lunedì 21 maggio 2018

Amelia Earhart, una donna leggendaria




L’aviatrice americana Amelia Earhart

Solo pochi mesi fa la rivista Forensic Antrhropology, condotta da Richard Jantz, del Centro di Antropologia Forense all’Università del Tennessee, ha reso noto che i resti trovati nel 1940 sulla remota e disabitata isola di Nikumaroro
corrispondono al 99% ad Amelia Earhart e al suo navigatore Fred Noonan.

La questione dell’appartenenza di quei ritrovamenti ossei, nonostante quest’ultima dichiarazione, rimane tuttora controversa, così come la scomparsa di questa straordinaria donna, avvenuta il 2 luglio del 1937, mentre volava sopra l’Oceano Pacifico nel tentativo di circumnavigare il globo a bordo dell’Electra, resta ancora oggi un mistero irrisolto.
Amelia Earhart di fronte al Lockheed Electra sul quale scomparve nel 1937


Di certo, invece, la vita e la morte di questa donna sono diventate una vera leggenda, tant’è che a distanza di 81 anni dalla scomparsa ancora si cerca il relitto del suo aereo inghiottito dalle acque del Pacifico.
Amelia, oltre a essere l’incontestata regina dei cieli è colei che fa ciò che fanno gli uomini, è indipendente come un uomo e per questo motivo è diventata per le donne americane un simbolo dei movimenti femministi, un’icona arrivata fino ai giorni nostri.
Per qualcuno questa signora, fin dalle sue prime imprese, è stata il frutto di un’enorme operazione di marketing.

Ma torniamo al 1897, più precisamente al 24 luglio di quell’anno.
Siamo ad Atchison, in Kansas, nella casa di uno dei massimi esponenti di questa città: il  giudice federale, nonché presidente della Cassa di Risparmio municipale, Alfred Gideon Otis. Esattamente qui Amelia viene alla luce. Questa è la dimora di suo nonno, il luogo in cui, insieme alla sorella Muriel, trascorrerà l’intera infanzia, gli anni fondativi del suo carattere.  

Amelia bambina
Dai biografi viene descritta come una bambina curiosa, una vera appassionata di letture,  ma allegra, dal temperamento vivace, un “maschiaccio” che si arrampica sugli alberi, dà la caccia ai topi, ai rospi, alle falene. La sua spiccata propensione per l’avventura si rivela sin dal principio. All’età di sette anni convince lo zio a realizzarle uno scivolo rudimentale che, partendo dal tetto del capanno degli attrezzi e snodandosi in curve, scorre fino a terra consentendole, mentre se ne sta accovacciata in una scatola di legno, di sperimentare i primi tentativi di “volo”. 

Tre anni più tardi lascia il Kansas per spostarsi con i genitori a Des Moines, nello stato dello Iowa, dove il padre, Samuel Edwin Earhart, lavora come avvocato all’interno dello studio legale delle ferrovie di Rock Island. L’abbandono della casa dei nonni coincide con l’inizio di una seconda fase dell’infanzia contrassegnata da un registro decisamente diverso. Si chiude un’epoca spensierata e positiva e se apre un’altra in cui le tensioni e l’instabilità regnano sovrane.
La giovane è solo una dodicenne quando il padre viene licenziato dalla società per la quale lavora perché è un alcolizzato. In questo contesto, anche l’amata nonna materna viene a mancare. L’anziana, prima di spirare, assicura alla figlia e alle delle due nipotine un lascito consistente vincolato a un fondo assicurativo a cui il genero etilista non potrà accedere.

L’allegria cede presto il passo all’amarezza. La famiglia si trasferisce per un breve periodo a St. Paul, nel Minnesota, dove il padre trova un impiego presso la Great Northern Railway, prima di rimanere una seconda volta disoccupato. Successivamente il nucleo familiare si sposta, dapprima a Chicago e via via in moltissimi altri centri urbani. Le due sorelle Earhart, costrette a cambiare città e scuola ogni volta, non hanno alcuna possibilità di mantenere i contatti con gli amici coetanei. L’intera esistenza di queste persone sarà all’insegna del nomadismo: quattro vite costantemente sospese in un interminabile viaggio.

