lunedì 22 maggio 2017

I Tarocchi classici: le figure negli Arcani minori – i Re




(Per vedere il precedente post sui tarocchi, clicca qui




«Dai dai, conta su... ah beh, sì beh/Ho visto un re/Sa l'ha vist cus'è?/Ha visto un re!/Ah, beh; sì, beh […]/E sempre allegri bisogna stare/che il nostro piangere fa male al re/fa male al ricco e al cardinale/diventan tristi se noi piangiam/e sempre allegri bisogna stare/che il nostro piangere fa male al re/fa male al ricco e al cardinale/diventan tristi se noi piangiam!»

Introduciamo questa puntata dedicata alle figure dei Re nei Tarocchi, con uno stralcio del testo di Dario Fo, tratto dalla celebre canzoneHo visto un re”, inserita in uno spettacolo di canti popolari, andato in scena nel 1969, intitolato “Ci ragiono e canto n°2”.

Locandina di “Ci ragiono e canto, 2”, scritto da Dario Fo nel 1969,
e messo in scena nel 1977 dal Collettivo teatrale La Comune
La versione più popolare della canzone “Ho visto un re” è sicuramente quella incisa, nel 1968, da Enzo Jannacci nel 45 giri della ARC (casa sussidiaria della RCA), ma essa non raggiungerà la notorietà nell’immediato, bensì molti anni dopo. Se vi va, vi racconto com’è andata. 

Nel novembre del 1968, Jannacci tenta di proporla alla televisione di Stato, ma viene inesorabilmente respinto. Il cantante, forte del recente successo di “Vengo anch’io. No, tu no”, ottenuto nella seconda puntata della  trasmissione Canzonissima, aveva deciso di sfidare, nell’immediata fase delle eliminatorie, Gianni Morandi, che si presentava con “Tu che m’hai preso il cuor”.  Invece, trova un muro: i dirigenti Rai glielo impediscono, perché ritengono il testo di questa ballata inadatto al programma. Quel testo è troppo sovversivo.


Copertina del 45 giri della versione di "Ho visto un re", ARC ed.

La notizia della bocciatura della canzone, che l’amico Jannacci aveva provato a introdurre all’interno del festival canoro popolare di timbro istituzionale, non meraviglia più di tanto l'autore del testo, Fo, che, ben sei anni prima, nel 1962, aveva ricevuto, insieme alla moglie, Franca Rame, il “no” della censura da parte dei funzionari di viale Mazzini.

Cos’era accaduto quell’anno?



Dario Fo e Franca Rame, anni 1950-1960
Fo e la Rame vengono chiamati in Rai a condurre – guarda caso – proprio “Canzonissima”. I due conduttori propongono uno sketch, che viene dapprima approvato dalla dirigenza televisiva e, successivamente censurato. La scenetta verteva sui lavoratori impiegati nell’edilizia, ma in quelle ore era in corso la vertenza sindacale che li riguardava. Da quel momento in avanti scoppia uno scandalo che andrà ad occupare le prime pagine dei giornali, coinvolgerà il Parlamento, sfiorerà una riunione dei segretari dell’allora maggioranza di centro sinistra. Dario Fo veniva bollato ufficialmente come un “guastatore”, un personaggio troppo scomodo per le istituzioni e così, a lui e a Franca Rame, viene impedito di affacciarsi sul piccolo schermo.  

A quel punto, i due decidono di muoversi all’interno di altri canali: il teatro alternativo “di piazza”. Ma torniamo all’anno di pubblicazione del disco “Ho visto un re”. Con “Ci ragiono e canto”, filone teatrale e narrativo iniziato nel 1967 e proseguito negli anni successivi, con le versioni 2 e 3, Fo riscopre e rielabora altri canti di protesta della classe sociale più debole, canti attraverso cui emerge, sempre più nitida e cristallina la volontà di lotta del popolo contro la persistenza di un potere ritenuto sempre uguale a se stesso.

