Solo in certi casi si costituirono delle associazioni femminili, che per la natura stessa della loro composizione venivano considerate marginali (anche se contavano migliaia di membri).

Pertanto, segregata nelle occupazioni femminili, raggruppata nei sindacati femminili, la situazione delle donne si trasformò nell’ennesima dimostrazione della necessità di ristabilire differenzenaturali” tra i sessi.

A dare il colpo di grazia furono i legislatori che, nel corso del XIX secolo, negli Stati Uniti e in tutta l’Europa Occidentale, per rispondere alle pressioni dei vari collegi elettorali, intervennero a più riprese per regolamentare le pratiche di assunzione nel settore manifatturiero.

operaia italiana di un'azienda bellica. 1914
Anzitutto, va ricordato che le donne, non essendo cittadine e non avendo accesso al potere politico, erano considerate vulnerabili e bisognose di protezione.
Il tema della vulnerabilità e del conseguente bisogno di protezione fu fondamentale per la costruzione di una tesi difficilissima da demolire:
  • a)     il loro corpo era più fragile di quello degli uomini e, per questa ragione, non avrebbero dovuto lavorare per molte ore;
  • b)    l’impiego le distoglieva dai compiti domestici;
  • c)     i lavori notturni le esponevano a rischi di aggressioni sessuali (sul luogo di lavoro, sulla strada dall’abitazione e lavoro e viceversa);
  • d)    lavorare al fianco degli uomini, o sotto la supervisione degli uomini, metteva in pericolo la loro moralità;
  • e)     il lavoro guastava gli organi di riproduzione, rendendole inadatte a generare e allevare bambini in buona salute.

Alle femministe che provavano a negare di aver bisogno della protezione maschile, i legislatori e i rappresentanti dei lavoratori rispondevano che, dal momento che le donne erano escluse dalla maggior parte dei sindacati maschili e che si erano dimostrate incapaci di organizzarsi in un proprio sindacato, avevano bisogno del sostegno di una forza molto potente (che non poteva essere altro che maschile).
In sostanza, la cosiddetta legislazione protettiva venne messa a punto per offrire agli uomini inseriti nel mercato del lavoro (datori di lavoro e lavoratori) una soluzione al problema della presenza delle lavoratrici.
Tradotto in parole poverissime (abbiate pietà), le donne dovevano consentire agli imprenditori di risparmiare sul costo del lavoro, concedere ai mariti un contributo aggiuntivo, ma non dovevano permettersi di montarsi la testa con idee stravaganti (di avanzamento di carriera, di parità di diritti, di parità di salario, …) perché la loro “naturale destinazione”, in quanto femmine, era la casa e l’accudimento della famiglia. Non a caso le operaie di città vennero doppiamente rifiutate: come donne, poiché in antitesi con il concetto di femminilità; come lavoratrici, perché il loro salario, per legge inferiore a quello dell’uomo, veniva considerato una “capricciosa” integrazione del bilancio familiare.

Florence Nightingale, infermiera britannica
diede vita all'assistenza infermieristica moderna
Va anche detto, però che, nel corso di quel secolo, si crearono inediti spazi professionali anche al di là del territorio industriale. Per esempio,  il servizio domestico, che un tempo era appannaggio degli uomini, diventò sempre più un lavoro femminile, guarda caso, svalutato. Le grandi città europee assorbirono dalla campagna (dove la crisi rurale si intensifica) le giovani ragazze che, in quel modo, potevano contare sulla possibilità di guadagnare qualcosa e imparare i rudimenti di istruzione per tentare la scalata sociale.
Le domestiche, inoltre, risultarono altamente coinvolte nei consumi e nelle pratiche urbane e furono loro a far conoscere le mode cittadine alle donne rimaste in campagna. 