Durante l’adolescenza Amelia colleziona un’infinità di ritagli di giornali in cui spiccano figure di donne che hanno raggiunto il successo in ambiti da sempre considerati maschili, come la regia e la produzione cinematografica, i grandi studi legali e quelli pubblicitari, l’ingegneria meccanica: il suo sogno è quello di riuscire a fare la differenza in un mondo sempre più competitivo.
Intanto esplode anche la Prima Guerra Mondiale. 

A 19 anni, dopo aver conseguito il diploma presso la Hyde Park High School di Chicago, si iscrive in un college della Pennsylvania, ma non completa il programma di studi. Un anno più tardi, durante le feste di Natale, decide di andare a trovare la sorella che, nel frattempo, si è trasferita a Toronto. Il clima sociale del Canada è rovente: il paese, che a quell’epoca fa parte dell’Impero britannico, si trova automaticamente coinvolto nel conflitto internazionale e, con il disegno di legge attuato nel 1917, che impone la coscrizione obbligatoria, assiste  alla decimazione di migliaia e migliaia di giovani, per lo più di origini francesi, in terre lontane. Le proteste a favore dell’indipendenza, di conseguenza, si fanno sempre più vivide.
Come se non bastasse, anche a Toronto arriva la pandemia di influenza spagnola e la ragazza, ormai ventunenne, decide di attivarsi come infermiera della Croce Rossa, presso l’Ospedale militare di Spadina.

Lockheed Vega 5B pilotato da Amelia Earhart,
National Air and Space Museum Washington, DC.

Alla giovane Earhart si presenta l’insolita occasione di visitare una fiera aerea presso l’Esposizione Nazionale Canadese della città. Vale la pena di ricordare che siamo nel decennio in cui l’aviazione vive la sua epoca d’oro e, non a caso, l’attrazione principale di quella parata sarà l’esibizione aerea di uno degli assi dell’aeronautica. L’incontro si trasforma in qualcosa che segnerà in modo indelebile il futuro della ragazza.
Mentre se ne sta in disparte a osservare la scena delle diverse evoluzioni nel cielo, le si avvicina il famoso pilota reclamando la sua attenzione. Molti anni più tardi, sarà lei stessa a riferire l’episodio alla stampa usando queste precise parole: “A quell’epoca non capivo, ma credo che quel piccolo aereo rosso mi abbia detto qualcosa mentre si muoveva”.  

Nel giro di una manciata di giorni la fanciulla contrae una forte polmonite e, soprattutto, una particolare forma di sinusite che darà vita a una sequela di delicate operazioni, oltre che alla cronicizzazione di alcuni sintomi, tra cui un feroce mal di testa che accompagnerà l’aviatrice per sempre.
A causa delle precarie condizioni di salute le due sorelle si trasferiscono di nuovo negli Stati Uniti. In un primo momento la loro nuova dimora è Northampton, nel Massachusetts, successivamente, nel 1919, si spostano per qualche mese a New York, intervallo durante il quale Amelia si iscrive in un corso di studi medici presso la Columbia University, facoltà che abbandona l’anno seguente, cioè nel 1920, per riunirsi ai genitori che nel frattempo si sono spostati a vivere in California.
Il 28 dicembre 1920 si verifica un altro episodio destinato a lasciare una traccia indimenticabile nella sua vita. Dopo essersi recata insieme al padre a visitare l’aeroporto di Long Beach, dove il famoso pilota Frank Hawks si sta esibendo nelle sue acrobazie volanti, il padre acquista un biglietto dal costo di 10 dollari affinché la figlia effettui un giro della durata di dieci minuti su quell’aereo. Molti anni più tardi la stessa Earhart ne parlerà così: “Quando mi trovai a due-trecento piedi da terra capii che lo scopo della mia vita era quello di volare”.  


Da quel momento decide di imparare a volare e per riuscirvi intraprende i mestieri più disparati: si impiega come fotografa, poi come autista di camion e anche come stenografa presso una compagnia telefonica locale. Nel giro di un anno risparmia 1000 dollari, che si vanno ad aggiungere ad altri 1000 che le regala la madre e con i quali si presenta a Kinner Field, vicino a Long Beach, per iniziare la sua prima lezione di volo con la sua nuova insegnante, Anita Snook, detta Neta, una delle prime donne dell’aviazione militare americana.