Ma in questo periodo di grande fermento concettuale e organizzativo, l’artista si prepara a mettere in scena contestualmente una nuova rappresentazione, nella quale – guarda un po’ – tornerà fuori ancora una volta la figura del Re… anzi, si affacceranno le figure di diversi re – e io ne approfitto per parlarvi ancora un poco di questo grande uomo di teatro, insignito del premio Nobel nel 1997 ;-)   

1970 - Locandina di “Mistero buffo” di e con Dario Fo,
presentata il 23 gennaio al Teatro Alfieri di Asti
Il tour di “Ci ragiono e canto 2”, infatti, s’incrocerà con quello della splendida  “giullarata”, che verrà reiterata fino alla fine da Dario Fo: stiamo parlando di “Mistero Buffo”.   

Mistero Buffo”, come ricorda il regista Molinari, citato nel saggio di Giangilberto Monti, “E sempre allegri dobbiamo stare. Le canzoni del signor Fo”, nasce inizialmente come fabulazione di diversi racconti, che via via, col tempo, si arricchirà, di brani reinventati, tratti dai Vangeli apocrifi, di racconti di origine francoprovenzale, di arlecchinate francesi, di esibizioni dello Zanni (una maschera della Commedia dell’Arte).

copertina di E sempre allegri bisogna staredi Giangilberto Monti, ed. Giunti

Ma c’è di più: all’interno di queste narrazioni farà spesso incursione l’attualità, contribuendo, così, alla realizzazione di infinite varianti dell’opera.

Protagonista assoluto della rappresentazione scenica è il giullare – interpretato chiaramente da Fo – che attraverso la parola, e con un linguaggio mutuato dai dialetti lombardo-veneti e tanti onomatopeismi, sfocianti in un coloratissimo multilinguismo – il grammelot – intrattiene il pubblico dando vita a un’infinità di scene mirate a mettere in luce l’eterna lotta delle classi subalterne contro il potere economico e politico.

“Mistero Buffo” è, un’operazione culturale, ma anche un’operazione politica, è uno spettacolo-conferenza teso ad aprire un dibattito con il pubblico, a smuovere gli animi degli spettatori svelando loro la mistificazione degli avvenimenti storici nel corso dei secoli, per farli giungere a una presa di coscienza sull’attualità. “Mistero Buffo” è uno sberleffo a tutte le convenzioni.

Solo dopo quindici anni dall’estromissione da “Canzonissima”, nel 1977, l’attore e drammaturgo tornerà in televisione, quando Raidue presenterà una serie di puntate dedicate al suo amatissimo “Mistero Buffo”. (Chi vi scrive, che all’epoca frequentava la scuola media, ha conosciuto in quel modo Fo e il suo teatro e, da allora, non l’ha mai abbandonato!)

Come già accennato, non mancano certo le figure dei Re in quella commedia, e fra i tanti episodi di cui è composta, vale la pena di ricordare quello che apre Il primo miracolo del Bambin Gesù, con la scena in cui vengono introdotti i Re Magi e anticipata la presenza un altro re, anch’esso famoso, ma molto più truculento: Erode (episodio de Il primo miracolo del Bambino Gesù, tratto da Mistero Buffo, spettacolo di e con Dario Fo...  non perdetevi il video!).



Ma le tante interpretazioni dei sovrani, che Dario Fo ci ha regalato nel corso della sua lunga, fruttuosa e felice carriera, non finiscono qui poiché ad un certo punto della sua vita disegnerà anche il suo personale mazzo di tarocchi!  

Re di Denari, tratto dal mazzo di Tarocchi
ideati e disegnati da Dario Fo, Dal Negro ed.

Ecco completato il cerchio ;-) e, ora, possiamo proseguire la nostra consueta analisi delle figure negli arcani minori dei Tarocchi di Marsiglia, che oggi, come previsto, si concentrerà sui Re.  















Andiamo ad osservarli …



Già guardandoli insieme notiamo che nessuno di questi personaggi ha lo sguardo rivolto al proprio simbolo, quindi, a differenza delle Regine, i Re ci appaiono consapevoli del proprio ruolo, ma concentrati verso l’altrove: il loro è uno sguardo rivolto al futuro. Si tratta di archetipi risolti, realizzati e prossimi a distaccarsi dal proprio dominio per conquistarne uno nuovo.
Inoltre, solo i Re di Bastoni e di Spade sono giovani e sembrano in procinto di scendere dal trono per muoversi, mentre i Re di Coppe e di Denari sono più anziani e più passivi.

