lunedì 18 settembre 2017

I Tarocchi classici: Arcani maggiori. La Papessa/11



figura 1



Tornano le schede sugli ARCANI MAGGIORI!

Oggi parleremo de La Papessa e, credetemi, c’è molto da dire, anche perché, diversamente da ciò che abbiamo riscontrato finora, la figura che stiamo per analizzare regge una duplice connessione, storica e leggendaria. Per questo motivo parleremo dell’arcano, ma inevitabilmente faremo una rapida irruzione nella condizione femminile nel Medioevo.

Figura 2
Secondo alcune fonti, sembra che durante il XIII secolo sia stata eletta a pontefice una giovane donna.
Costei, cui si attribuiscono diversi nomi (Giovanna, Agnese, Glancia, Giliberta, Gilibera), avrebbe governato la Chiesa per due anni e mezzo, dall’853 all’855, poco prima del papato di Benedetto III, con il nome di Giovanni VIII.
Sì, Giovanni, al maschile, in quanto pare che la nostra protagonista, per svolgere una funzione da sempre rigorosamente ricoperta dai maschi, si sia abilmente travestita da uomo.
La narrazione, ripresa anche dal Boccaccio nel suo De Claris Mulieribus, fa riferimento a una donna inglese, educata a Magonza che riuscì a farsi monaco con il nome di Johannes Anglicus per poi salire al soglio pontificio.

Provate a immaginare: in un’epoca in cui regnava l’ossessione-avversione nei confronti del sesso femminile – sì, va be’, non che sia cambiato moltissimo, ma almeno in Occidente qualche passo in avanti è stato fatto. Anche se... – una donna va a rappresentare il più importante funzionario ecclesiastico, ponendosi quindi in posizione dominante rispetto agli uomini.
Come se non bastasse, questa donna, per giunta, è sessualmente attiva: pazzesco! ;-)

Figura 3

La leggenda, pubblicata la prima volta nel 1240 dal cronista domenicano Giovanni di Metz, racconta che durante la processione pasquale dell’855, diretta a San Giovanni in Laterano, la Papessa, segretamente incinta, viene avvicinata dal popolo entusiasta che si stringe intorno al suo cavallo.
L’animale, impaurito da quello che gli pare un assalto, reagisce imbizzarrendosi. Questo suo improvviso impennarsi provoca il prematuro travaglio della gestante, la quale si porta, a fatica, in disparte nel tentativo disperato di dare alla luce il figlio.
La folla romana, che fino ad allora si era dimostrata acclamante, quando si accorge dell’inganno, si infuria. Impietosa, attribuisce il parto, che si stava consumando sotto gli occhi di tutti, a un prodigio del diavolo. Decide in tutta fretta di legare la Papessa a un cavallo istigato a correre e inizia a lapidarla fino a causarne la morte, nei pressi di Ripa Grande. 

Se le cose fossero andate in questo modo si sarebbe trattato di una gigantesca barbarie, ma non sembra esserci modo di verificarlo.

Guardiamo allora al contesto.
La vicenda o leggenda si innesta in secoli durante i quali la politica e l’economia dell’intera penisola veniva amministrata da una Chiesa molto spesso corrotta. Tempi confusi e violenti in cui le donne, che pur contribuivano attivamente alla vita del paese, godevano di ben pochi diritti. In linea di massima, possiamo dire che era loro negato l’accesso ufficiale al sapere e potevano esser giustiziate, brutalizzate, uccise, date alle fiamme, senza destare nessun scalpore. Tanto per offrire un’idea della visione coeva dell’immagine femminile, è sufficiente riflettere sul fatto che in quell’epoca si riteneva che il sangue mestruale rendesse sterili i campi. Da qui a confezionare la credenza che la donna rappresentasse lo strumento nel quale Satana fosse sempre pronto ad incarnarsi, quindi, bastava poco!

Per riprendere le parole di Carla Casagrande, docente di Storia Medievale presso l’Università di Pavia, membro della Société Internationale pour l'Étude de la Philosophie Médiévale (SIEPM), della Società Italiana per lo Studio del Pensiero Medievale (SISPM), della Società Internazionale di Studi Francescani, della International Medieval Sermon Studies Society (IMSSS), bisogna intenderci su un punto cruciale: di “Quali donne” stiamo parlando?
Secondo l’esperta, infatti, già il processo di classificazione delle donne nel Medioevo, non rientra nelle operazioni più semplici, in quanto si basa su un unico criterio, quello morale:

“per chi ha alle spalle una tradizione che ha raramente pensato alle donne all’interno delle rappresentazioni della società preferendo unificarle nella categoria ‘donna’ in cui, in base a un criterio unicamente morale, si collocano le contrapposte ma solidali immagini della donna lussuriosa, soggetto e oggetto di peccato, e della donna casta, simbolo di virtù e salvezza.”