Nacque anche una nuova gerarchia, quella delle governanti e delle istitutrici. Spesso si trattava di soggetti provenienti da famiglie borghesi modeste, figlie di pastori o di piccoli funzionari, oppure di orfane o giovani appartenenti a famiglie numerose. La governante era una signora che insegnava a domicilio, spesso ospite della famiglia per la quale lavorava e che, per la sua stessa origine, non poteva trovare solidarietà né presso i datori di lavoro né presso gli altri domestici. I romanzi delle sorelle Brontë e di Jane Austen sono pieni di riferimenti a queste figure…

Jane Austen
Governanti, istitutrici, infermiere, commesse delle poste, assistenti sociali, spiccarono come nuove identità lavorative che aspiravano a un tenore di vita intellettuale e sociale più alto della media delle donne “del popolo” e che per salire anche pochi gradini della scala sociale non avevano altra scelta che quella di restare nubili. Ma la scelta di rimanere nubili, oltre a pesare notevolmente in termini di solitudine, le esponeva anche al rischio di venir percepite come intriganti seduttrici. 

Matilde Serao, 1890, RadioCorriere

I testi di Matilde Serao sono efficacissimi nel restituire una fotografia puntuale, spietata e veritiera di quelle atmosfere. 

Collegandomi alla Serao, vorrei ricordare che, verso la fine del 1800, in molti paesi (Inghilterra, Francia, Germania, USA, Olanda, Finlandia, Italia) nacque un’ulteriore figura professionale, molto meno diffusa delle precedenti (sia chiaro), ma capace di catalizzare l’opinione delle donne e differenziare le posizioni femministe: la giornalista.

Di fatto, man mano che sorsero nuove associazioni femministe, si sviluppò una stampa autonoma che, nella maggior parte dei casi, ebbe vita beve ma rivestì un’importanza fondamentale per sottrarre dall’oblio la questione di genere: questa figura offrì alle signore la grande opportunità di confrontarsi sui punti nodali delle loro rivendicazioni.

Caroline Remy, in un quadro di Renoir
La prima donna giornalista che riuscì a vivere del proprio lavoro fu una parigina che scriveva su La Fronde, un quotidiano fondato nel 1897 da Marguerite Durand e trasformato in mensile nel 1903. Si chiamava Caroline Remy, era nota come Sévérine.

il giornale diretto da Emily Davis
Nell’Inghilterra del 1859 Emily Davis scriveva sul English Womens’s Journal e negli Stati Uniti del 1868 Susan Anthony, leader del movimento suffragista, scriveva su The Revolution. Il suo giornale mirava a promuovere il diritto al suffragio delle donne e degli afroamericani, ma si occupava anche di molti altri temi sociali, come il diritto ad un salario equo, leggi più liberali per il divorzio e la posizione della Chiesa sulle questioni femminili.

la testata americana di S.B. Anthony, The Revolution

Susan B. Anthony e Elisabeth Cady Stanton
In Germania, nel 1891, la esponente socialista e combattente per i diritti delle donne, Clara Zetkin, conversava con le tedesche attraverso la testata Arbeiterin, mentre negli USA Amelia Bloomer, nel 1849, redigeva articoli magnetici su The Lily

Clara Zetkin

In Italia, oltre a Matilde Serao, che a Napoli, tracciava un ritratto a tinte forti della realtà femminile, nella Milano del 1868 troviamo Anna Maria Mozzoni, la quale dava vita a una rivista cosmopolita, invitando le lettrici a seguire l’attualità femminista all’estero. La rivista si chiamava La donna e divenne la tribuna dalla quale tante brave giornaliste si batterono per il diritto all’istruzione femminile. La Mozzoni fu anche autrice de La donna e i suoi rapporti sociali, considerato il manifesto del femminismo italiano.
Come loro ve ne furono anche altre, che non ho citato per evitare di creare un “effetto lista”. Ciò che conta è che questi giornali si trasformarono in tante sedi di associazioni culturali femministe nelle quali venivano offerte le indicazioni di uno stile di vita.  