Adesso, avviciniamone uno alla volta…

Re di Spade:
Sebbene lo stile espositivo di Jodorowsky sia molto distante da quello della Tuan, i due autori restituiscono di questo personaggio un profilo abbastanza omogeneo. Il re di Spade emerge, così, come un individuo sui quarant’anni tanto affascinante, in grado di esercitare un pieno controllo sul destino, quanto pericoloso (soprattutto per Jodorosky e io mi sento più vicina alla sua interpretazione). Personalmente trovo inquietanti le due maschere che indossa sulle braccia, una di esse mi sembra severa e l’altra sorridente: come se volesse dirci che, a seconda del lato che vorrà far prevalere, acquisirà nei nostri confronti un atteggiamento e un tono, oppure l’altro. Per questo lo considero sibillino. E trovo allarmante anche vedere che tiene in entrambe le mani due oggetti contundenti: una spada e un pugnale. Per questo lo trovo aggressivo. Nonostante il suo simbolo, la spada, alluda alla vita militare, egli ci appare più come un uomo di intelletto, astuto, seduttivo e ironico. È uno che mira a proporre riforme, ma che non esita a dividere la sua platea per imporsi al meglio, è un fine stratega e anche uno che sfrutta l’ingenuità altrui per affermarsi. Questo re, infatti, può essere un avversario temibile, geniale, grintoso, capace di trovare appoggi ovunque.
Quando la carta appare capovolta, il fascino del personaggio rimane inalterato, ma si esasperano tutte le sue caratteristiche, sia nella direzione dell’inerzia (diventando improduttivo o reticente), sia nella direzione opposta (diventando un soggetto incline all’impulsività, all’esibizionismo, al cinismo, alla boria) 


Re di Coppe:
I due autori concordano appieno nel profilare l’immagine di questo re: un uomo generoso, giusto, onesto, dotato di ferrea volontà volta all’altruismo e alla solidarietà. Questa è la figura di un re anomalo: non è un uomo di comando, ma un uomo al servizio dei propri sudditi. Anche i vestiti che indossa esprimono flessibilità, con la morbidezza delle forme, e la sua posa rivela apertura, disponibilità, serenità.
Secondo la Tuan, nella carta rovesciata si ribaltano di centottanta gradi le caratteristiche appena enunciate: l’uomo serio e benevolo si trasforma in cialtrone, diventa un individuo scaltro e privo di scrupoli, un truffatore, ma anche un violento e un corrotto.


Re di Denari:
Prima di esporvi l’opinione dei due autori, vi anticipo che mi ha sempre incuriosito la postura di questo re. Ai miei occhi, quella gamba incrociata assume un significato di chiusura, magari solo parziale, ma senz’altro importante. È l’unico dei quattro a mostrarsi in questa posa. Potrebbe alludere a un carattere cauto e riflessivo, oppure esitante. Un secondo elemento che mi colpisce molto è che sul capo non porta più la corona, ma un cappello, e questo mi lascia supporre che il nostro re abbia deciso di assumere un aspetto comune per mitigarsi in mezzo ai suoi sudditi e, in questo modo, avvicinarli. Forse è un re che mette in discussione il suo potere? Ma veniamo all’immagine offerta da Jodorowsky e Tuan: per entrambi si tratta di un individuo di successo, fortunato e ricco (che è il retaggio del suo simbolo). Ma, se per la Tuan, si tratta di un uomo potente, per Jodorowsky ci troviamo di fronte a un uomo che ha scelto di non gestire la sua potenza, ma di lasciarsi guidare dalla volontà dell’universo.
Secondo la Tuan, inoltre, con il capovolgimento della carta assistiamo al ribaltamento morale di questa figura, che diventa falsa, inaffidabile, viziosa e priva di scrupoli, pur conservando ricchezza e fascino.   