Sempre sulla base di ciò che insegna Carla Casagrande, solo verso il 1200-1300, con il giurista fiorentino Francesco da Barberino, si otterrà una vera e propria esplosione di categorie femminili che, tuttavia, non aiuta affatto l'emergere di un'identità femminile forte. Anzi...:

“si comincia con le giovinette e le ragazze al tempo del matrimonio, per passare alle donne che hanno superato l’età da marito, a quelle che si sposano tardi, alle donne sposate; ognuna di queste categorie è a sua volta distinta in sottocategorie a seconda che la donna provenga da una famiglia di re e imperatori, di nobili, di cavalieri, giudici e medici, di mercanti e artigiani, di contadini e lavoratori; si prosegue con le vedove , le vedove che si risposano, le donne che conducono una vita religiosa in casa, le monache, le recluse solitarie, le dame di compagnia, le ancelle, le balie e le serve e si conclude con una serie di donne di umili condizioni: barbiere, fornaie, fruttivendole, tessitrici, mugnaie, pollivendole, mendicanti, mercivendole, ostesse e meretrici…”

In pratica, soprattutto prima del XIII secolo, il carattere dominante del pensiero ecclesiastico (che poi era quello più diffuso in assoluto) è la misoginia
La donna viene considerata incapace di salvaguardarsi da sola (la famosa infirmitas), ma necessita della custodia dei padri e dei mariti, e quando questi vengono a mancare, subentrano i direttori spirituali che reclamano a sé il suo corpo e la sua anima.
In poche parole, è considerata una mentecatta. 

A ogni buon conto, tornando alla nostra Papessa, la Chiesa di oggi nega con veemenza che tutto ciò sia avvenuto, così come nega che i documenti, le stampe e le citazioni che circolarono, per oltre un secolo, riguardo questa figura femminile seduta sul trono papale, siano mai stati attendibili.
Per tutta risposta, riferisce che questa figura sia esclusivamente frutto di una leggenda originata da una un’azione antipapista dell’epoca.

Come siano andati realmente i fatti non lo sapremo mai, ma ciò che mi preme sottolineare di questa leggenda (leggenda nel suo nucleo originale, forse, ma storia vera nella sua utilizzazione) è la persistenza dell’ossessione che la donna possa esercitare prerogative maschili, oltreché la paura per un corpo di cui si teme la perversa seduzione.


Per dovere di cronaca, sottolineo che Giovanna (che si faceva chiamare Giovanni) entra nel gioco dei tarocchi in un mazzo di carte commissionato da Francesco Sforza, tra il 1451-1453. La Papessa ricorderebbe la memoria di una parente stretta di Matteo Visconti, vicario imperiale all’inizio del XIV secolo, finita sul rogo perché sospetta di eresia e perché lei stessa si era assunti compiti vicini a quelli svolti dal pontefice


Ebbene sì. Dovete sapere che in terre ambrosiane, dal XII al XV secolo, erano attivi più di un movimento cattolico costituito da varie sette religiose, e Manfreda Visconti (o Maifreda), cugina di Matteo Visconti (a sua volta figlio di Teobaldo e nipote di Ottone, arcivescovo di Milano) aderiva a una di esse, essendo suora all’ordine delle Umiliate.
Verso la fine del 1200 Manfreda decise di seguire le orme di Guglielma di Boemia, una monaca dell’abbazia di Chiaravalle capace di attirare a sé un incredibile stuolo di milanesi grazie alle sue prediche e alla sua fama di guaritrice.
Alla morte di Guglielma, avvenuta per cause naturali intorno al 1281 o 1282, la nobile Visconti venne considerata da tutti quale sua erede spirituale e investita del titolo di Papessa.


figura 4
Aiutata dal teologo Andrea Saramita, diede vita al culto della figura di Guglielma, intenzionata a chiederne la santificazione, finché la domenica di Pasqua del 1300 officiò, indossando i paramenti sacri del sacerdozio, una messa solenne in suo onore, dichiarandola risorta come Gesù Cristo.


A quel punto scattò la denuncia e la donna finì nel mirino della Santa Inquisizione, la quale si servì dei domenicani Guido da Cocconato e Ranieri da Pirovano per far luce sulla questione. 
L’inchiesta, voluta dallo stesso Papa di allora, Bonifacio VIII, durò poco più di un anno. 

Come risultato Guglielmina venne condannata postuma quale eretica e le sue ossa vennero pubblicamente date alle fiamme. Nel novembre del 1301 toccò a Manfreda e al teologo Saramita, che vennero arsi su un rogo preparato in Piazza Vetra.

E questa è storia.





Questo tarocco, dunque, sarebbe una spia dell’atteggiamento antipapale dei Visconti-Sforza.


Ora, però, se non vi dispiace, passerei a trattare l’argomento dal punto di vista dei Tarocchi di Marsiglia.

Da qui in poi prenderò spunto dai libri di Laura Tuan e Alejandro Jodorowsky. Andiamo, dunque, a scoprire i significati attribuiti a questa carta…

Figura 5

Entrambi gli autori affermano che La Papessa viene rappresentata da una misteriosa donna incoronata con la tiara papale, seduta su un seggio imponente. Lo scranno sul quale siede è celato alla vista da un drappeggio che simboleggia la clausura, nel convento, nel tempio o nel chiostro, e che tale clausura sembra proteggerla dalle insidie del mondo.
Tutt’e due sostengono che simboleggia la grande sacerdotessa, la maga, la dea. Può rimandare a Iside, la dea egiziana del disco lunare, che riuscì a riportare alla luce Osiride, il dio solare suo sposo che era chiuso nel mondo sotterraneo presso le divinità della morte. Può riferirsi anche a Selene, la luna, il cui aspetto oscuro è rappresentato da Ecate, terribile dea dei morti invocata dalle streghe nelle cerimonie magiche, ma richiama alla mente anche una qualsiasi Madonna Nera dell’iconografia cristiana.
Inoltre, è associata al Due, il primo dei numeri pari, non da intendersi come 1+1, ma come un valore puro: è la prima porta e il primo passaggio attraverso il quale l'Uno (il Bagatto) può penetrare per portare la luce fecondatrice e uscirne incoronato dopo aver illuminato l’interno e contemporaneamente esserne stato illuminato di riflesso proprio.
In questo senso la Papessa rappresenta la Conoscenza, ovvero il dubbio fecondo, il potere oscuro della natura che una volta illuminato dà la conoscenza. Pertanto, essa descrive le forze inconsce, la Sostanza divina.