Anna Maria Mozzoni
In conclusione, ciò che ho voluto mettere in luce è che la lotta a favore di un accesso al mondo del lavoro ha gettato le premesse per la conquista di un’autonomia economica legata a doppio filo con la rivendicazione, da parte dei tanti movimenti femministi nati nel XIX secolo, di molti altri diritti. 
Riflettendo sugli obiettivi del passato, non posso però esimermi dal fare considerazioni su ciò che oggi vedo intorno a me. La mia impressione è che, sebbene le donne europee continuino a entrare nella forza lavoro in gran numero, la parità di genere in talune zone sembra essere più di facciata che di sostanza. Inutile dire che mi sto riferendo all’Italia, paese nel quale la difficoltà nel conciliare il lavoro con la famiglia rimane uno zoccolo duro e nel quale, da decenni, si è favorito (o se preferite, non si è fatto nulla per impedire) un massiccio accesso femminile all’occupazione temporanea, instabile e incerta. Per effetto di tutto ciò, intere generazioni, madri e figlie, si confrontano con un precariato che, di fatto, impedisce loro la progettazione del futuro. Dove si sia verificata la frizione che ha bloccato il motore della grande macchina dell’emancipazione, non lo so. Mi vien da dire che, forse, abbiamo abbassato la guardia troppo presto…

Prima di porvi, com’è consuetudine, delle domande sull’argomento trattato, permettetemi di ricordarvi che sabato 17 febbraio, su Il Manoscritto del Cavaliere uscirà la prima parte di un mio guest-post dedicato a una delle figure più importanti della lotta per i diritti delle donne inglesi: Emmeline Goulden Pankhurst.
Non mancate all’appuntamento, mi raccomando!

E ora, vi chiedo gentilmente di raccontarmi cosa vi ha colpito di più e perché.

Vi auguro una bella settimana e vi abbraccio! :)


N.d.R.: tutte le immagini presenti nel post sono state tratte da Wikicommons


FONTI BIBLIOGRAFICHE:
Joan W. Scott, La donna lavoratrice nel XIX secolo, in Storia delle donne. L'Ottocento, Laterza, Bari, 1991
Célibat et âge au mariage aux XVIIIe et XIXe siècles en France. II. Age au premier mariage – articolo di Louis Henry e Jacques Houdaille, pubblicato sul n° 2 della rivista Population, nel 1979  

Wikipedia e Enciclopedia Treccani, per le ricerche su: Matilde Serao, Caroline Remy, Emily Davis, Susan Anthony, Clara Zetkin, Amelia Bloomer, Anna Maria Mozzoni   






25 commenti:

  1. Bello anche questo post!
    Sai che quando penso alle donne di quell'epoca mi vengono inevitabilmente in mente le due donne dipinte da Hugo nei Miserabili?
    La Thenardier e Fantine, due donne costrette a mutare la loro natura (in modo opposto) da una società bieca e meschina.
    Buon lunedì anche a te.

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    1. Bravissima, Francesca, come sempre del resto!
      Donne sfruttate, umiliate, ridotte in miseria e dileggiate fino all’ultimo e altre che si spingono fino alla malvagità più efferata e ignobile, ma entrambe vittime di una società malevola.
      La condizione della donna a quei tempi era a dir poco orribile, costellata di ingiustizie e miseria.
      Sono molto contenta di sapere che il post sia stato di tuo gradimento e mi auguro di ritrovarti anche all’appuntamento di sabato, sul blog di Cristina.
      Un abbraccio affettuoso e buon tutto :-)

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  2. Mi colpisce particolarmente come l'osservazione di problemi reali diventi non lo spunto per cercare soluzioni altrettanto reali, ma piuttosto il pretesto per meglio assestarsi nello status quo e opprimere chi già è oppresso. Per esempio la compatibilità lavoro-figli esiste, ma non è priva di ripercussioni negative, a mio parere; non mi sembra però che sia stato considerato importante trovare modi per ovviare a queste ripercussioni. (I tuoi articoli sono davvero molto interessanti e ben preparati.)

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    1. Non sembra nemmeno a me, carissima Grazia!
      Come te, anch’io sono convinta che il clima in cui viviamo sia sostanzialmente stagnante, sotto molti aspetti. Si fa un gran parlare dei problemi che ci affliggono, disoccupazione in primis, ma non salta mai fuori una proposta seria. Anzi, siamo bombardati da promesse assurde che nessuno mai sarà in grado di mantenere. Eppure non solo non c’è testata giornalistica, tradizionale o online che si esima dal propinarci i discorsi ridondanti dei politici, discorsi costruiti sul nulla e mirati a risolvere falsi problemi, così come sembra che non ci sia nessuno disposto ad ascoltare i veri bisogni dei cittadini. Ma la realtà, temo anch’io che sia ancora differente. Ciò che manca davvero è la volontà di cambiare lo status quo e allora questa gran caciara serve solo a illuderci che qualcuno voglia mettere in moto il meccanismo, per produrre il tanto agognato cambiamento. Come scriveva Tomasi da Lampedusa ne Il Gattopardo: “bisogna cambiare tutto per non cambiare niente”…
      Un abbraccione!

