giovedì 6 settembre 2018

2 ANNI DEL BLOG






Oggi il blog compie due anni e mi riaffaccio dopo un lungo periodo di assenza per festeggiare l’evento insieme a voi!

Nell’arco di questi due anni sono nate alcune rubriche di cui vado particolarmente fiera, sono stati redatti tanti articoli, sono state condotte diverse interviste.

Quale sarà il futuro dell’Angolo di Cle?

Sicuramente continueranno le rubriche già avviate, se ne aggiungeranno delle altre, e proseguirà l’impegno di offrirvi nuove interviste, nuove recensioni, nuovi racconti,… questo piccolo blog sta crescendo e crescerà grazie a tutti voi!

Ebbene, sì, voglio ringraziarvi dal primo all’ultimo.

Grazie a chi mi ha seguito fin dall’inizio e a chi si è aggiunto solo di recente.
Grazie a chi commenta frequentemente e a chi lo fa in silenzio.
Grazie a chi mi ha insegnato qualcosa di nuovo, soprattutto sul mondo dei blog.
Grazie a tutti!


E ora, come farebbe un buon capitano, vi restituisco qualche informazione dal mio “diario di bordo”.

È stata un’estate anomala, senza alcun dubbio piena di sorprese, ma in prevalenza brutte.
Senza voler entrare nei dettagli vi dico che ho trascorso la maggior parte del tempo tra ambulatori veterinari e ospedali.

In particolare si sono verificati due episodi particolarmente drammatici. Da una parte, uno dei miei figli ha subito un incidente con lo scooter, massacrandosi la gamba, dall’altra è venuta a mancare la mia dolcissima gatta, Pallina, che anche voi avevate imparato a conoscere attraverso i miei articoli.


A lei oggi corre il mio pensiero, ed è una riflessione intrisa di profondo amore.


Vi chiedete a cosa penso?
Mi vengono in mente le parole del filosofo greco Eraclito, “tutto scorre” e “nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l’uomo né le acque del fiume sono gli stessi”.

È vero, la vita è un continuo cambiamento e quando qualcosa sconvolge le nostre abitudini ci sentiamo scossi e destabilizzati.
Ma io, che da sempre sono convinta dell’utilità del guardare alle opportunità che ci offre ciascuna variazione di rotta, anziché negarla o resisterle, preferisco riflettere anche su un aforisma di Lao Tsu, che ci invita a guardare agli eventi con inedita prospettiva:
Quello che il bruco definisce fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla.”.

Sta a noi scegliere, cari amici, se volgerci alle novità, belle o brutte che siano, in ottica costruttiva, oppure distruttiva, fermandoci e regredendo. Siete d'accordo?

Per questo ho scelto di lasciarvi con le parole di un vecchio proverbio cinese:
“Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento.”.


Un abbraccio a tutti e arrivederci a presto,

Cle 

lunedì 9 luglio 2018

La donna del XX secolo 3: le italiane nel regime fascista - Prima parte




L’angolo di Cle torna a occuparsi di storia delle donne.

Nel precedente post (QUI è possibile trovare tutti gli articoli della rubrica dedicata alla storia delle donne) abbiamo affrontato le tematiche del consumo e della cultura di massa nel periodo che va dagli inizi del Novecento fino agli anni ’40, in America e in Francia. Ora, mantenendo la stessa rotta e procedendo quindi nello stesso solco, volgeremo lo sguardo verso il nostro Paese.
Ciò che accade in Italia a quel tempo si differenzia dalle altre due realtà prese finora in esame, sia per il diverso livello di sviluppo economico, che per la presenza del regime autoritario.

Giornata della Madre e del Fanciullo,
istituita nel 1933 dal regime fascista
Detto questo, prima di procedere all’esposizione della situazione femminile, vorrei restituire una sintesi del quadro storico dell’Italia di quel periodo. 

Cito testualmente lo storico Federico Chabod dal suo L’Italia Contemporanea 1918-1948 (che raccoglie le lezioni tenute da Chabod alla Sorbona), Piccola Biblioteca Einaudi, 1970, pag. 27, per fornire alcuni riferimenti utili alla comprensione della situazione in cui volgeva il Paese: 

L’alimentazione media di un italiano nel 1914 prevedeva un consumo di calorie giornaliere inferiore di più di un quinto a quella dell’alimentazione di un inglese. Il reddito medio per abitante era (calcolato  in unità internazionali, secondo il metodo di Collin Clark), nel 1911-13, di 549 per gli Stati Uniti, 481 per la Gran Bretagna, 351 per la Francia, 301 per la Germania e 158 soltanto per l’Italia. Ciononostante l’Italia consumava più di quanto producesse: fra il 1909 e il 1913 si registra in media un’eccedenza delle importazioni sulle esportazioni di 1 miliardo e duecentocinquanta milioni. Come poteva colmarlo? Gli emigranti che lasciano l’Italia (in quegli anni si calcolano fino a 873000 partenze l’anno, e la media del periodo 1909-13 è di 650000 l’anno) e che inviano alle famiglie rimaste in Italia quel che riescono a risparmiare, rappresentano uno dei mezzi per far fronte al deficit; l’altro è il turismo.”