Neta Snook e Amelia Earhart a Campo Kinner 
L’allenamento aeronautico non è esattamente una passeggiata, richiede un impegno costante e tanti sacrifici, ma Amelia è determinata ad andare sino in fondo. Per adeguarsi allo stile delle sue nuove colleghe taglia i capelli cortissimi e si impegna nell’acquisto di un biplano giallo di seconda mano, un Airster a cui dà il nome di “Canary”.
Il 22 ottobre del 1922, portando quell’Airster ad un’altitudine di 4.300 metri, stabilisce il record mondiale dei piloti aerei di sesso femminile.
L’anno successivo, il 15 maggio del 1923, Amelia diventa la sedicesima donna negli Stati Uniti a cui viene rilasciata la licenza di pilota da parte della Fédération Aéronautique Internationale (FAI).

Il brevetto di pilota di Amelia Earhart

Intanto, a causa di un investimento sbagliato la madre perde un’ingente parte del capitale che aveva in gestione e la giovane, vedendo ben presto esaurirsi l’intera eredità della nonna, si trova costretta a vendere il “Canary”. 
Senza perdere tempo, investe i soldi della vendita in un’automobile che battezza all’uopo “Pericolo Giallo” e con la quale parte, assieme alla madre, per un viaggio transcontinentale che porterà le due donne dalla California al Canada.

Ma la vecchia sinusite si rifà sentire e nel 1924, che è anche l’anno durante il quale i suoi genitori arrivano a divorziare, viene ricoverata a Boston per sottoporsi a una nuova trafila di operazioni chirurgiche dolorosissime.  
Dopo un periodo di convalescenza riesce a farsi assumere come assistente sociale e contestualmente riprende l’attività all’interno della American Aeronautical Society di Boston, dove viene eletta presidente. 

Francobollo USA del 1936
con l’effige di Amelia
In questa veste inizia a scrivere una serie di articoli, pubblicati sui giornali locali, nei quali promuove con fervore l’attività di volo femminile. In questo modo il suo nome comincia a diventare famoso in tutti gli Stati Uniti d’America. La svolta nella sua carriera di aviatrice arriva però solo nel 1928, un anno dopo la prima trasvolata atlantica in solitaria di Charles Lindbergh. La giovane Earhart, con Wilmer Sturz e Louis Gordon, a bordo di un Folker, è la prima donna ad attraversare l’Atlantico. In questa trasvolata il suo ruolo è secondario, come lei stessa riconosce: “Wilmer pilotò per quasi tutto il tempo. Io ero solo un bagaglio, venni trasportata come un sacco di patate”. L’impresa fa comunque di lei un’eroina nazionale, la nuova “Regina dell’aria”, colei che diventerà l’aviatrice più famosa dell’intero pianeta.
Grazie ai proventi delle conferenze, delle campagne pubblicitarie, dei suoi scritti e dei numerosi incarichi presso diverse compagnie aeree, Amelia inizia non solo a dedicarsi alla sua passione per il volo, ma anche a promuovere l’aviazione.

Con frasi come “Le donne devono tentare di fare le cose che gli uomini hanno tentato e il loro fallimento è un incentivo per le altre” questa signora, le cui cifre erano libertà e coraggio, ha ispirato milioni di donne. 

La prima parte di questo articolo dedicato ad Amelia Earhart si conclude qui per proseguire la prossima settimana.



Cosa pensate di questa donna e della sua esistenza? 


A presto e buona settimana a tutti!


BIBLIOGRAFIA
Amelia Earhart, Wikipedia
Amelia Earhart, l’aviatrice, Il tempo e la storia, Michela Guberti, ed. ERI
John Burke, Winged Legend: The Story of Amelia Earhart, New York, Ballantine Books

ICONOGRAFIA
Ritratto di Amelia Earhart. Wikipedia
Amelia Earhart di fronte al Lockheed Electra sul quale scomparve nel luglio del 1937. Wikipedia
Ritratto di Amelia da bambina. Wikipedia
Lockheed Vega 5B pilotato da Amelia Earhart, National Air and Space Museum Washington, DC. Wikipedia
Neta Snook e Amelia Earhart di fronte al Kinner Airster di Earhart, 1921 circa. Foto donata da Karsten Smedal e disponibile come immagine di pubblico dominio. Wikipedia
Francobollo in uso negli Stati Uniti nel 1936 con l’effige di Amelia, Divisione Stampe e Fotografie della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Wikipedia  
Amelia Earhart in una foto risalente al 1930, Wikipedia





lunedì 14 maggio 2018

A passeggio sul Lago di Como/1






Ancora una volta la mia presenza sul web è ondivaga, ahimè…

Per farmi perdonare vi propongo la prima parte di un articolo dedicato al Lago di Como, territorio da me frequentato e apprezzato moltissimo, che intende presentarne la bellezza e le vicende legate ai suoi luoghi, sia quelli poco conosciuti che altri più noti.