Piano interpretativo: la carta dritta

Jodorowski sostiene che la Papessa “viene verso di noi per parlarci della nostra vita materiale e contemporaneamente dello spirito puro”.
Laura Tuan sottolinea che quando l’arcano si presenta dritto è estremamente benefico e indica che realizzare un desiderio a cui si tiene molto sarà possibile, a condizione di saper usare la cautela e mantenere un segreto.
Si tratta per entrambi di una carta che suggerisce la pazienza, invita a riflettere sulle cose, a procedere poco per volta, senza lasciare nulla al caso.
Sul piano affettivo parla di un rapporto sereno e costruttivo, sebbene poco espansivo e può segnalare un matrimonio lungamente desiderato.
Sul piano professionale indica un successo raggiunto con l’impegno. Non su un colpo di fortuna.
Sul piano finanziario è debole e indica una ricchezza più spirituale che materiale.
Sul piano fisico rimanda soprattutto alla salute interiore, all’armonia psicofisica e alle tecniche meditative che hanno un grande potere risolutivo sulla malattia.
Infine, indica la presenza di una figura femminile capace di fornire aiuti e validi consigli. Se la consultante è donna, può rappresentare lei stessa. Se a consultare le carte sarà un uomo, si tratterà della donna amata, o della madre, o una socia, sorella, maestra.
In generale, si riferisce a una donna sui quaranta-cinquant’anni.
In pratica, l’arcano consiglia di seguire la via più conveniente all’attuazione del progetto che ci sta a cuore e suggerisce di seguire i consigli di un’amica fidata.

Piano interpretativo: la carta al rovescio

E’ una carta molto forte, è quindi importante per l’interpretazione prestare molta attenzione alle carte vicine.
Ci possono essere contrattempi non dipendenti dal soggetto; ci si inganna su qualcosa, si intraprendono strade sbagliate. Si è troppo passivi di fronte agli ostacoli; solitudine e isolamento. Prevale la superficialità nelle cose o la freddezza e l’insensibilità.
Può indicare maldicenze, leggerezza nel tenere i segreti, chiacchiere, relazioni clandestine, tradimento.
Dal punto di vista affettivo si sta attraversando un periodo di crisi per mancanza di comunicazione, il partner si sente poco amato, prevale chiusura e freddezza nei rapporti. La Papessa al contrario può indicare anche una donna nemica che vuole ingannarci, una collega invidiosa, un rapporto conflittuale con la madre.
Se la consultante è donna, può indicare la sua difficoltà ad accettarsi tale oppure una rivale in amore. Se il consultante è uomo, può indicare la paura sia delle donne in generale, che verso una donna in particolare.
Nella sostanza, l’arcano consiglia di diffidare da chi ci si rivolge con eccessiva dolcezza. Suggerisce di chiarire la nostra posizione e di non sottovalutare un mistero, oltre che ricordarci di non attenderci colpi di fortuna.

È tutto, cari amici!
Aspetto di sentire la vostra opinione riguardo al post…

E voi, cosa pensate della Papessa?

Buona settimana a tutti e, se vi va, arrivederci a venerdì con l’ultimo capitolo de L’incontro.
:-)

 



BIBLIOGRAFIA:

Georges Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne – Il Medioevo, ed La Terza

Wikipedia, Papessa

Laura Tuan, Il linguaggio segreto dei Tarocchi, ed. De Vecchi 

Alejandro Jodorowsky, Marianne Costa, La via dei Tarocchi, ed. Feltrinelli


ICONOGRAFIA

1.      Particolare del tarocco La Papessa, ritratta su una carta dei Tarocchi Visconti-Sforza eseguiti da Bonifacio Bembo, ca. 1450, The Pierpont Morgan Library (inv. M. 630), New York - fonte Wikipedia

2.      La Papessa Giovanna raffigurata nelle Cronache di Norimberga di Hartmann Schedel, 1493 - fonte Wikipedia

3.      Jakob Kallenberg (1500-1565) La papessa Giovanna mentre partorisce. Stampa tratta dal Delle Donne Illustri del Boccaccio, cap. XCIX, «De Ioanne Anglica Papa» - fonte Wikipedia

4.      La Papessa nel mazzo Visconti-Sforza eseguiti da Bonifacio Bembo, ca. 1450, The Pierpont Morgan Library (inv. M. 630), New York - fonte Wikipedia

5.      La Papessa nel mazzo di Tarocchi Marsigliesi, ed. Lo Scarabeo (scatto personale)




venerdì 15 settembre 2017

L'incontro 2/3




[per leggere il primo capitolo clicca qui]




Prosegue la pubblicazione del mio racconto.