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  3. Questi tuoi post sono davvero molto belli Clementina! Ma soprattutto volevo dirti di non preoccuparti se non fai il giro dei blog 😉 Non viviamo mica sempre sul pc, la vita chiama, per fortuna e si commenta quando si può e quando l'argomento prende, o diverte, o.... un caro saluto 😍

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    1. Grazie, Giulia!
      È vero, la vita chiama. Magari le notizie che giungono non sempre sono belle, ma arrivano indipendentemente dalla nostra volontà e talvolta hanno anche il potere di travolgere. E allora scatta il momento in cui è necessario centrarsi. E anche quell’impresa richiede tempo…
      Però è bellissimo, e sottolineo bellissimo, sapere che ci sono persone come te, e come gli altri amici che sono intervenuti a commentare questo post, che capiscono e sono ugualmente vicini.
      Un abbraccione <3

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  4. Post stupendo!A me ha colpito molto il tuo riferimento di Matilde Serao che a Napoli è ancora una figura importantissima. Grandissima scrittrice e giornalista, fu assieme al marito Edoardo Scarfoglio tra i fondatori del quotidiano "Il Mattino", giornale che esce ancora oggi,anzi la Serao fu la prima direttrice donna di un quotidiano proprio con "Il Mattino"e poi con "Il Giorno", separatasi da Scarfoglio- a causa delle infedeltà di lui- non ebbe problemi ad intraprendere una nuova relazione sentimentale con un uomo più giovane di lei...ed anche in questo fu una femminista molto avanti sui tempi. Come hai detto fu molto attenta alla condizione delle donne nella società.
    Una figura da rispettare e da tenere come esempio.

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    1. Carissimo Nick, che bello ritrovarti!
      È stata veramente una gran donna la Serao, di sensibilità e intelligenza acutissime, dotata di uno sguardo decisamente molto lungimirante e di un eccezionale spirito di osservazione.
      Tra i suoi libri, oltre a Il ventre di Napoli, dove accusava il malgoverno dell’amministrazione di Napoli e descriveva i quartieri più disagiati della città, con una passione che trasudava a ogni riga, mi erano piaciuti molto anche Il paese di cuccagna, La virtù di Cecchina e i racconti di All’erta sentinella. In tutti queste opere ho sempre ritrovato la sua scrittura semplice, ma potente, lucida e diretta.
      Averne di donne come lei!

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  5. Articolo stupendo, ancora una volta degno di figurare su una rivista a mio parere. ;) Non posso segnalare che cosa mi ha colpito, perché in realtà mi ha colpito tutto a cominciare dal fatto che è molto difficile cambiare la testa delle persone - sia quelle dei maschi che delle femmine - dopo secoli in cui si è ragionato (o non ragionato) in un certo modo. Ed è vitale che a cambiare la mentalità siano tutti quanti, non solo una metà del cielo. Mi viene da pensare anche alla nostra epoca di femminicidi - parola che non mi piace usare.

    E sono stata sempre convinta che la conquista dell'indipendenza femminile sia passata in primo luogo attraverso l'indipendenza economica. L'ho sempre detto e sostenuto, a costo di essere impopolare. Anche l'istruzione ha avuto un peso non indifferente, ma l'indipendenza economica è stata la vera chiave che ha aperto le porte. Ho letto di recente anche sul mio testo degli antichi regimi (età moderna) che, quando le donne rimanevano vedove, l'unica maniera di sopravvivere era risposarsi in fretta perché in caso contrario il futuro assicurato era quello di fame e privazioni di ogni genere. Per l'uomo che rimaneva vedovo, invece, si trattava di trovare una seconda madre per i propri figli.

    Ad ogni modo nessuno cura i tuoi interessi meglio di te stesso, e questo articolo lo prova ampiamente!