Re di Bastoni:
L’abbigliamento e la posa esprimono forza, risolutezza, rigore, equilibrio, ma anche un pizzico di rigidità. L’interpretazione dei due autori non presenta differenze sostanziali sul carattere conferito a questo re: egli rappresenta una persona onesta, equilibrata e saggia, molto diretta nelle proprie azioni. Ci troviamo di fronte a un uomo d’azione, non un filosofo, quanto semmai una persona determinata e fattiva, consapevole di essere in grado di costruire e distruggere, ma non sulla base di un mero capriccio. In ogni caso, si tratta di una figura che ama il potere e tende a concentrarlo su sé.
Per Laura Tuan, il capovolgimento della carta allude alla trasfigurazione etica del carattere di questo individuo, che conserva potere e determinazione, ma incarna le caratteristiche dell’uomo poco tollerante, severo fino all’insensibilità e con una doppia morale: quella per sé e quella per gli altri.

Siamo giunti alla fine del nostro viaggio intorno ai re. Cosa ne pensate?

Come vi appaiono i singoli sovrani e quali caratteristiche vi evocano?

Nel ricordarvi che l’analisi delle figure degli arcani minori continuerà con i cavalieri, vi saluto e vi auguro il meglio. :-)
Arrivederci al prossimo post! 


BIBLIOGRAFIA:
E sempre allegri bisogna stare, le canzoni del signor Dario Fo, Giangilberto Monti, edizione Giunti
La via dei Tarocchi, Alejandro Jodorowsky, Marianne Costa, Feltrinelli
Il linguaggio segreto dei Tarocchi, Laura Tuan, De Vecchi Editore

ICONOGRAFIA:
Locandina dello spettacolo “Ci ragiono e canto, 2”, scritto da Dario Fo nel 1969, e messo in scena nel 1977 dal Collettivo teatrale La Comune. Fonte: antiwarsongs.org
Copertina del 45 giri della versione di Ho visto un re, di Jannacci, Merenda, ARC ed. Fonte: Massive Music Store
Dario Fo e Franca Rame, anni 1950-1960. Fonte: Sole 24 Ore
Locandina di “Mistero buffo” di e con Dario Fo, presentata il 23 gennaio al Teatro Alfieri di Asti. Fonte: sito di Franca Rame
Copertina di E sempre allegri bisogna stare, di Giangilberto Monti, ed. Giunti. Fonte: Giunti editore
Episodio de Il primo miracolo del Bambino Gesù, tratto da Mistero Buffo, spettacolo di e con Dario Fo. Fonte: YouTube
Re di Denari, tratto dal mazzo di Tarocchi ideati e disegnati da Dario Fo, Dal Negro ed. Fonte: Dal Negro editore
Le rimanenti immagini, raffiguranti gli arcani dei quattro re all’interno del mazzo dei Tarocchi di Marsiglia – edizione Dal Negro – sono frutto di scatti personali 


giovedì 18 maggio 2017

Contaminazioni e ispirazioni in arte/3







PARTE SECONDA 

Come promesso, prosegue la seconda parte del nostro viaggio nelle contaminazioni in arte. 

Come già detto nella puntata precedente (per accedervi clicca qui), Caravaggio ispirò un’intera generazione di artisti. Fu talmente innovativo e rivoluzionario che, dopo di lui, chiunque volesse mettersi in gioco con la pittura dovette necessariamente confrontarsi con il grande maestro. Non solo dal punto di vista tecnico, ma a tutto tondo.
Partendo dalla tela de I bari, vi propongo un’opera di un artista che nasce nell’anno in cui il Merisi intraprende il viaggio da Milano verso Roma.
Vi parlo di questo autore: Georges de la Tour.