Già nel 1914 le condizioni economiche del Paese versavano in uno stato di profonda arretratezza, nonostante i notevolissimi progressi compiuti dopo l’unità, e il clima si presentava ostile, con  partiti politici, stampa e opinione pubblica divisi tra sostenitori del neutralismo e ferventi interventisti. In quest’ultimo gruppo i dirigenti di alcuni comparti dell’industria pesante, che contavano sui profitti derivanti dall’entrata in guerra, erano senza dubbio i più agguerriti.

1914 La Difesa delle Lavoratrici
Con l’ingresso in guerra nel 1915 la spesa italiana per le forniture militari iniziò a lievitare. Nel 1916 era già raddoppiata e nel 1917 aumentò ancora di un terzo, continuando a crescere. La nazione, per coprire una così ingente massa di equipaggiamenti bellici, si indebitò sia all’interno che all’estero.

Le imprese più forti – come la Montecatini, l’Ansaldo, l’Ilva, la Fiat – che avevano visto crescere produzione e profitti, fanno affari d’oro. Nel commercio, senza dimenticare il mercato nero, nascevano intere fortune da un giorno all’altro. Per taluni, dunque sopraggiunse un arricchimento improvviso, per altri un totale sfacelo economico. Non va dimenticato nemmeno che gran parte della ricchezza venne distrutta nel conflitto, mentre il rimanente fu accaparrato dagli speculatori. Favoritismi, corruzioni e sprechi nelle assegnazione delle commesse statali non si contavano nemmeno. Il peso del conflitto e le conseguenti difficoltà economiche vennero scaricate soprattutto sulle fasce sociali più deboli.

Per meglio comprendere lo scenario nazionale di quell’epoca è importante evidenziare che anche la produzione agricola si rivelava insufficiente, sia a soddisfare i bisogni civili che quelli dell’apparato militare. Un episodio eclatante e consono a spiegare la drammaticità di quei momenti fu quello verificatosi nel 1917, a Torino. Nella città piemontese scoppiò una rivolta popolare, guidata prevalentemente da donne, operaie e contadine costrette a enormi sacrifici per sopravvivere insieme ai figli piccoli e agli anziani – mentre gli uomini adulti erano al fronte – che protestavano per la mancanza del pane.
Si deve anche tener conto del fatto che l’Italia di quegli anni, a differenza di Francia, Germania, Gran Bretagna, era un paese prevalentemente agricolo, nel quale il 55% della popolazione era dedito all’agricoltura, mentre solo il 28% della popolazione era impiegata nell’industria e solo l’8% lo era nel commercio. 
Tuttavia, non bisogna lasciarsi confondere dalle cifre perché, come riporta L’Italia Contemporanea 1918-1948, Piccola Biblioteca Einaudi, 1970, pag. 32, di Federico Chabod:  
Solo il 20% del territorio nazionale è pianura fertile […] il 40% è collina e il restante 40 è montagna. Queste percentuali sono già sufficienti a dare una certa idea della povertà agricola dell’Italia.
La scarsità di cereali, indotta dalla mancanza di uomini che lavorassero la terra, dunque si trasformò presto in urgenza.
Ecco un breve passaggio estratto da L’Italia Contemporanea 1918-1948, Piccola Biblioteca Einaudi, 1970, pag. 30, di Federico Chabod:
Vi è un significativo rincaro della vita perché l’Italia deve importare dall’estero grano, carbone, petrolio. Manca soprattutto il grano: prima del 1914 l’Italia produceva in media 50 milioni di quintali di grano all’anno (massimo rendimento per ettaro: 12,3 quintali nel 1913), e doveva importarne circa 14 milioni; ma durante la guerra la produzione s’era abbassata fino a un minimo di 38 milioni (minimo per ettaro: 8,4 nel 1920).”
Ebbene, le donne, costrette a uscire alle cinque del mattino per approvvigionarsi del pane – dato che alle otto già non se ne trovava più traccia nei panifici – si ribellarono reclamando per le strade il proprio disappunto e la propria disperazione. Questa rivolta venne letteralmente repressa nel sangue, tant’è vero che le forze dell’ordine lasciarono a terra oltre quaranta morti e più di un centinaio di feriti.
Ho voluto citare la vicenda torinese perché rispecchiava il disastro economico dell’intero paese, le cui economie andavano ulteriormente aggravandosi pervenendo sino alla svalutazione monetaria.