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    1. Prima di tutto, ti ringrazio tantissimo dei complimenti, che fanno sempre tanto bene!
      Ho letto con vero piacere il tuo commento, Cristina e convengo con tutto ciò che scrivi.
      La violenza perpetuata nei confronti delle donne rappresenta ancora oggi un problema che riguarda l’intera società e che non sarà mai risolto solo attraverso azioni legali, per quanto anch’esse siano importantissime. Occorrono iniziative di contrasto che richiedono l’impegno di tutti, coinvolgendo persone di ambo i sessi e di tutte le età. Quindi c’è un grande lavoro da fare su diversi piani, quello dell’educazione, ma prima ancora su quello dei diritti, includendo in quest’ambito anche il diritto sacrosanto al lavoro, vero motore dell’emancipazione femminile, per continuare con sul piano socio-sanitario, e via dicendo.
      Insomma, ancora oggi continuiamo a sentire tante belle parole, ma non è di parole che abbiamo bisogno...
      Baci!

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  6. Eppero' 😊😊😊😊
    Gran bel post

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    1. Ciao Patty,
      che piacere trovarti qui!
      Grazie infinite del complimento, soprattutto se fatto da te,
      un calorosissimo abbraccio! ^_^

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  7. Un numero de "La donna", del 1910, lo utilizzai a suo tempo per l'articolo in quattro parti che ho dedicato all'artista, teosofa e viaggiatrice svedese Tyra Kleen. Il movimento teosofico "lanciò" in effetti molte figure femminili intellettuali di spicco nel panorama europeo e americano dei primi decenni del '900.

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    1. Ciao Ivano, come sempre i tuoi interventi sono molto stimolanti. Per esempio, pur non conoscendo la Kleen (che a questo punto andrò a scoprire sui tuoi post), mi hai fatto tornare in mente Annie Besant e a Madame Blavatsky.. Due donne che girarono il mondo alla ricerca dei segreti delle culture arcaiche e che, con grande anticipo rispetto al loro tempo (l’800), sostenevano che la ricerca scientifica fosse lontanissima dal percepire aspetti e dinamiche della vita terrena (vita terrena, da loro già intesa come strettamente connessa a quella spirituale) e che la natura fosse il risultato di un progetto di evoluzione che soggiace a leggi molto precise e per niente casuali. Due pioniere, acutissime e coraggiosissime che hanno saputo guardare alla filosofia buddista, andando contro tutte le convenzioni del loro tempo. Ecco… son già caduta un’altra volta nel trappolone ;-) ^_^ :D e mi sa che scriverò presto un post anche su loro!
      Grazie di cuore! ^_^

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    2. Di niente! ^_^ Penso proprio che la figura di Tyra Kleen - con la sua doppia vita, nel senso che ha vissuto due fasi esistenziali e artistiche ben distinte, a cui io ho dedicato due post ciascuna - ti affascinerà molto. Come del resto ha affascinato me.

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    3. Super-affascinante: mi metterò presto all’opera! ^_^

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  8. Che magnifico viaggio in questo complesso mondo femminile. Grazie, anzitutto. Leggerti è sempre tanto interessante.
    Con grandissima passione hai descritto diversi passaggi, delineato ritratti, rivelato alcuni dettagli che mi erano sconosciuti. Sappi che una mia alunna, che per la tesina di fine anno ha deciso di trattare il complesso tema dell'emancipazione femminile, troverà molto illuminante questo tuo post.
    Impressione la complessità di questo percorso, difficile, sofferto. Quanta strada ancora dovrà essere fatta e a quale prezzo, non saprei. Fa impressione lo scandaloso salario inferiore a quello dell'uomo perché la donna avrebbe potuto fare riferimento alla propria famiglia. Ma da qui a dimezzare l'orario complessivo di lavoro... neanche a parlarne.
    Oggi ancora si sa, lo stipendio delle donne è inferiore a quello dell'uomo. C'è tanto maschilismo, per altro, anche fra molte donne, in particolare di precedenti generazioni.
    Sai che nel romanzo storico che scrissi tanti anni fa inserii Susan B. Anthony? Una parte della vita della protagonista è impegnata nella nobile causa femminile, così lei ha modo di conoscere di persona la Anthony, e Victoria Goudall, per altro, che era la sua ombra.
    Veramente bellissima dissertazione, non me la voglio perdere di vista. :)