De la Tour nasce nel 1593 in Lorena, nel vescovato di Metz, uno stato cuscinetto, tra Francia, Fiandre e la Repubblica delle Sette province di Olanda, sorto dalla divisione dell’impero di Carlo Magno, governato dal duca Carlo III di Lorena, e legato, nella politica come nell’arte, al sistema europeo e a Roma.
Come vedremo, l’influenza di Caravaggio su questo pittore sarà imprescindibile. Tuttavia, il modo in cui de la Tour entrerà in contatto con le opere di Caravaggio è un po’ più complicato da descrivere, ma ci proverò…
Una decina d’anni prima della nascita di quest’artista, proprio nella Repubblica delle Sette province di Olanda, si forma un gruppo di pittori che hanno studiato a Roma e che sono rimasti profondamente influenzati dall’opera caravaggesca. Si tratta di Hendrick ter Bruggen, Gerrit van Honthorst e Dirk van Baburen e l’influenza di questi tre signori, probabilmente, sarà fondamentale per la formazione di Georges de la Tour e di altri suoi concittadini.

Il ducato di Lorena, come dicevo, aveva sempre avuto uno strettissimo rapporto con l’Italia, anche dal punto di vista politico: Carlo III di Lorena era stato educato alla corte francese di Enrico II e di Caterina de’ Medici e, in seguito ne aveva sposato la figlia, Claudia di Valois. A Carlo III, che morirà nel 1608, succederà il primo figlio, Enrico II di Lorena, che in seconde nozze sposerà Margherita Gonzaga, figlia del duca di Mantova e del Monferrato. Alla nascita della prima figlia della coppia, Nicoletta, Ferdinando Gonzaga, fratello di Margherita, donerà alla sorella, Margherita, uno degli ultimi dipinti di Caravaggio, l’Annunciazione. Come è facile intuire, a quell'epoca, tutti i giovani artisti in cerca di affermazione in terra di Lorena, erano interessati a quel dipinto, che  rappresentava il nuovo linguaggio pittorico, cui attingere e ispirarsi. 

Georges de la Tour è un piccolo provinciale, figlio di panettieri, dunque appartenente alla medio-borghesia, e della sua formazione come pittore non si sa praticamente nulla. Qualche cronista ha lasciato supporre che avesse soggiornato in Italia durante i primi anni di attività, altri hanno lasciato intendere che avesse conosciuto l’arte del maestro italiano attraverso il gruppo dei tre pittori caravaggeschi olandesi di cui vi ho parlato poc’anzi. Le ipotesi restano aperte.

Quello che è certo è che de la Tour, nel 1618, a venticinque anni, sposerà una ragazza della piccola nobiltà locale, Diana le Nerf e in questo modo acquisirà il titolo nobiliare, oltre a una vita decisamente agiata. Nello stesso anno si trasferirà a Lunéville, dove aprirà una bottega, che arriverà ad avere ben cinque apprendisti, e inizierà a ricevere commissioni dal duca Enrico II e dai dignitari di corte.
Nel frattempo è in corso la guerra dei Trent’anni e Lunéville viene investita da malattie e carestie. Il contesto è minaccioso e le cronache riportano più di un atto giudiziario a carico dell’artista, il quale viene descritto come uomo particolarmente violento, facilmente irascibile, vanitoso e avido, sempre pronto ad aggredire chiunque tentasse di compromettere i suoi privilegi nobiliari.

Nel 1635, circa, La Tour decide di abbandonare Lunéville per rifugiarsi, con la famiglia, prima a Nancy e poi a Parigi, dove diventerà Pittore ordinario del Re, titolo che conserverà per almeno vent’anni. 
Nel 1644 farà nuovamente ritorno in Lorena, a Lunéville, dove, a causa di un’epidemia, morirà insieme alla moglie, il 30 gennaio del 1652.   

La tela che andremo ad analizzare ora s’intitola Il baro ed è una sorprendente reinterpretazione del capolavoro di Caravaggio.

Georges de la Tour, Il baro con l’asso di quadri, 1635 circa, Parigi, Musée du Louvre

L’opera – una vera danza di sguardi e di mani, che sembrano correre dappertutto e posarsi dove non devono – raffigura due uomini e una donna che giocano a carte, oltre a una domestica che osserva il loro gioco e serve da bere. I soggetti sono riuniti intorno a un tavolo ricoperto da una tovaglia sulla quale spiccano due gruzzoli di monete d’oro, a indicare l’entità della scommessa e il rischio derivante. Ognuno di loro è illuminato da una luce bianca e fredda proveniente da una fonte fuori campo, che creando un suggestivo chiaroscuro, conferisce alla scena un carattere misterioso e inquietante: i personaggi sembrano apparire dal nulla, come se si fosse tirato il sipario su una scena teatrale.