Oggi, se vi va, potrete leggere qui di seguito la seconda parte... Inutile ricordarvi che sono molto graditi i commenti! ;-)



Vasilij Kandinskij, Der Blau Reiter, 1903, collezione privata, Zurigo, fonte Wikipedia



L'incontro
Capitolo 2


D'un tratto Umberto intravvede uno scheletro, avvolto in un lungo manto nero, con tanto di falce nella mano destra, che si staglia sullo sfondo della carrozza e non riesce a soffocare il terrore che lo assale nel trovarsi di fronte a quest'infernale creatura. 
Incapace di articolare una richiesta di aiuto, esplode in urla strazianti che vengono subito assorbite dal sovrastante suono dello sferragliare del treno sulle rotaie e dell’allarme inviato al convoglio in avvicinamento. 
Nessuno sente le sue grida. 
La Morte, indifferente alla sua agitazione, gli si avvicina, lesta, fino a sfiorargli il volto: 
«Ti do due possibilità» gli dice, con tono stentoreo «o compi i tuoi folli piani di vendetta, e in quel caso, sappi che ti porterò immediatamente via con me, oppure accetti un mio dono e inizi una nuova vita. Ma a una condizione: devi dimenticare il passato» 
«Ho settant’anni» sussurra a stento «come posso recuperare il tempo perduto?» 
«Sarà questo il mio dono: tornerai giovane. A te la scelta» 
L’uomo, in un turbinio di emozioni che lo aggrovigliano fino a levargli il fiato, chiude gli occhi per concentrarsi. 
L’ergastolo, ah l'ergastolo! Gli anni più belli della vita consumati in un carcere.  
Ma cosa sta accadendo? Quali mostruosi fantasmi si stanno affacciando dal profondo della sua anima tormentata, dopo questo sconvolgente incontro? 
Ha bisogno di riflettere. Si chiede come sia possibile che durante tutto quel tempo sia stato tanto ingenuo da illudersi di aver sedato l’inappagata sete di rivalsa nei confronti di Guido e, ancor di più, si interroga sul senso della ricomparsa di quel sentimento ora, all’improvviso, e più violento che mai.  
“Perché? Perché solo ora? Perché tutto questo?” pensa e ripensa, senza darsi pace. In preda a un febbrile turbamento si tormenta chiedendosi quale piega potrebbe mai prendere la sua esistenza, quali siano davvero i suoi desideri, adesso che ha potuto respirare, anche solo per poche ore, il profumo della libertà. 
L’aut aut che gli viene imposto pesa come un macigno sul suo cuore, già pesantemente provato. È ben coscio che, in un modo o in un altro, dovrà rispondere al quesito. 
Rimane, per una manciata di secondi che sembrano durare millenni,
assorto, in silenzio e con gli occhi serrati, quand'ecco che, con il capo reclinato verso il pavimento per timore di incrociare ancora una volta lo sguardo vuoto e terrificante del suo interlocutore, si decide a parlare. 
«Ho scelto» balbetta con voce rotta dall'inquietudine «accetto il tuo regalo e le tue condizioni». 
Sgrana le pupille, si guarda intorno e si accorge di essere nuovamente solo nello scompartimento. Pian piano, prende coraggio, si alza e raggiunge la toilette perché vuole guardarsi allo specchio. 
Ciò che vede nell’immagine riflessa scuote ogni fibra del suo corpo: un quarantenne, dalla pelle liscia, il colorito roseo, una folta chioma di capelli, un perfetto tono muscolare e un non so che di elegante. È di nuovo giovane, non gli servono nemmeno più gli occhiali. 
«Mio dio, non ci posso credere!» bisbiglia appena, come convinto che qualcuno possa udire le sue parole e chiedergliene spiegazione. 
Una dispettosa lacrima gli riga la guancia. Sospira. Si osserva ancora una volta, con scetticismo. No, no. Non ci sono trucchi, è tutto vero. 
È tutto terribilmente pazzesco. 
Asciuga il volto con un fazzoletto e riflette che dovrà prendersi del tempo per metabolizzare quel miracoloso cambiamento. 
Ora è ancora presto per capire, per ragionare; bisogna vivere, sperimentare quel nuovo corpo.  
Il treno, intanto, supera la fermata di Cogoleto.  
Si appropinqua all’uscita per scendere alla stazione di Varazze. Da lì, con un’agile passeggiata di pochi minuti, si ritrova sul lungomare. 
È una bella giornata di inverno, il sole illumina il paesaggio e accarezza, con il suo dolce calore, la pelle. Allo sciabordio delle onde contro gli scogli, che sembrano ricalcare il suo frastornamento interiore, si uniscono le strilla dei gabbiani e i gridolini giocosi dei bimbi, sparpagliati tutt’intorno e rincorsi dalle madri e dai nonni.
Con sguardo ingordo abbraccia il panorama come a voler riempir l’anima di questa nuova vita, dopodiché si avvia in direzione del centro. Vuole verificare se ancora esiste la trattoria dove un tempo, quando veniva in vacanza quaggiù, era solito recarsi a pranzo. 
Camminando lungo il marciapiede osserva, con occhiate distratte, le vetrine: farmacia, barbiere, boutique di abbigliamento, giornalaio, barettino, e così via. 
«Santo cielo, sono nuovamente libero!» prova ad esclamare, ma è talmente emozionato che dalla bocca gli esce solo un flebile sussurro e le parole restano soffocate in gola.  
In quel momento, un minuto gruppo di adolescenti che corre sullo stesso marciapiede inforcando con fervore la bicicletta, lo accosta. Il più robusto, uno con una gran chioma di capelli rossi e mossi che ricorda un fiume di serpi infuocate, sentendolo biascicare in modo scomposto, inaspettatamente gli si para davanti e con quel gesto persuade tutti gli altri a fare altrettanto. In men che non si dica l'uomo è circondato.      
“Sta parlando a me, signore?” chiede il rosso, con petulanza. Non udendo risposta, indugia a osservare con sfrontatezza lo strano adulto e rimane in quella posa pochi istanti, il tempo necessario a convincersi di aver incrociato un demente. Allora, forte della sua intuizione, schiaccia l’occhio agli altri compagni che, d’intesa, sorpassano il pedone, mortificandolo con uno sprezzante scampanellio unito a frasi triviali e grossolane risate. 
Non è niente” dice tra sé Umberto “sono solo ragazzini” , poi alza il bavero del cappotto e, propenso a non lasciarsi coinvolgere, volge lo sguardo dall’altra parte. Giunto di fronte al ristorante, si appresta ad attraversare la strada. Ma qualcosa blocca di colpo il flusso dei suoi pensieri.  
Una BMW M3 gli sfreccia sotto il naso: un motore eccezionale, duecento cavalli che raggiungono i centonovanta chilometri orari in un battibaleno. 
Come non riconoscerla? Quell’auto, uscita pochi mesi prima dell’assalto alla banca, si era subito ricavata uno spazio speciale nella sua fantasia. 
Orbene, per quanto quest’uomo, rimasto tanto a lungo celato al mondo, non abbia la minima idea di come la moda sia cambiata o di come vengano allestite le vetrine dei negozi del giorno d’oggi, di una cosa è sempre stato certo e continua ad esserlo. E cioè che l’industria automobilistica non può far a meno di sfornare via via sempre nuovi modelli. 
A quel punto, in balia dell’eccitazione, osserva con accortezza le altre vetture: il carosello che gli sfila dinanzi propone sempre e solo modelli che vedeva circolare all'epoca del tragico evento.  
Il dubbio lo attanaglia. 
Si precipita all’edicola e viene magnetizzato da uno dei tanti strilloni, abbarbicati l’uno accanto all’altro, che recita: 
«Vuoi conoscere cosa dicono le stelle per il 1987? Non perderti l’oroscopo di Paul Renard». 
«Quindi la Morte, non mi ha semplicemente ridato la giovinezza. Mi ha riportato indietro nel tempo» mormora, senza batter ciglio. 
Sbalordito e trasognato, si sforza di comprendere il senso della sfida che gli è stata proposta durante il viaggio: «Devi dimenticare il passato». 
«Oh, dannata Morte! Come posso dimenticarmene se mi ci hai immerso fino al collo?» seguita a ripetersi mentalmente, mentre l'animo ribolle.