1 Como - imbocco portuale


Avvalendomi dei miei scatti fotografici e con un tentativo di mettere insieme alcune informazioni storiche cercherò di accompagnarvi in un nuovo viaggio, raccontandovi cosa si cela “dietro le quinte” di questo incantevole specchio d’acqua, il Lario. Questo territorio cerniera, coi suoi percorsi viari che ne attraversano le robuste cime e le amene valli, rivela forti legami con il mondo transalpino.

La nostra passeggiata inizia a Como, città la cui affascinante storia affonda le radici in un’epoca lontanissima. Il periodo, invece, sul quale si concentrerà l’attenzione di questo post è quello in cui ha inizio il basso medioevo: l’anno Mille.

2 Basilica Sant'Abbondio - Como - facciata 

A circa un chilometro dalle mura che cingono, sui tre lati, questo centro abitato sorge la magnifica basilica di Sant’Abbondio.

È un vero peccato che al giorno d’oggi Sant’Abbondio non rientri nel circuito delle chiese più visitate di Como – il problema è senz’altro legato all’infelice aspetto della zona in cui sorge, frutto di una progressiva e stratificata industrializzazione, avviata in epoca piuttosto recente e ora già quasi del tutto revoluta – mentre invece, essa costituisce una potente sorpresa che meriterebbe grande attenzione.

3 Basilica Sant'Abbondio- Como - abside

A cosa mi sto riferendo è presto detto: questo monumento di pietra è uno dei più evocativi, per chi abbia la passione della storia medievale e della sua architettura, dell’unità di un organismo religioso e politico che si presentò con un apparato di elementi, apparentemente autonomi ma tutti concorrenti a un unico fine, e che trovò in questo lago lombardo il suo snodo centrale.

Per introdurvi alla storia della basilica e all’influenza che essa ebbe su altri importanti edifici religiosi, sorti lungo l’intero stivale italico, inizio col dirvi che l’antica via Regina, passante per la riva occidentale del lago, segnò profondamente la fisionomia di queste terre, rivelandosi, fin dai tempi più antichi, quale fitta rete di legami, geografici, storici e culturali tra Milano e le regioni del Nord Europa.

4 Tavola Peutingeriana

A partire dal secolo XI, soprattutto per offrire ricovero ai tanti pellegrini diretti alle sacre mete, la città di Como visse un momento di intensa attività edilizia e la campagna fuori dalle sue mura andò riempiendosi di importanti borghi, ospizi, chiese, abbazie e monasteri che, insieme ai numerosi castelli dell’epoca, sono in parte visibili anche oggi.

Nel 1010, sotto la guida  del vescovo Alberico, una comunità di monaci benedettini andò insediandosi in una chiesa paleocristiana la cui data di fondazione oscilla tra la fine del IV e la metà del V secolo. Nel primo caso venne individuato come fondatore Felice, primo vescovo di Como che, su ordine di sant’Ambrogio, avrebbe diffuso il cristianesimo in terra lariana. Nel secondo caso, invece, il fondatore fu il vescovo Amanzio, il quale avrebbe eretto la chiesa per conservarvi le reliquie dei santi Pietro e Paolo, da lui stesso trasportate da Roma. 
5 Basilica Sant'Abbondio- Como - navata centrale

Ciò che è certo, invece, è che l’edificio sorgeva poco fuori dalle mura urbiche, in posizione appartata rispetto allo sviluppo odierno della città di Como.

Questa collocazione, in quel preciso momento storico, si rivelò strategica in quanto, presidiando il tracciato della via Regina, fungeva da collegamento tra la pianura padana e Coira e, dunque tra Milano, la Rezia e l’Oltralpe centrale, e da lì, ci si poteva connettere con il Reno e il Danubio.


Una volta insediati, i monaci benedettini si assunsero l’onere di ricostruire ex-novo l’edificio, che venne in seguito dedicato a Sant’Abbondio, secondo uno stile che risentiva fortemente dell’influsso di modelli appartenenti a un’area geograficamente molto lontana: quella sassone e renana.