Ma non deve sfuggirci che fu Caravaggio ad accentuare i violenti contrasti di luce e ombra e, come possiamo vedere nella Vocazione di san Matteo, del 1599-1600, uno degli affreschi all’interno della Cappella Contarelli, fu sempre lui a far provenire la luce da una fonte esterna alla rappresentazione, creando in quel modo un’intensa teatralità della scena

Caravaggio, Vocazione di san Matteo, 1599-1600,Roma, San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli  
  


Osserviamo, dunque, i personaggi de Il baro, di La Tour: 


La vittima è un giovane, con i tratti paffuti da adolescente, che a giudicare dalla ricercatezza degli abiti e degli accessori che indossa, appartiene a una buona famiglia. Questo ragazzo, tentato dal vizio, del gioco, del vino e delle donne, si è allontanato dalla retta via per raggiungere i bassifondi, e qui viene rappresentato leggermente in disparte rispetto al gruppo, con gli occhi abbassati, più sognanti che concentrati sulla competizione: è inconsapevole di ciò che gli sta accadendo. anche in questo caso il messaggio è moraleggiante (almeno, in apparenza).  


Il baro, che dona il titolo all’opera, è rappresentato di tre quarti, con il viso in ombra, seduto a un’estremità della tavola. Con la mano destra, regge le carte e con la sinistra sfila dalla cintura un asso di quadri, ma l’artista ci fa vedere che la cintura trattiene anche un asso di picche, già pronto da essere utilizzato all’occorrenza. Il suo sguardo è assorto in un calcolo mentale, astuto e veloce.



Al centro della scena, inondata dalla luce, vi è una donna dalla pelle chiara come la luna che cattura immediatamente gli occhi dello spettatore: è con molte probabilità una prostituta che ha attirato la sua giovane vittima in un gioco truccato.

La donna cerca di intercettare con lo sguardo quello della domestica, la quale, a sua volta, ruota il suo verso l’osservatore che diventa testimone inatteso dell’intera scena.

Insomma, La Tour si dimostra un’artista difficile da descrivere e da collocare, possiamo però dire che è uno sperimentatore che riesce a stupire e sedurre. La sua opera, nella quale mescola uno strano senso di gravità e un’ironia tagliente, si rivela di una modernità sorprendente. 

In quali anfratti Caravaggio e La Tour saranno andati a cercare questi loro ambigui personaggi? Perché, diciamolo pure, non sembrano affatto frutto dell’immaginazione, ma tremendamente reali. Comunque siano andate le cose, vien da pensare che Caravaggio sarebbe stato orgoglioso del suo "allievo"  ;-)

Cari amici, il viaggio odierno è giunto a conclusione, mi auguro che sia stato di vostro gradimento e vi chiedo: “quali particolari vi hanno colpito di più e perché?”

Arrivederci al prossimo post! :-)



BIBLIOGRAFIA:

Philippe Daverio, I capolavori dell'arte, Georges de la Tour - Corriere della Sera editore
A. Brejon de Lavergnée, J.-P. Cuzin, I caravaggeschi francesi, Roma, Villa Medici, 15 novembre 1973 - 20 giugno 1974, schede del catalogo della mostra, De Luca ed.

ICONOGRAFIA:

Georges de la Tour, Il baro, 1635 circa, Parigi, Musée du Louvre



lunedì 15 maggio 2017

Contaminazioni e ispirazioni in arte/2







PRIMA PARTE

Come promesso, torno a chiacchierare con voi di contaminazione nel mondo della pittura.

Oggi, nel sistemare alcuni libri, mi è caduto l’occhio su un particolare dipinto dal quale ho tratto l’ispirazione per questo articolo.