La terza e ultima parte, se ne avrete voglia, vi attende venerdì prossimo!

Buon week end a tutti! :-)




  

lunedì 11 settembre 2017

Cartoline dai monti 2/2




Il Toce che esce dal Lago Maggiore - scatto personale



Come promesso, ecco la seconda cartolina che conclude il ciclo dedicato alla montagna.

Vi parlerò di vie che affondano le radici lontano nel tempo. In particolare vi racconterò di una di esse, oggi meno nota di quanto sia stata in passato, ma ancor più affascinante dell’altra, oltre che ricca di storia e leggende.

La precedente cartolina si concludeva con alcune note relative al Forte di Bard che, nel maggio del 1800, durante la Campagna d’Italia in seno alla guerra della Seconda Coalizione, veniva letteralmente raso al suolo dalle truppe di Napoleone Bonaparte.


Ebbene, quello stesso anno, dopo aver restaurato il predominio francese su Lombardia, Piemonte e Liguria, il Primo Console decreta la realizzazione di una grande opera stradale che congiungeva Milano a Parigi: la Strada del Sempione.

Jacques- Louis David, Napoleone attraversa le Alpi
1800, Musée national des châteaux de Malmaison
et de Bois-Préau,
Rueil-Malmaison
La tela commemora il leggendario passaggio di
Napoleone attraverso il passo del
Gran San Bernardo che gli permise di cogliere
di sorpresa l’esercito austro piemontese
e riprendere il predominio sulla penisola

La direttrice di questa via era già nota nel 196 d.C. all’imperatore Settimio Severo che tracciò un primo itinerario di cui rimangono ancora oggi alcune testimonianze: Mediolanum, l’attuale Milano, era collegata a Octodurus, l’odierna Martigny, attraverso Vercelli, Ivrea, Aosta e la grande strada del San Bernardo. Ma si trattava di un percorso piuttosto trascurato che assunse un ruolo importante solo a partire dal 1254 con il transito dell’arcivescovo Odo di Rouen in viaggio per Roma. Il traffico su questa via subì alterne fortune nel corso dei secoli a causa delle notevoli difficoltà legate alla transitorietà dei suoi valichi.