6 Basilica Sant'Abbondio- Como - presbiterio

La cifra dello stile della basilica edificata da questi monaci, che noi oggi chiamiamo romanico, vede infatti la sua prima sperimentazione in Francia. Per la precisione, il primo prototipo dello stile romanico d’Oltralpe sorse a Caen, nella bassa Normandia. Esso venne edificato nel 1060 all’interno dell’Abbaye aux Hommes: si tratta della Chiesa di Santo Stefano (Saint Etienne)

Il particolare che accomuna questa struttura con altre che via via porterò alla vostra attenzione è la presenza della doppia torre.









7 Chiesa Saint Etienne - Caen
Una volta ricostruita la nuova abbazia, la comunità dei monaci venne ricorsivamente gratificata dei privilegi concessi dall’autorità imperiale di origine tedesca e la fondazione del monastero fu seguita, a distanza di pochi anni, anche dai cenobi di San Carpofaro e San Giuliano in Como e dall’istituzione di canoniche – San Fedele in città e Sant’Eufemia sull’isola di Comacina – accomunate dalla pratica benedettina. 

Almeno fino al XIII secolo Sant’Abbondio mantenne legami strettissimi con l’episcopato che continuò a concedere innumerevoli favori: alla fine del Duecento il monastero godeva di un patrimonio, costituito di terreni e edifici, talmente vasto che si distribuiva sia in città che nei dintorni, nel contado (l’intera zona lacustre), nell’attuale Canton Ticino, in Valchiavenna e persino in Valtellina.


8 Basilica Sant'Abbondio - cupola presbiterio

Ad avvalorare la tesi, sostenuta da illustri storici dell’arte, secondo cui la basilica di Sant’Abbondio debba essere considerata l’esemplare dello stile romanico diffuso nel resto della nostra penisola, concorrono due precisi fattori: la data della sua consacrazione e l’autore della stessa. 


Infatti, nel 1095, anno che fu decisamente rilevante sul piano della storia europea, la nuova basilica venne consacrata nientepopodimeno che da papa Urbano II.

9 F. Hayez, Papa Urbano II sulla piazza di Clermont







Urbano II, nato Eudes (Ottone) di Lagery, nacque nel 1042 a Châtillon-sur-Marne e, formatosi a Cluny sotto la guida di Ugo il Gande, nel 1078 fu investito della carica di vescovo cardinale di Ostia, direttamente da Gregorio VII. A distanza di un decennio, il 12 marzo del 1088, venne eletto papa in Terracina, in quanto Roma era nelle mani dell’antipapa Clemente III. Fu costantemente sostenitore del programma politico di Gregorio VII, quindi fu un grande sostenitore dei Normanni, e oppositore dell’imperatore Enrico IV. Nel periodo che va dalla investitura a papa, fino alla sua morte, convogliò ogni energia nella Riforma della Chiesa, partendo dall’Italia meridionale ed esplicando un’opera di profonda riorganizzazione sia nell’Italia settentrionale che in Francia e in Germania.

Una volta rianimati i vescovi favorevoli alla riforma, diede inizio a una serie di operazioni tattiche mirate a isolare Enrico IV. Quando ebbe raggiunto il prestigio necessario organizzò una lega lombarda che intercettò Enrico IV, allora in discesa verso l’Italia, e dispose l’incoronazione a re del figlio Corrado, ormai passato dalla sua parte. 

In questo modo, esattamente nel fatidico anno 1095, riuscì a portare a termine tre obiettivi fondamentali. Indisse due importantissimi concili, uno a Piacenza e uno a Clermont-Ferrand, che gli permisero sia di scomunicare solennemente re Filippo I di Francia e di autoproclamarsi capo di tutte le Chiese (dichiarando che i re e i signori gli dovessero prestare giuramento di fedeltà) e, nel novembre dello stesso anno, diede avvio alla prima crociata, organizzata al fine di combattere i nemici della fede, riscattare il Santo Sepolcro, liberare la cristianità d’Oriente dagli oppressori, e con la quale veniva garantita la remissione di ogni penitenza, oltre che la protezione dei beni e delle famiglie dei sostenitori. Essendo egli un uomo estremamente dinamico non si accontentò di fermarsi qui e, infatti, le cronache del tempo ci informano di come, tra un concilio e l’annuncio della prima crociata, Urbano II pensò bene di consacrare anche più di un bene di proprietà della Chiesa, come ad esempio l’altare del monastero di Cluny e la basilica di Sant’Abbondio, a Como.