Le tele che prenderemo in esame ci restituiranno uno spaccato di vita quotidiana nel quale vi è racchiuso qualcosa di cupo ed equivoco.
Ogni elemento di queste opere – quei volti, quegli sguardi, quelle pose, e quegli inediti giochi di luce che osserveremo –  mette in risalto la forma delle ombre, ombre che spingono a immaginare nei rispettivi artisti un trascorso di strane avventure, o che, quantomeno, lasciano supporre che dalla loro immaginazione sia emerso un corrispettivo visionario e simbolico di una interiorità sofferta.

Siete curiosi di scoprire di chi e di cosa sto per parlarvi?
Comincio a svelarvi il tema: entrambe le tele riguardano il gioco d’azzardo, o meglio la narrazione di una storia inquietante legata alle carte e, più in particolare, alla figura dei bari.

I quadri che andremo ad approcciare, infatti, parlano soprattutto di stati d’animo e di ritmo che rimandano a sensazioni vertiginose, perché portano a galla un animo turbato, ansioso e instancabilmente coinvolto, un abisso amaro e non meno indomabile e selvaggio, che nasce dal volto di personaggi tanto comuni da poter essere rappresentativi di chiunque. Quante maschere può indossare l’uomo? Fino a che punto può spingersi la perversione umana? Ebbene, in queste opere si riflettono i turbamenti profondi ed inconsci dell'io, inconoscibili, inesplicabilmente e crudelmente rinnovati dalla contraddittorietà della vita.

Come avrete capito, diamo inizio alla prima parte di questo viaggio partendo dalla tela di uno degli artisti più rivoluzionari della seconda metà del Cinquecento, che influenzerà il lavoro di innumerevoli colleghi sparsi in giro per il mondo: Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio.  


Prima di soffermarmi sul quadro, vorrei parlare della vita del pittore.

Ottavio Leoni,
Ritratto di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio,
1621 circa, Firenze Biblioteca Marucelliana

Caravaggio nasce nel settembre del 1571, a Milano, allora centro della Controriforma dominata, dapprima da Carlo Borromeo, che prese parte direttamente al Concilio di Trento e, in seguito, dal cugino, il cardinal Federico Borromeo (che nel romanzo I Promessi Sposi del Manzoni ricoprirà il duplice ruolo di personaggio e di fonte). Entrambi i Borromeo contrastarono apertamente la visione protestante e influenzarono ampiamente l’opera artistica, attraverso un severo controllo messo in atto dalle autorità ecclesiastiche locali.
In questa città, l’artista inizia la sua formazione presso il pittore Simone Peterzano, esponente del tardo manierismo lombardo e, a sua volta, allievo di Tiziano. Intanto, in quegli anni, Milano sta diventando sempre più influente per la Spagna e, contestualmente, la Spagna esercita un dominio diretto sul Ducato di Milano, sull’Italia meridionale e presso la zona più a sud della Toscana. Ma l’ambizioso sogno ispanico di espansione territoriale è in procinto di ricevere uno dei più formidabili affondi, con il disastro della Invincible Armada, del 1588, che segnerà l’inizio della lunga guerra delle Fiandre e il primo passo verso la successiva guerra dei Trent’anni.