L’Italia, come il resto del vecchio continente, uscì dalla prima guerra mondiale in uno stato di rovina generale e di rilevante dipendenza economica e finanziaria dagli Stati Uniti d’America. Nel 1918 il tasso di inflazione toccò le punte del 20%, di conseguenza i prezzi salirono alle stelle, i capitali dei piccoli risparmiatori si polverizzarono, la pressione fiscale crebbe in modo vertiginoso, i salari dei lavoratori si presentarono sempre più inadeguati a fronteggiare il carovita. L’indebitamento estero raggiunse una cifra pari a cinque volte il valore delle nostre esportazioni.

D’altronde, la politica del periodo che corre tra il 1914  e il 1919 era del tutto anacronistica.
Come scrive Federico Chabod in L’Italia Contemporanea 1918-1948, Piccola Biblioteca Einaudi, 1970, “era una politica stile 1866, completamente sorpassata nel 1914”.

Da una parte, vi erano i braccianti, contadini che per lo più possedevano aree di terreno troppo piccole per consentire loro di vivere e che mettevano le proprie braccia a disposizione delle proprietà altrui. Il loro problema era che a ogni piccola crisi agricola si vedevano diminuire il salario dai proprietari. Dato che proprio i contadini formavano il grosso dell’esercito e pagavano con la loro pelle la vittoria, ci si pose il problema di cosa dare a questi ex combattenti, una volta finita la guerra. Così durante una riunione tenuta a Roma nel 1917 dai rappresentanti della Confederazione generale del lavoro e di altre organizzazioni, si chiese la requisizione delle terre non coltivate a favore delle popolazioni risolute a dissodarle. Nel luglio 1919 masse di contadini occuparono le terre non coltivate dei grandi proprietari. Questi lavoratori, in parte aderivano alle leghe rosse, in parte al cosiddetto “bolscevismo bianco”, quello dei cattolici sempre più presenti nel settore agrario.

1920, Milano, operai armati occupano le fabbriche
Dall’altra parte, le masse operaie costituivano una realtà presente soprattutto nel Nord Italia: in particolare a Torino, Genova e Milano. Esse divennero le prime divisioni del movimento socialista prima, e di quello comunista dopo. Al loro interno si parlava sempre più dei consigli operai e dell’abolizione del capitalismo.
Le rivendicazioni di questa categoria di lavoratori andavano ben oltre gli aumenti salariali, superando le istanze di “terra ai contadini” espresse dai braccianti. Gli operai, inoltre, adottarono un atteggiamento di biasimo verso la guerra, verso i capi che l’avevano preparata e diretta, e anche verso coloro che l’avevano combattuta.
Esaminando la vita politica italiana antecedente la prima guerra mondiale troviamo, pertanto, il partito socialista, con una fisionomia definita di struttura rigida; un gruppo minuscolo di deputati repubblicani composto dai discendenti di Mazzini; iniziava inoltre a fare la sua comparsa anche un esiguo gruppo nazionalista. Alle elezioni del 1913 parteciparono anche i liberali, i democratici e i radicali, che però non erano ancora dei partiti completamente strutturati. La politica di Giolitti, fra il 1910 e il 1914 tendeva idealmente ad assorbire il socialismo per portarlo verso una formazione di centro. Ma Turati rimase sempre all’opposizione.

Nel 1919, nella scena politica, fece la sua comparsa il partito popolare italiano, capeggiato da Don Sturzo. Si trattava di un partito a struttura rigida che disponeva di ben 22 quotidiani e 93 settimanali, molteplici banche, grandi come il Banco di Roma e piccole come le casse rurali, e che aveva come alleato la Confederazione italiana dei lavoratori, la quale poteva contare su un numero sostanziale di aderenti, soprattutto coltivatori. Nelle campagne, infatti, i cattolici erano più forti dei socialisti.
Il partito socialista venne accusato di essersi opposto alla guerra e, successivamente, di aver sabotato la guerra.
A questo punto si delineò la tragedia del socialismo italiano in quanto, anzitutto, lasciò che si creasse nell’opinione pubblica l’impressione che il partito fosse “antinazionale” – e questo gli farà perdere i voti della piccola borghesia – in seconda battuta, nel partito di Turati, Treves e Modigliani si parlava più di Lenin che di Marx.
L’estrema sinistra che voleva una lotta decisa contro la borghesia, nel 1921 si staccherà dal partito socialista per fondare il partito comunista.