Col trascorrere dei secoli la storia subì diverse modifiche e con essa anche il nostro edificio. Nel 1475, l’abbazia venne data in commenda, mentre il primo radicale restauro in chiave classicista va fatto risalire al 1586. Nel 1616 la chiesa e l’annesso monastero vennero ceduti alle monache agostiniane di San Tommaso di Civiglio e ciò comportò l’adeguamento dell’edificio ai canoni di Carlo Borromeo. Nel 1863, inoltre, Serafino Battista, insegnante del seminario e studioso di archeologia e epigrafia, promosse il restauro della basilica per restituirne le vesti romaniche. 
Nel corso del Novecento vennero messi a punto ulteriori interventi e, infine, negli ultimi decenni l’annesso monastero è diventato (ed è ancora oggi) sede della facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi dell’Insubria.

La doppia torre, di Saint’Etienne prima e di Sant’Abbondio poi, assunse valenza di vessillo di una politica religiosa, di origini sostanzialmente normanne, che legò la Francia più nordica con l’estremità dell’Italia. 
10 San Sepolcro - Milano

Queste torri gemelle, pertanto, hanno attraversato la Manica, per fondare Canterbury, sono scese attraverso le Alpi per abbracciare Como, hanno lasciato tracce in altre zone del Nord del Paese, tra cui Milano, come ad esempio nella storica chiesa di San Sepolcro, e sono fiorite persino in Sicilia, a Cefalù, dove peraltro Urbano II discese per proteggere la nuova monarchia normanna.  

11 Cefalù - Cattedrale della Trasfigurazione











Orbene, cari amici, la prima parte del nostro viaggio in terra lariana si conclude qui. 

Cosa pensate di questo itinerario?

A presto, un caro saluto a tutti ! ^__^

12 Eccomi a Cefalù (spiaggia, centro e cattedrale sullo sfondo)


FONTI BIBLIOGRAFICHE:
Basilica di Sant’Abbondio, Como: Wikipedia, Enciclopedia Treccani, Lombardia Beni Culturali, Fondazione Provinciale della Comunità Comasca, Italia Nostra, La buona strada di Philippe Daverio
- Chiesa di Santo Stefano a Caen: Wikipedia, Enciclopedia Treccani
- Chiesa di San Sepolcro a Milano: Wikipedia, Lombardia Beni Culturali
- La via Regina: Limes, Rivista Italiana di Geopolitica, Le carte storiche
- Urbano II: Wikipedia, Enciclopedia Treccani

FONTI ICONOGRAFICHE:
le seguenti immagini sono frutto di scatti personali: 1, Como, imbocco portuale; 2, Basilica Sant’Abbondio, facciata; 3, Basilica Sant’Abbondio, abside; 5, Basilica Sant’Abbondio, navata centrale; 6, Basilica Sant’Abbondio, presbiterio; 8, Basilica Sant’Abbondio, cupola presbiterio; 11, Cattedrale della Trasfigurazione a Cefalù; 12 Cefalù: spiaggia, centro urbano e cattedrale sullo sfondo
- immagine 4: Limes Rivista Italiana di Geopolitica, Carte storiche, Tavola Peutingeriana
- immagine 7: Wikipedia, Chiesa di Saint’Etienne, Caen
- immagine 9: Wikipedia, Francesco Hayez, Papa Urbano II sulla piazza di Clermont predica la prima crociata. 1835, Gallerie di Piazza Scala, Artgate Fondazione Cariplo
- immagine 10: Wikipedia, Chiesa di San Sepolcro, Milano 


lunedì 30 aprile 2018

La donna del XX secolo 2: consumo e cultura di massa al femminile






“Donne – tu du du – in cerca di guai”… torniamo a parlare di questioni femminili legate al XX secolo. 


Max Beckmann, Quappi in pink jumper, 
1934, Museo Nacional Thyssen Bornemisza
Madrid
Rispetto all’ultimo post di questa rubrica (lo trovi QUI ) faremo un passo indietro. 
Considerando la vastità dei temi che permeano la storia dell’emancipazione delle donne, capiterà ancora di procedere a passi di formica, di leone e anche, come in questo caso, di gambero. Lo sopporterete? Spero di sì, anche perché purtroppo mi è difficile muovermi diversamente!