Solo a partire dal 1805 la Strada del Sempione diventa transitabile, unendo e ingrandendo i vecchi sentieri e realizzando nuovi tratti. Un’opera superlativa dal punto di vista della bellezza dei paesaggi che si susseguono via via uno dopo l’altro, oltreché da quello ingegneristico (solo nel tratto da Arona al passo del Gabio prevedeva 50 ponti). Congiungeva Milano alla Francia con una carreggiata di otto metri di larghezza sviluppata lungo un manto stradale costituito da trenta centimetri di ghiaia. 

Der Simplon, 1918, dagli Archivi Federali Svizzeri
Swiss Poster Collection
Dall’Arco del Sempione, oggi Arco della Pace, partiva un rettilineo che toccava le località a nord ovest del capoluogo e raggiungeva Arona. Ad Arona costeggiava le rive del Lago Maggiore e arrivava a Domodossola, attraversava la Val Divedro e saliva nel Cantone svizzero del Vallese, per valicare successivamente il passo del Sempione (che prende il nome dal villaggio di Simplon Dorf). Da qui la strada scendeva nella valle del Rodano, proseguiva per Losanna, attraversava il confine francese per continuare in direzione nord fino alla capitale.

Ma ancor prima della realizzazione del Sempione veniva praticato un altro percorso. Questa arteria, nota come la Strada delle Merci e delle persone, era in gran parte una via d’acqua: quella del Toce.
Seguitemi, vi prometto un viaggio attraverso lo spazio e il tempo...

Vale la pena ricordare che lungo queste vie, oggi trasformate in moderni snodi di comunicazione o rimaste come in origine vie di passaggio percorribili solo a piedi, sono circolate idee, tradizioni e usi provenienti da culture differenti che hanno contribuito a costruire la storia dei popoli dell’Europa.

Baveno, il punto in cui il Toce si tuffa nel Lago Maggiore - scatto personale



Veniamo, dunque, alla nostra via del Toce.
Dal 1300 fino al secolo scorso, carrozze, cavalli e persone transitavano dalla darsena di via Laghetto, a Milano, a pochi passi dal Duomo (per conoscere la storia dei Navigli clicca qui), sulle imbarcazioni dei “navaroi”, i barcaioli che si spingevano dai Navigli al Ticino, poi sul Lago Maggiore. 
Giunti nei pressi di Stresa, per la precisione a Baveno, imboccavano il Toce e navigavano sulle sue acque. 
Dove non era possibile proseguire a remi, più o meno all’altezza di Anzola d’Ossola, i barconi e le chiatte, carichi di vino, grano, stoffa e sale, venivano legati ai cavalli, che marciavano a riva per giungere fino all’alta Ossola, a Roledo di Montecrestese.
Da Roledo in su si doveva procedere via terra costeggiando il fiume.

Ancora oggi è possibile ripercorrere quel tragitto, passando vicino a Crodo (il paese che ha dato i natali al famoso analcolico biondo), poi a Baceno, Premia, Rivasco, Chiesa, Formazza.
Nel viaggio di ritorno veniva trasportata via fiume una gran quantità di legname da impiegare per la costruzione edilizia, per quella di mobili e chiaramente anche da ardere. In questo modo viaggiavano anche il granito, i formaggi, il bestiame, le pelli e i preziosi cristalli che i Benedettini di Engelberg mandavano a vendere alle Corti italiane. Da Candoglia, invece, una piccola località posta a pochi chilometri dal punto in cui il Toce versa nel lago Maggiore, proveniva tutto il marmo impiegato nella costruzione del Duomo di Milano. 
Quella del Toce era senza dubbio una via commerciale (e non solo) molto importante.

Ora, immaginiamo di trovarci nella prima decade del 1600 a bordo di una imbarcazione salpata dalla darsena milanese.
Una volta giunti a Roledo decidiamo di proseguire il viaggio sulla terraferma desiderando costeggiare il fiume fino al punto in cui nasce, cioè a Riale.
Avanzando verso Nord siamo immersi in una valle segreta nella quale si apre un’enorme distesa di faggi e castagni, la Valle Antigorio. Procedendo nel paesaggio verticale di quest’angolo ossolano ci inoltriamo in una zona tanto suggestiva, quanto impressionante. Il panorama si apre a una serie di grandi cavità separate da tortuosi cunicoli di pietra dovute all’azione millenaria di correnti torrentizie vorticose che risalgono all’ultima delle quattro glaciazioni delle Alpi (iniziata più di due milioni di anni fa, quando la valle era occupata dal grande ghiacciaio dell’Ossola dello spessore di milleduecento metri che defluiva fino al solco del Lago Maggiore). 
Le Marmitte dei Giganti e gli Orridi di Uriezzo si aprono ai nostri occhi, lasciandoci incantati.

Ci ritroviamo in un ambiente cavernoso, avvolti tra le braccia della Terra, che si apre ad improvvise feritoie verso l’alto ricche di muschi, licheni, felci, qualche salamandra, piccoli insetti e un’incredibile abbondanza d’acqua.

Baceno, veduta di uno degli Orridi di Uriezzo
 – scatto personale
Uno scorcio delle Marmitte dei Giganti
– scatto personale
Dopo esserci riempiti gli occhi di tanta magnificenza imbocchiamo una mulattiera che sale verso Baceno. C’è una strana atmosfera in questi boschi, qualcosa di misterioso avvolge l’intera vallata.