1919-1920 i mutilati chiedono pane al governo
Da questo clima di costante agitazione nacquero scioperi a getto continuo e costanti disordini.

Nel frattempo, nel partito popolare, oltre ai democratici sinceri, come Sturzo, vi erano anche i “conservatori” che in questa fazione politica vedevano solo un mezzo per difendere posizioni acquisite: il partito non era affatto omogeneo.
In questo continuo tira e molla di socialisti che perdevano terreno e popolari che avanzavano la posizione del governo si fece sempre più precaria per l’assenza di una solida maggioranza e in tale circostanza fecero la loro comparsa i fascisti.

Benito Mussolini
Nello stesso anno, il 1919, Mussolini fondò a Milano i Fasci italiani di combattimento, un gruppo che venne presto sostenuto dalla borghesia imprenditoriale agraria e che diffuse le violenze dello squadrismo fascista contro organizzazione sindacali, esponenti politici avversari (tra cui comunisti, socialisti e cristiano-popolari), cooperative.
Nel primo semestre del 1920, l’Italia era fra i paesi europei al primo posto in graduatoria degli scioperi e alla fine di quell’anno il fascismo divenne una forza politica di primo piano.

1921 Mussolini e la marcia su Roma
Nel 1921, in occasione del Congresso nazionale il Fascismo, da movimento diventò il Partito Nazionale Fascista. Nel 1922 Mussolini, effettuando la marcia su Roma, assunse la guida del potere.
Con l’introduzione delle cosiddette “leggi fascistissime” del 1926, ispirate dal giurista Alfredo Rocco, venne soppressa la libertà di associazione, il potere legislativo venne completamente subordinato al duce, il quale anche grazie al Tribunale speciale, alle milizie, all’efficientissima polizia segreta, l’Ovra, manteneva il pieno controllo della situazione.
Il Partito fascista, a quel punto, controllava numerose organizzazioni di massa votate a educare la gioventù ai valori fascisti: nei Figli della Lupa rientravano i giovani fino agli otto anni, l’Opera Nazionale Balilla inquadrava i ragazzi dagli otto anni ai quattordici e ai diciassette (“Balilla” e “Avanguardisti”), le ragazzine confluivano nelle “Piccole italiane”, i giovani fino ai ventuno anni rientravano nel Fascisti Giovani, nei Gruppi Universitari, e nelle “Giovani italiane”. Inoltre, l’Opera del Dopolavoro organizzava il tempo libero dei lavoratori con gite e gare sportive. 

Organizzazioni fasciste femminili
Come mette ben in luce la storica Luisa Passerini in Storia delle Donne, Volume V, Il NovecentoLaterza, Roma, 1992, in questo contesto le proposte italiane di innovazione del ruolo femminile oscillavano tra l’uniformazione delle donne nelle organizzazioni di massa del fascismo (letteralmente venivano fatte adottare delle uniformi) e la costruzione di una casalinga, “moglie e madre esemplare”. In parole povere, la donna italiana doveva rinnovarsi, produrre molti figli, provvedere all’alimentazione e all’abbigliamento per tutta la famiglia, usando le risorse offerte dall’economia autarchica: fibre di ginestra e di ortica, anziché il cotone, lanital, anziché la lana, lignite al posto del carbone.
Fatte queste premesse è chiaro che la donna italiana non poteva diventare consumatrice e amministratrice delle stesse risorse di cui disponevano le statunitensi e le francesi, in quanto il processo di modernizzazione nel quale si trovava immersa era di tipo repressivo.

figli per la patria
La storica statunitense Victoria De Grazia, in Le donne nel regime fascista - Venezia, Marsilio, 1993, ci fa sapere, inoltre, che tra il 1922 e il 1924, con la riforma della scuola, la riforma Gentile, si definì il ruolo dell’educazione nazionale: far penetrare nei giovani l’ideologia fascista, selezionare solo l’élite, facendo accedere all’istruzione secondaria e agli atenei solo un numero ristretto di studenti provenienti dalle famiglie più agiate. Oltre a ciò, la riforma Gentile produsse la notevole riduzione del numero di insegnanti donne a favore di insegnanti uomini, tanto è vero che l’accesso ai concorsi pubblici per intraprendere l’insegnamento di lettere, latino, greco, storia e filosofia nei licei o per quello di italiano negli istituti tecnici venne precluso alle donne.
La politica fascista, intrecciandosi e sostenendosi all’ideologia cattolica, impose alle italiane un destino esclusivamente biologico che voleva la loro subalternità nell’ambito della famiglia e della società.
Lo scopo della vita di ogni donna è il figlio. […] La sua maternità psichica e fisica non ha che questo unico scopo”. Con queste parole si pronunciava una manuale di igiene divulgato dal regime alla fine degli anni ’30.