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    1. Ciao Luana, che onore poter esser d’aiuto alla tua alunna! Grazie! :-)))
      Se vuoi, puoi suggerirle di attingere anche ai post precedenti, sempre della serie Donne del XIX secolo. Magari le tornano utili…
      È, invece, una sorpresa meravigliosa scoprire che hai inserito nel tuo romanzo Susan B. Anthony e Victoria Goudall. Ma perché non cambiare idea e decidere di pubblicarlo? Ci terrei tantissimo a leggerlo!
      A proposito, poi, dell’enorme gap tra i salari femminili e quelli maschili di cui fai cenno nel commento, pensa Luana, che esistono testimonianze di tante cucitrici, ricamatrici, ecc., vissute a cavallo dell’800 e del ‘900, dalle quali si evince che quelle povere donne, lavoravano ben oltre le quattordici ore al giorno. Ebbene, quelle tra loro che non avevano mariti o padri, a cui chiedere sostegno per non morire di fame, erano costrette a prostituirsi.
      Certo, oggi sono stati fatti molti passi avanti, ma rimangono tante storture e altrettante ingiustizie. Ecco, senza tirare in ballo le situazioni più raccapriccianti e senza tornare sul drammatico e rilevante tema della disoccupazione femminile, mi vien da pensare a situazioni marginali, che poi tanto marginali non sono…
      Per esempio, nonostante lo stipendio femminile sia tutt’oggi inferiore a quello maschile (anche se in misura diversa rispetto a quei tempi), il mercato continua a offrire tutta una serie di prodotti di uso universale, i quali prevedono confezioni e prezzi diversi a seconda del target di destinazione. Prendiamo il caso delle lamette più semplici. Quelle per gli uomini presentano prezzi abbordabilissimi, quelle per le donne, identiche nella forma e nella funzione, mostrano una confezione diversa e un prezzo sensibilmente maggiorato. Lo stesso vale per alcuni servizi. Per esempio, i costi di lavaggio, taglio e trattamenti fruibili dal parrucchiere sono sempre minori per gli uomini e maggiori per le donne, indipendentemente dalla lunghezza dei capelli e dal tempo impiegato per l’erogazione del servizio. Mi fermo qui, anche se si potrebbe proseguire…
      Ecco, come ripeto, si tratta indubbiamente di piccole cose rispetto a temi ben più caustici, ma non prive di un certo significato: per le donne il costo della vita è sempre un po’ più caro.
      Quindi, anch’io come te, mi pongo la medesima domanda: quanta strada dovremo fare ancora e a che prezzo?
      Ti abbraccio forte e ti ringrazio ancora di essere passata!

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    2. Sì! Del tutto iniquo il trattamento se pensiamo a certi aspetti del nostro quotidiano.
      Tempo fa lessi che dovremmo avere un sostegno perfino per l'acquisto degli assorbenti per il ciclo. E mi sono chiesta, in effetti, perché no? Anche lì c'è invece un business non da poco.

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  9. Una volta ho fatto un colloquio presso un'azienda chimica, e la selezionatrice (una donna) mi ha detto che voleva prendere un uomo perché lo riteneva più adatto fisicamente, viste le condizioni di stress termico che comportava il ruolo, lasciandomi piuttosto perplesso.
    Immagino tu sappia che Florence Nightingale è quella che ha dato il nome alla sindrome di Nightingale. :)