Che sarà mai?

Qualcuno di noi ferma un viandante incrociato lungo il tragitto:

“Buon uomo, siamo in viaggio per il valico di Gries. Quanto manca al prossimo villaggio?”

“Non molto, in verità, ma prestate molta attenzione nel solcare queste terre.”

“E a chi o cosa dovremmo prestare attenzione?”

“Alle streghe e ai gatti – ci risponde sollecito, mentre con un rapido gesto ricopre il capo con il cappuccio – e che Dio vi benedica!”

Delle streghe e dei gatti?
È questa, dunque, terra di streghe?
Così si racconta, ma lasciatemi spiegare…

Scorcio della mulattiera che dagli Orridi di Uriezzo sale a Baceno
 – scatto personale
Dovete sapere che tra il 1500 e il 1600 nella Valle Antigorio vi è stato un continuo scambio tra le comunità locali e quelle walser dei cantoni svizzeri (vallesi di lingua alemanna). 
Dopo la chiusura del Concilio di Trento, avvenuta in quel periodo, la Chiesa Romana avvia quella che viene comunemente nominata la Controriforma e i vescovi di Novara iniziano a tener d’occhio tutti coloro che, spostandosi per ragioni economiche, vengono in contatto con i “gatti”, ovvero calvinisti e luterani di lingua tedesca… Insomma, di riffa o di raffa, i gatti finiscono sempre in mezzo ai guai! ;-)

A quei tempi, nei villaggi di Croveo e Baceno, che ospitano gli Orridi di Uriezzo, sono molti quelli che, dopo aver valicato gli alti passi alpini, entrano in Svizzera e vi si fermano per alcuni mesi a lavorare, prima di far ritorno a casa... come accade ancora oggi...

I valichi di frontiera, si sa, sono da sempre luoghi deputati al transito di nuove idee, nuove visioni della vita e anche nuove riflessioni sulle antiche religioni. Per contro, a quei tempi, giù nella valle ossolana, la gente è oppressa da cattivi raccolti, epidemie dilaganti, miseria. In un simile contesto, com’è facile aspettarsi, i sospetti quotidiani tra vicini di casa, le faide tra famiglie, il servilismo e il tradimento, si diffondono a macchia d’olio.
Va da sé che l’ansia della diocesi novarese di veder propagata l’eresia protestante nelle proprie terre si riverbera sui valligiani fomentando le invidie nostrane. Questo clima persevera a partire dal 1520, quando l’inquisitore Domenico Visconti manda al rogo decine di uomini e donne. Si interrompe per seguire i cosiddetti “Tempi di Grazia”, cioè per permettere a streghe e stregoni, ovviamente inconsapevoli di esser tali, di pentirsi spontaneamente, evitando il processo.  

Nel 1575, però, due frati domenicani e inquisitori, fra Domenico Buelli e un certo fra Alberto, salgono a incontrare il vicario della chiesa di San Gaudenzio di Baceno per dar inizio a una ricerca ufficialmente volta a scoprire se in quei luoghi vengano officiati riti eretici e demoniaci.
Stante la loro testimonianza l’esito si rivela positivo. Ben presto corre di nuovo voce nella valle che gli abitanti di questi villaggi sono striögn, ovvero degli stregoni e un gruppo di donne, sul monte Cistella, danzano scatenate e illuminate solo dal chiarore della luna trasformate in gatti, volpi o bellissime fanciulle.
Come già era accaduto in passato, per effetto della nuova rivelazione, le persone iniziano un’altra volta a controllarsi a vicenda, denunciandosi reciprocamente. Inutile dire che la paura e la chiusura producono sempre danni enormi (in ogni epoca, sia chiaro!).

Quando il terribile meccanismo della delazione viene messo in moto diventa quasi impossibile bloccarlo e così, il 31 maggio dello stesso anno, due donne, Gaudenza Foglietta di Rivasco e Giovanna, detta Fiora, di Croveo, vengono bruciate vive sul rogo dopo aver subito un processo sommario.
San Gaudenzio dalla mulattiera - scatto personale
I processi alle streghe dell’alta Ossola, iniziati nel 1575, andranno avanti fino al 1611
Capito? Un incubo durato ben trentasei anni! Vi pare poco?
In quelle circostanze era sufficiente nascere donna e conoscere il potere medicamentoso di qualche erba, oltre che porsi interrogativi sulla bontà dei propri costumi, per finire in guai molto seri...
Come risultato di tutto questo, durante il corso di quegli anni, ben quaranta donne e due uomini, verranno arrestati con l’accusa di stregoneria e condotti nelle carceri della curia vescovile di Novara, dove moriranno di stenti e di tortura.
Ma non è tutto!
In quella valle, per centinaia di anni, viene imposto alle donne il divieto di scegliere il nome del figlio appena dato alla luce. Solo agli uomini viene riconosciuto il privilegio di decidere come chiamare il piccolo battezzando. A ciascun bambino nato viene assegnato un gruppo di padrini, da quattro a sette, che lo accompagnerà a ricevere il Sacramento. 
Inoltre, qualora la nuova e tenera vita si fosse spezzata anzitempo, solo ai padrini sarebbe toccato di trasportarne la salma al camposanto.