Col pieno sostegno della Chiesa, dunque, ogni pubblicità e propaganda di misure contraccettive fu proibita e l’unico mezzo per il controllo delle nascite rimase l’aborto che, nonostante le pesanti pene previste dal codice penale del 1931 (da 2 a 5 anni per chi lo procurava o aiutava e da 1 a 4 per la donna che lo praticava da sola), restava ampiamente diffuso.

(Continua)

Con questo post il blog chiude per la pausa estiva.
Probabilmente mi vedrete comparire ancora per un po’ a commentare qua e là i vostri articoli, ma credo sia giunto il momento di sospendere le pubblicazioni e di allontanarmi dalla rete per recuperare la spinta emotiva ed evitare di annoiare i lettori.

A questo punto non mi resta che augurare, a me stessa e a tutti voi, ottime vacanze. Ci ritroviamo tra qualche settimana! : )


BIBLIOGRAFIA:
Federico Chabod, L’Italia contemporanea 1918-1948, Piccola Biblioteca Einaudi, 1970
Georges Duby e Michelle Perrot, Storia delle donne, Vol. V, Laterza, Roma, 1992
De Grazia V., Le donne nel regime fascista - Venezia, Marsilio, 1993
Giancarlo Carcano, Torino 1917, Cronaca di una rivolta, Edizioni del Capricorno, 1977

ICONOGRAFIA:
Giornata della Madre e del Fanciullo, Wikipedia: nel 1933 viene istituita la Giornata della Madre e del Fanciullo, fissata significativamente al 24 dicembre. La figura della buona madre fascista viene così fissata ideologicamente alla castità della Madonna, e al sacrificio supremo del figlio maschio.
1914 La Difesa delle lavoratrici, Wikipedia
Giancarlo Carcano, Torino 1917, Cronaca di una rivolta, Edizioni del Capricorno, 1977
1920, Milano, operai armati occupano le fabbriche, Wikipedia
1919-1920 I mutilati chiedono il pane al governo, da Storia del Fascismo, Enzo Biagi, Wikipedia
Benito Mussolini, Wikipedia
1921, Marcia su Roma, Wikipedia
Organizzazioni fasciste femminili, Wiki Commons
Figli per la patria, regime fascista, Wiki Commons





lunedì 2 luglio 2018

A passeggio sul Lago di Como/2 Villa Balbianello






Il nostro viaggio in territorio comasco riprende e grande protagonista del post sarà Villa del Balbianello, bene di proprietà del FAI (Fondo Ambiente Italiano).


Villa del Balbianello, Lago di Como: https://en.wikipedia.org/wiki/Villa_del_Balbianello
Autore   Jeroen Komen, from Utrecht, Netherlands


La scenografica villa Arconati Visconti, detta “del Balbianello”, si porge al visitatore destando immediata meraviglia. 
Aperta a un vastissimo panorama, collocata sull’estrema punta di un promontorio boscoso, chiamato Dosso di Lavedo, che si protende nell’acqua distanziandosi dalla sponda occidentale del lago di Como, di fronte a Bellagio, essa è raggiungibile in barca e a piedi.

Optando per il percorso lacustre il visitatore assiste al suo disvelamento immediato; al contrario, scegliendo il tragitto che si snoda attraverso l’area boscosa del parco che la circonda, essa si manifesta pian piano, ma in modo altrettanto spettacolare.