Dunque, se vorrete seguirmi, vi condurrò indietro nel tempo, all’inizio del Novecento, per poi scivolare in avanti fino agli anni 40, e lo farò per toccare alcuni punti fondamentali e funzionali alla comprensione di ciò che avverrà nei decenni successivi. Il primo passaggio che affronteremo in tal senso sarà quello della trasformazione delle donne in masse che prende luogo prima di tutto negli Stati Uniti. 

Che cosa significa?
Significa che, entrando nel Novecento, in paesi come gli Stati Uniti si comincia a insistere sull’esigenza di apportare modifiche e uniformazione agli aspetti cruciali della donna. Sempre la solita storia, no? Bene, in questo caso vedremo che tutto questo ha a che fare con la cura della casa e della persona fisica.

Avevamo già visto la donna entrare nelle fabbriche. Ora, però, la sua capacità di razionalizzare il lavoro domestico, come tempo e come rendimento, viene pian piano spostata nella produzione extra domestica e l’occhio vigile e attento della dirigenza maschile ne rimane colpito al punto da prefigurarne nuovi scenari. Da lì a poco politici e industriali concordano su un punto: anche il funzionamento della casa necessita di essere assimilato e integrato all’organizzazione dell’intera società. Così, a partire dal 1920 si assiste a un’offerta di elettrodomestici e attrezzature varie, senza precedenti, che viene indirizzata alla donna. Giusto per non perdere la bussola, vi ricordo che ci troviamo all’inizio del ventennio del “proibizionismo”. Qual è il disegno nascosto? Semplice: la casalinga americana deve diventare sia consumatrice che amministratrice della casa. Non c’è scampo. 

Cotton Club di New York, foto del 1927
Per raggiungere lo scopo, essa viene responsabilizzata a controllare il consumo della propria abitazione e a organizzare e pianificare, accuratamente, i processi familiari. Sempre in quest’ottica, nascono le vendite a rate e i progetti di lunga durata, affinché l’intera popolazione possa accedere ai nuovi indispensabili beni di consumo!   

In men che non si dica i grandi magazzini americani si trasformano in un nuovo spazio pubblico che, guarda un po’, sembra creato apposta perché le donne lo vivano come un luogo di ricreazione e socialità, non solo di consumo – sia chiaro. In questo spazio esse potranno rivestire alcuni ruoli di autorità, sia in veste di acquirenti che di capisettore. Ecco che inizia a delinearsi una nuova cultura di massa.
Siccome le ambizioni sono alte, alla donna americana viene richiesta anche un’apparenza fisica particolarmente accurata. Per cui si procede con la ridefinizione dell’ideale di femminilità. A tale scopo l’industria cosmetica e quella dei vari prodotti igienici si fanno trovare pronti a scodellare ogni genere di proposte.

Ottobre 1924, pubblicità,
Museum Modern Art Library
Così, ispirandosi al motto “la bellezza può essere raggiunta da tutte le donne, se si impegnano sufficientemente” – vi prego di notare la finezza della sottolineatura sull’impegno – inizia il processo di uniformazione dell’aspetto femminile. 

Ma, attenzione: un simile processo sottintende non solo una trasformazione esteriore, bensì anche interiore, e infatti le varie case cosmetiche di quegli anni ruotano costantemente intorno all’idea che sapersi truccare significa “trovare se stesse”.

Pertanto, nel 1921 sul mercato statunitense appare il primo assorbente Kottex, seguito a raffica da una miriade di altri prodotti. Bisogna anche aggiungere che l’industria cosmetica americana di quegli anni guarda anche alle donne di colore, il cui successo personale viene fatto dipendere – ta dam – da capelli stirati e pelle schiarita. 

Annuncio pubblicitario assorbenti Kottex
Ladies Home Journal, 1930, Cambridge
Del resto, c’è poco da meravigliarsi, se si tiene in considerazione che in quegli stessi anni si consumavano i peggiori crimini messi a punto dal movimento Ku Klu Klan.


Assemblea del KKK, 1920 circa
Ma un simile processo di trasformazione non può stare in piedi senza l’ausilio di una oculata concertazione di vari mezzi di comunicazione. 

Entrano quindi in gioco i periodici, la pubblicità e, soprattutto, il cinema.
A quest’ultimo viene assegnato il compito di rafforzare la “cultura della bellezza”. Tra il 1920 e il 1930 gli studi di Hollywood sfornano decine e decine di immagini femminili di grande carisma. Il divismo hollywoodiano diventa anche l’anello principale della trasmissione dei modelli statunitensi nell’Europa a cavallo delle due guerre. Non c’è nulla di meglio di un film per offrire pratiche lezioni di moda, trucco e comportamento. 