Grazie alla tremenda persecuzione da parte della Inquisizione le donne della valle Antigorio sono rimaste private di tutti i diritti almeno fino alla fine del 1700.

Tra l'altro, se quei processi hanno rappresentato per le vittime l'inferno, nel senso autentico del termine, così non è stato per il frate Domenico Buelli da Arona che, nel 1585, è stato insignito del titolo di priore, nonché professore di teologia e inquisitore generale del Sant’uffizio di Novara. Secondo le cronache pare che costui fosse talmente sadico e misogino da sottoporre a tortura persino le donne incinte.

Brutti tempi, insomma!
Immagino che adesso desideriate spostarvi dal Medioevo ai giorni nostri… Ecco fatto! 

Dopo un salto temporale di oltre quattrocento anni, continuiamo la nostra passeggiata per Baceno. 
Pian piano il sentiero sterrato si allarga per lasciar spazio a una strada lastricata dalla quale si scorge il campanile di una chiesa che, via via, si fa sempre più imponente: è la famosa chiesa di San Gaudenzio.

Sorta nel X secolo sopra una sporgenza rocciosa, la chiesa si è ingrandita sempre più nei secoli, fino a diventare uno degli edifici sacri più imponenti dell’Ossola. 

Dinanzi alla facciata si abbandonano tutti i dubbi: le dimensioni della basilica sono decisamente notevoli e lasciano senza paole.

La facciata di San Gaudenzio - scatto personale
L’interno è ancor più sorprendente, un vero e proprio incunabolo di affreschi e arredi che percorrono secoli e secoli di storia e, sulla destra dell’altare, trova posto anche – guarda caso – una Cappella degli esorcismi.  

Al di là della sua storia, si tratta senza dubbio di un'opera di alto valore artistico che merita di essere visitata. Per cui, se vi capitasse, prendetevi un po' di tempo per osservare soprattutto gli interni.


Interno di San Gaudenzio - scatto personale

Ora, però, lasciamo Baceno alle nostre spalle e saliamo in Val Formazza, ai confini con la Svizzera.

La nostra nuova meta sarà la cosiddetta Frua, una cascata d’acqua impetuosa e spumeggiante dove il Toce si riversa tra i monti suscitando grande stupore in chi l’osserva.


Veduta della Cascata del Toce, detta Frua, dal basso.
Accanto alla cascata, che ha un salto di 143 metri, lo storico Albergo della Cascata.
L'edificio è stato realizzato a fine ‘800 e ristrutturato nel 1927 su progetto del Portaluppi
– scatto personale


Questo candido ventaglio ricopre le rocce con uno sviluppo di duecento metri. Ma solo in estate.
Per il resto dell’anno l’acqua del Toce, “la Toos” come viene chiamata da queste parti, s’infila nella condotta, costruita dall’Edison prima e poi dall’Enel, per raggiungere la centrale di Ponte.
A dirla tutta, l’intera valle è ricchissima d’acqua, utilizzata per la produzione di energia e per questa ragione viene definita anche “la valle elettrica”.

Per gli antichi viaggiatori, financo quelli dell’Ottocento, che scendevano dalla Svizzera, la cascata era la cosiddetta “Porta d’Italia”. 

La Frua e la Val Formazza – scatto personale

Da qui, dopo la doverosa sosta, si prosegue fino alla cima e si raggiunge l’abitato di Riale.

Riale, il piccolo villaggio walser sulle Alpi Lepontine a quota 1718 metri – scatto personale 

E Riale è il luogo in cui nasce il Toce, grazie al confluire di tre torrenti: Morasco, Gries e Roni.  

Il punto in cui nasce il Toce, scatto personale

Tenendo come punto di partenza il villaggio si può scegliere di valicare due diversi passi che conducono in Svizzera, ma in opposte direzioni.

Prendendo il sentiero di destra si raggiunge il passo San Giacomo che porta in Val Bedretto, verso Airolo, nel canton Ticino.

Il sentiero di sinistra, invece, percorribile solo a piedi, è l’antica mulattiera che conduceva i mercanti del Medioevo a Berna attraverso il passo del Gries: è il proseguimento della Via della merce e delle persone.

Lungo la via del Gries, agibile già dalla fine del 1300, passava la maggior parte della merce trasportata lungo il Toce, da e per Milano. 






Sullo sfondo la strada che conduce da Riale alla diga di Morasco e da lì al passo del Gries – scatto personale

 
Lago di Morasco. Si tratta di un lago artificiale creato dalla diga che ha preso il suo nome e che produce
energia elettrica per 15 mila famiglie – scatto personale 


Bene, non avete voglia di fare due passi per sgranchirvi le gambe?
Io qualche passo l’ho fatto e posso garantirvi che questi itinerari riempiono lo sguardo di bellezza.

Ora, però, è giunto il momento di congedarmi, cari amici. Il post termina qui.


Vi avete trovato qualcosa di interessante? Cosa ne pensate?

Conoscevate già la “strada delle merci”?


E la storia delle “streghe” di Baceno?

Auguro a tutti voi una buona settimana e, se ne avrete voglia, ci ritroviamo venerdì con il secondo capitolo del racconto L'incontro.


Ciao!  ^_^ 

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