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    1. Tremendissima quella selezionatrice, è da prendere solo con le molle… aiuto! ;D :D :D
      Invece, Marco, ti ringrazio tantissimo dell’occasione che mi offri con la seconda parte del tuo commento!
      Infatti, approfitto subito di questo spazio per spiegare a chi ignorasse la sindrome in discussione e non conoscesse la storia della fondatrice dell'assistenza infermieristica moderna – non a te, Marco, sia chiaro, eh! :-) – per ricordare di cosa e di chi stiamo parlando.
      In pratica, per definire un insieme di comportamenti patologici, qualcuno, in passato, ha tirato in ballo la Nightingale: “sindrome di Nightingale”, “sindrome della crocerossina”. In seguito qualcun altro ha preferito ricorrere al nome di Wendy, la fiabesca figura della sorella di Peter Pan.
      Quella patologia prevede un totale sbilanciamento delle attenzioni sui bisogni dell’altro a scapito dei propri; allude a persone fortemente insicure, emotivamente instabili, persone cresciute nella convinzione che l’unico modo per ottenere affetto sia quello di rendersi indispensabili, a costo di sacrifici terribili, come, per esempio, annullarsi per “mendicare” le briciole di affetto dell’altro. Ebbene, io preferisco la definizione di “sindrome di Wendy”. Perché?
      Perché la Nightingale era una donna piena di talento, dalla mente lucida e una preparazione scientifica elevata, tanto elevata e pregevole da permetterle di sostanziare i risultati dei suoi interventi anche attraverso l’uso di statistiche che richiedevano competenze matematiche di alto livello. Era dotata di forte autostima, capace di stabilire relazioni stimolanti (aveva pure un bel po’ di corteggiatori) e sapeva suscitare l’attenzione di chi le stava intorno, senza problemi. Non aveva bisogno di colmare un vuoto esistenziale e affettivo, non aveva nemmeno bisogno di sgomitare per mettersi in luce, perché già apparteneva a una famiglia importante, oltre che facoltosa e colta. Infine, non ha mai manifestato sentimenti disfunzionali, corrosivi e manipolatori nei confronti dei soldati feriti, o gravemente malati, che ha scelto di curare.
      La Nightingale e le infermiere che, come lei, si sono spese per salvare tante vite umane, erano mosse da sincero altruismo, dalla compassione, dall’empatia, dagli stessi sentimenti che guidano, anche oggi, tante associazioni senza scopo di lucro che si mettono a disposizione del prossimo, in situazioni di guerra e di emergenza umanitaria. Dai, converrai con me che l’attribuzione di quel disturbo a queste donne è così stonata che davvero non si può sentire! :-).
      Ecco, Marco, sono riuscita a essere logorroica anche ‘sta volta! :D :D
      Un abbraccio e grazie del prezioso intervento! :-)

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    2. Detta in maniera più semplice (e non patologica) è quando le infermiere si innamorano dei propri pazienti o, più in generale, quando una persona (in genere di sesso femminile) prova un affetto spropositato verso una persona con cui è coinvolta in una relazione di aiuto verso di essa. Poi se vogliamo trattarla da un punto di vista psicologico è il sostituire dei sentimenti affettivi veri con sentimenti "fasulli", riconducibili a quelli materni della cura. Ecco perché la sindrome è in genere di carattere femminile.
      Esempio famoso quello di Lorraine in Ritorno al Futuro. :)

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    3. Conosco bene questa patologia, ho anche omaggiato un nutrito numero di amiche del saggio della Norwood, ed è ben per questo che mi spiace accostarla a un personaggio e a una categoria meritevoli di ben altre attenzioni. Preferisco “sindrome di Wendy”: prende le distanze da personaggi reali, senza per questo impoverirne il significato ;-)

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  10. E' ripetitivo, ma essenziale, dirti cara Clem che questo post è straordinario. La condizione femminile, per quanto siano stati fatti molti passi in avanti, è ancora lontana da una parità di genere. Tu chiedi a noi lettori cosa ci ha colpiti di più, e io posso semplicemente rispondere:"l'insieme, il tutto". Dal tutto che hai elaborato in maniera omogenea e fantastica, abbiamo un quadro completo ed esaustivo del pianeta donna, e di tutte le difficoltà superate per avere lo spazio che meritiamo. Grazie, ancora una volta!

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    1. Ti ringrazio dal cuore, cara Anna, per i complimenti e per il tuo sincero interesse!
      Sapendo di farti piacere, ti annuncio che, su questo blog, i post sulla condizione femminile nella storia proseguiranno e già a partire da domani, inoltre, potrai trovare la prima parte di un lungo post dedicato alla vita di una grande donna che verrà ospitato dal Cristina Cavaliere su Il Manoscritto del Cavaliere: non perderlo! ;-)

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dani.sanguanini@gmail.com