Personalmente ho gradito moltissimo questa visita. La bellezza del luogo è senza dubbio altamente suggestiva, soprattutto in una splendida giornata di inizio estate, ma si è rivelato altrettanto efficace il clima di calma nel quale mi sono trovata immersa.
Qui ogni cosa appare calma; i pensieri si fanno limpidi, le emozioni si acquietano.
Villa del Balbianello è un sito che invita naturalmente a fermarsi, a lasciare andare le tensioni, gli affanni, lo stress. È un luogo che aiuta a ritrovare il proprio respiro, il proprio ritmo interno.
L’impressione che ho avuto, accedendovi, è stata quella di entrare in uno spazio (e in un tempo sospeso) nel quale il caos si interrompe. L’inquinamento del rumore, del traffico, del chiacchiericcio convulso, degli squilli dei cellulari, delle parole inutili scompare all’improvviso e, di colpo, ci si sente a proprio agio, protetti e stimolati ad aprirsi all’ascolto di noi stessi, della nostra parte più profonda, ma anche degli altri intorno a noi, della loro indole più autentica e, non ultima, della natura.

Bene, dopo essermi immersa in questa deliziosa fase di concentrazione, ho voluto approfondire la storia di questo luogo e, ora, ve la racconto!

La chiesetta all'interno del complesso.
L'orologio presente in uno dei campanili è stato
realizzato da Cesare Fontana nel 1883 
Parliamo di un complesso residenziale, residuo dell’antico eremo francescano di San Giovanni da cui il milanese cardinale Angelo Maria Durini, legato pontificio e nunzio apostolico a Malta, nel 1787, ricavò l’attuale dimora che ebbe tra i suoi ospiti Parini e Silvio Pellico

Una volta acquistata punta Balbianello, con il soppresso convento francescano, Durini aggiunse alla chiesetta con i due campanili e all’edificio religioso una splendida loggia con due padiglioni ai lati, uno adibito a studiolo e l’altro a sala da musica.

Nelle belle giornate estive qui si riuniva la crème della società, soprattutto milanese, attirata dalla ricca biblioteca, oltre che dall’amenità del sito, e durante lo svolgimento delle cene mondane veniva offerto, per la prima volta in Lombardia, il caffè.


Il meccanismo di ricarica dell’orologio del campanile,
collegato all’interno della villa, restaurato
nel 2012 da Rolex Italia 

Fra i tanti e prestigiosi ospiti della villa vi era anche l’abate Parini, che dedicò al cardinale l’ode “La Gratitudine”.
Com’è facilmente immaginabile la dimora ha sempre avuto una vocazione eccentrica, tanto che, fin dal principio, fu progettata come ritiro di delizia e svago letterario, il cui motto, suggerito dallo stesso Durini, in seguito scolpito presso il porticciolo d’accesso, accoglie i visitatori in arrivo dal lago così: “Fay ce que voudras” (Fai ciò che vuoi).

La splendida loggia con il Ficus Repens fa da sfondo al bacio
tra la principessa Padmè e il giovane Anankin nel secondo episodio
di Star Wars, di George Lucas ( 2002)
Dopo il 1797 la proprietà passò al conte Luigi Porro Lambertenghi e in seguito alla famiglia Arconati Visconti. Essa divenne anche asilo dei patrioti che nutrivano sentimenti anti-austriaci, tant’è che Silvio Pellico trascorse qui l’ultima notte prima di venire arrestato il 13 Ottobre 1820.

Il successivo proprietario acquistò la villa nel 1974: era l’imprenditore, collezionista, nonché alpinista ed esploratore artico Guido Monzino. Egli decise di arricchire la nuova residenza dei tanti ricordi della sua avventurosa esistenza.
Questi cimeli, numerosi volumi, carte geografiche, strumenti di viaggio, arredi e preziose collezioni di oggetti d’arte antica e primitiva, sono tutt’oggi esposti in un percorso museale accessibile a tutti, dopo che nel 1988 il complesso è stato lasciato in eredità al FAI (Fondo Ambiente Italiano).

Prospettiva di Villa Balbianello in direzione di Bellagio.
Ritroviamo questo sfondo nelle scene
girate da John Irvin per il suo “Un mese al lago” (1995)
In questa armoniosa sintesi di natura alpina ed esotica, architettura e paesaggio lacustre si staglia un percorso romantico che ha spinto, fin dagli anni ’40, grandi registi, italiani e internazionali, ad ambientare qui alcuni grandi film.
Infatti, il curatissimo giardino a terrazze, con i platani potati “a candelabro”, il grande leccio potato “a ombrello”, i glicini, i gerani, i viali fiancheggiati da eleganti statue e la meravigliosa loggia ospitante uno strabiliante Ficus Repens, appaiono nelle scene girate in esterno di svariati lungometraggi. 

Angolo ospitante il platano potato a candelabro
Nel 1941 Mario Soldati ambienta qui la tormentata storia d’amore tra Franco Maironi (Massimo Serato), patriota e fervido cattolico, e Luisa Rigey (Alida Valli) del suo “Piccolo mondo antico”.