Mary Pickford, uno dei modelli
femminili dei film americani
in voga nel 1920
Mentre lasciamo in sospeso l’America che, nel 1929, viene segnata dal tragico crollo della Borsa di Wall Street da cui ebbe inizio la Grande Depressione che sconvolse l’economia mondiale, guardiamo cosa accadde nel vecchio continente.


Annuncio del crollo di Wall Street in una testata del 1929
In Europa, in conseguenza ai grandi cambiamenti economici e di consumo indotti dalla prima guerra mondiale, i processi di trasformazione del lavoro domestico e dell’immagine femminile erano già in corso.

In Francia, per esempio, tra il 1927 e il 1932 viene introdotta l’elettricità in tutte le case e l’estensione del gas. Questo fenomeno si affianca al bisogno crescente di semplificare le mansioni domestiche delle donne borghesi che tendono a cercare un lavoro fuori casa.

Roland Toutain e Nora Gregor inLa regola del gioco
di Jean Renoir, 1939
Tra gli anni ’30 e ’40 a Parigi si affaccia un nuovo stile di vita che include un’inusitata attenzione all’igiene domestica e un radicale cambiamento delle abitudini alimentari: via via scompaiono dalle tavole i piatti tradizionali che richiedono lunghe e complicate preparazioni, per dar spazio a piatti più semplici e presto pronti, come le crudités e i formaggi. Sempre in questi anni si consolida il successo delle industrie dei cosmetici francesi.

Alba tragica, film di Marcel Carné, 1939
Sempre in Francia, nel 1939, il progresso tecnologico nelle case è limitato a pochi elettrodomestici, ma è già cambiata l’immagine della donna e, di conseguenza, sono già cambiati gli aspetti culturali fondamentali. La nuova francese è ora una donna che, anche la sera, appare sorridente attraente, sia nel vestiario che nel trucco.

A stimolare il cambiamento contribuisce in larga misura anche la stampa. Nel 1937, infatti, il nuovo periodico Marie Claire, che mette le cure di bellezza alla portata di tutte le francesi, anche le più disagiate, raggiunge il tetto di 800 mila copie vendute. La ragione di una così alta diffusione sta soprattutto nel basso prezzo che fa della rivista la “Vogue du pauvre”. In questo periodo vanno consolidandosi anche alcune forme tipiche dei mezzi di comunicazione di massa dedicati alle donne, come per esempio la “posta del cuore” e altre rubriche che ospitano discorsi autobiografici che lasciano trasparire il disagio di molte donne nel corso dei grandi cambiamenti. Perfettamente centrato su questi argomenti, Confidences, periodico femminile parigino, nel 1939 arriva a superare largamente il milione di compie vendute.

Copertina Confidences, marzo 1939
Ma questo periodo di fecondità creativa dura poco e viene interrotto nel giugno del 1940 con l’ingresso delle truppe tedesche a Parigi.

Nel prossimo post andremo a vedere cosa accadeva in Italia nello stesso periodo, tra le due guerre…

Cosa ne pensate?

Arrivederci a presto e a tutti un caro saluto!

Per chi fosse interessato a recuperare gli altri miei post sulle donne, ecco il link:





BIBLIOGRAFIA
Storia delle donne, Georges Duby e Michelle Perrot, Vol. V, Laterza, Roma-Bari, 1992, pp. 296-302.
The American Yawp, The new era, americanyawp.com
Cinematografia Francese, Enciclopedia Treccani

ICONOGRAFIA
De Chirico, Ritratto di Isa in abito nero, 1935, Fondazione G. e I. de Chirico, Roma
Dailymail.com, Cotton Club di New York in una foto del 1927
Americanyawp.com, pagina pubblicitaria dell’Ottobre 1924, Museum of Modern Art Library
Ladies Home Journal, annuncio pubblicitario assorbenti Kottex, 1930, Cambridge
Underwood and Underwood, Assemblea del KKK, 1920 circa, Washington,
Americanyawp.com, Mary Pickford in un film del 1920
Daylymail.com, Annuncio crollo di Wall Street
Wikipedia, scena del film La regola del gioco, di Jean Renoir, 1939
Wikipedia, scena del film Alba tragica, Marcel Carné, 1939
E-bay, copertina della rivista Confidences, edizione marzo 1939