Ritroviamo questo sito nelle inquadrature del regista Christian-Jaque, per “La Certosa di Parma” (1947).

Lo riconosciamo nelle scene girate da John Irvin per il suo “Un mese al lago” (1995) che narra di un triangolo amoroso tra un maggiore dell’esercito britannico (Edward Fox), una giovane governante americana (Uma Thurman) e una ricca e matura signora borghese (Vanessa Redgrave).

Questo sito ha ospitato il cast e la produzione di uno dei film di fantascienza più visti nella storia del cinema, Star Wars. In questo caso il regista George Lucas usa la loggia quale romantico sfondo al bacio tra la senatrice Padmè Amidala e il giovane apprendista Jedi di Obi-Wan Kenobi, Anakin Skywalker, nel secondo episodio prequel della popolarissima saga (2002).

Visuale del giardino sovrastante il porticciolo
Persino James Bond, interpretato da Daniel Craig, passa un periodo di convalescenza a Villa Balbianello, dopo essere stato ferito nell’episodio della saga di 007, “Casinò Royale” (2006), di Martin Campbell.

E ora, ancor prima di raccontarvi le imprese di Guido Monzino, ultimo proprietario della villa, vorrei parlarvi delle sue origini. Sì, perché Monzino è il nome di una di una famiglia che ha conferito prestigio, non solo alla città di Milano, ma all’intero Paese. 

Il grande leccio potato a ombrello che accoglie la scena
di “Casinò Royale” (2006), di Martin Campbell.
Francesco Monzino, detto Franco, padre di Guido, nel 1919 inizia a lavorare per La Rinascente di Milano, diventando, nel 1920, condirettore generale. In questo viene sicuramente favorito dai rapporti di parentela con i proprietari: era infatti cognato di Ferdinando Borletti, marito di sua sorella Virginia, ovvero colui il quale guidava il gruppo di imprenditori che, nel 1917, aveva rilevato l’impresa dei fratelli Bocconi, per poi ricostruirla e rilanciarla. 
Una decina di anni più tardi a Franco Monzino viene affidato il compito di studiare a fondo l’organizzazione dei nuovi negozi che il gruppo La Rinascente stava creando sull’esempio della catena di vendita statunitense F.W. Woolworth & Co. Si trattava dei negozi della società Upi, poi divenuta Upim (Unico Prezzo Italiano Milano), nata nel 1928 e della quale Monzino assume la responsabilità per la parte tecnica.
Grazie a questa positiva esperienza Monzino matura la decisione di staccarsi dal gruppo La Rinascente e di fondare una sua impresa di magazzini a prezzo unico.
Il 9 maggio 1931, infatti, sempre a Milano, crea la Standard Sams (Società Anonima Magazzini Standard). Soci ed azionisti, oltre a Francesco, sono il fratello Italo, la sorella Virginia e, con una quota minore, Tullio Astesani, industriale serico comasco, nonché suocero di Italo.
Il fratello Italo, oltre ad essere un imprenditore, è il filantropo che, nel 1981, deciderà di finanziare il progetto del Professore Cesare Bartorelli per la realizzazione di un centro di cura per le patologie cardiovascolari, conosciuto a tutti come Centro Cardiologico Monzinoun fiore all’occhiello nella ricerca, nella cura e nella prevenzione di una delle prime cause di malattia e mortalità in Italia. 

Particolare del platano a candelabro e la loggia sullo sfondo
Nella seconda metà degli anni Trenta il regime fascista obbliga Franco Monzino a mutare il nome «Standard» della società, a causa del suo suono troppo inglese. Dopo molte discussioni, 
l’imprenditore decide a favore di un’italianizzazione della sigla originale, trasformandola in «Standa» (Società Anonima Tutti Articoli Nazionali dell’Arredamento e Abbigliamento). 
La politica di regime causerà ulteriori difficoltà a questa famiglia che, alla fine della guerra, si ritroverà a stimare danni intorno ai 31 milioni di lire, oltre alla chiusura di molteplici filiali.
Nell’immediato dopoguerra, Monzino inizia a lavorare per risanare la situazione e, nell’arco di pochi anni raggiunge risultati molto positivi, con 35 filiali operative e 2000 dipendenti. Quasi a suggello della sua attività, nel 1953 viene nominato cavaliere del lavoro. Pochi giorni dopo, il 21 giugno 1953, muore nella sua abitazione milanese. Fedele fino in fondo alla sua missione, viene sepolto, come richiesto nel testamento, nel cimitero di Musocco accanto agli operai e agli impiegati della sua impresa (un gesto completamente in controtendenza, data l’abitudine delle grandi famiglie, della cultura e dell’imprenditoria milanese, a designare il cimitero Monumentale quale ultima dimora.).
   
Una delle teche contenenti parte della collezione
di artefatti di epoca Ming di Guido Monzino
Arriviamo, quindi, a parlare di Guido Monzino.
Guido è figlio di Franco e di Matilde Alì d’Andrea-Peirce. Nasce il 2 marzo 1928 e trascorre l’infanzia sul lago di Como, a Moltrasio. Dopo aver concluso gli studi classici inizia a lavorare alla Standa, diventandone presto direttore generale e restandovi fino al 1966, quando il gruppo venne ceduto alla Montedison.
Nei primi anni Cinquanta, però, avviene qualcosa che cambierà radicalmente il corso della sua vita: si innamorerà della montagna. Tutto avviene in fretta e un po' per gioco. Accetta la scommessa di scalare il Cervino, senza preparazione alcuna, accompagnato da Achille Compagnoni, che aveva appena conquistato il K2. Affascinato dal gusto per la sfida, da quel momento in poi, si spinge in ogni parte del mondo: dall’Himalaya all’Africa, dalla Groenlandia alle Ande. Nel corso delle sue 21 spedizioni Guido Monzino ha posto la bandiera italiana sulle cime più alte, dove non era mai giunta. 

Scorcio dei giardini che digradano verso Como
Nel 1971 raggiunge il Polo Nord, raccogliendo il testimone di un altro grande esploratore: il Duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia, che nel 1900 aveva toccato l’86° parallelo. 
Quella guidata da Monzino è la prima spedizione a essere giunta al 90° parallelo con le tradizionali slitte degli inuit guidate dai cani: una marcia faticosissima di 71 giorni, un cammino sul pack durante il quale Monzino ha sfidato e vinto temperature rigidissime e difficoltà di ogni tipo.
Nel 1973 punta a un nuovo, ambizioso traguardo, l’Everest: è a capo della prima ascensione italiana sul Tetto del Mondo. Monzino organizza una spedizione imponente che con successo raggiunge la vetta.

La loggia e gli elaborati giardini terrazzati di Villa del Balbianello
Un anno dopo realizza un altro grande sogno, ovvero acquistare la villa di cui era innamorato sin da ragazzo: Villa del Balbianello. 
Il grande esploratore la restaura con cura e vi trasferisce i cimeli dei suoi viaggi.
Guido Monzino muore l’11 ottobre 1988, a sessant’anni e viene sepolto a Villa del Balbianello, come aveva tanto desiderato, ossia nel luogo che tanto amava e che, dal 1974, era diventato il suo rifugio.


Invito tutti a visitare questa splendida dimora: sarà un’esperienza indimenticabile, è una promessa!

Cosa pensate di questa villa e della sua storia?


Come raggiungere Villa del Balbianello:
Percorrere l’Autostrada Milano-Como e prendere l’Ultima uscita per l’Italia/Lago di Como. Proseguire dritto verso Como Centro e, alla rotonda, prendere la 3° uscita in direzione Menaggio, avanzando fino a Lenno. Qui, continuando lungo la strada che fiancheggia il lago, si arriva all’incrocio con Via degli Artigiani (è visibile la segnaletica per Villa Balbianello). Girare quindi a destra e, alla fine della strada, girare a sinistra, in Via Comoedia. Proseguire fino all’altezza del civico 12 dove si trova un ampio parcheggio. Camminando per un centinaio di metri si giunge al bivio: la strada a sinistra conduce al porto, dove è possibile noleggiare un taxi boat che attracca al porticciolo di Villa Balbianello; la strada a destra accede al percorso pedonale che attraversa il parco della villa. Quest’ultimo è un tragitto semplice, solo leggermente in salita, che si protrae per circa un chilometro ed è percorribile in 20/30 minuti. 



Per ulteriori informazioni vi invito a visitare il sito del FAI al quale vi potrete collegare cliccando QUI



Un abbraccio a tutti e a presto! ^__^



PS: a parte l’immagine di apertura (la cui fonte è citata in didascalia), tutte le foto presenti nel post sono frutto di scatti personali realizzati con il cellulare Huawei Mate 10 pro. 



BIBLIOGRAFIA:

Villa Balbianello: Le province di Como e Lecco, Il lago, le ville, i parchi, Bellagio, Menaggio, Varenna, Guide d’Italia, Touring Club Italia editore, 2003