Da personaggio impulsivo e irrequieto qual è, sente che la sua arte non potrà mai sbocciare in un simile contesto, quindi, intorno al 1593, prepara il fagotto e si muove alla volta di Roma, città dove tutte le tensioni giungono e si riassumono, che sta vivendo il momento della sua più forte mutazione urbanistica. 
Secondo alcuni cronisti dell’epoca, il vero motivo dell’abbandono di Milano va ricercato nelle frequenti risse tra bande di giovani alle quali il pittore prendeva frequentemente parte.
Ad ogni modo, qui a Roma inizia a creare alcune scene di genere, come Giovane con canestro di frutta, e a lavorare nella bottega di Giuseppe Cesari, detto Cavalier d’Arpino. Intorno al 1595, finalmente, conosce colui che diventerà il suo primo potente protettore romano, il cardinale Francesco Maria del Monte, grandissimo appassionato d’arte che, colpito dalla pittura di questo giovane artista, acquisterà alcuni suoi quadri, tra cui il nostro oggetto di discussione, I bari, e gli commissionerà la decorazione del gabinetto alchemico del suo palazzo, oltre ad alcuni dipinti, tra cui il Concerto, La buona ventura, il Suonatore di liuto, la Medusa e, probabilmente il Bacco. Nel giro di pochi anni la fama del Caravaggio sale all’interno dei più importanti salotti della nobiltà romana trasformandolo presto in un mito vivente per un’intera generazione di pittori che a lui si si ispireranno. Nel 1599 riceve la prima commissione pubblica per tre grandi tele da collocare all’interno della Cappella Contarelli, presso la Chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma. Negli anni immediatamente successivi lavora al Riposo durante la fuga in Egitto, la Deposizione nel sepolcro, la Madonna dei Palafrenieri, la Morte della Vergine.

Nel frattempo, negli ambienti culturali disseminati lungo tutta la penisola, vanno diffondendosi le innovative idee di Giordano Bruno, Paolo Sarpi, Tommaso Campanella e Galileo Galilei.
Ma la personalità del Merisi non si esaurisce certo nella sua arte e nella sua acuta recettività alle idee circolanti e saranno, infatti, le frequentazioni di ambienti opachi, come ben suggerisce la scena rappresentata ne I bari, a parlarci della negativa condizione di quest’uomo che non può sfuggire ai suoi limiti ed ai condizionamenti della sua natura, contraddittoriamente oscillante nella ricerca di una realizzazione sublime ed un equilibrio impossibile da trovare.

Costretto a fuggire da Roma, perché condannato alla decapitazione dopo aver ucciso un uomo durante una rissa, forse a causa di un debito di gioco non pagato, forse per una donna, o forse per ragioni politiche, Caravaggio giunge a Napoli, dove continua a produrre alcune opere, tra cui l’Annunciazione, che rimarrà incompiuta, poi si trasferisce a Malta, poi viene di nuovo arrestato e fugge a Siracusa, Messina, Palermo, e di nuovo a Napoli. Intenzionato a tornare a Roma, poiché confida nell’appoggio di Papa Paolo V, che gli lascia intravedere la possibilità di concedergli la grazia, nel 1606 sbarca a Porto Ercole, dove viene arrestato per errore e rilasciato nel giro di pochi giorni, per motivi di salute. Ma il 18 luglio del 1610 morirà sulla spiaggia dell’Argentario inseguito dalle polizie segrete di mezzo mondo, qualche giorno prima di ottenere l’agognata grazia.  

Ed ora concentriamoci sull’opera: I bari

Caravaggio, I bari, 1596 c.a, Forth Worth, Kimbell Art Museum

Ecco tre uomini che giocano a carte intorno a un tavolo ricoperto da una lussuosa tovaglia damascata.
Il più giovane, dall’espressione del viso serena, appare assorbito dal gioco, mentre i suoi due avversari lo fissano senza distogliere lo sguardo per apprestarsi a truffarlo.
Il baro ci appare in primo piano, vestito di colori sgargianti e con una lunga piuma sul cappello. È armato di un pugnale che indossa sul fianco, appeso alla cintura, ed è appoggiato al tavolo attendendo con ansia la mossa dell’avversario.



Il giovane, assorto nel suo gioco, non si accorge che l’uomo alle sue spalle è un complice dell’avversario al quale sta indicando preziosi suggerimenti. Il baro, infatti, sulla base di quelle indicazioni, sta estraendo alcune carte nascoste nella cintura.



Lo sguardo e la postura rivelano nell’immediato la natura di ciascun protagonista, ma Caravaggio è molto sottile e utilizza anche altri indicatori. Per esempio, i colori e i tessuti delle vesti e le loro decorazioni: di pregio, nella giovane vittima e più vistosi e grossolani nei due truffatori.

Oppure, alcuni dettagli: il pugnale indossato dal baro, i guanti bucati del suggeritore, che narrano di un uomo avvezzo a sentire in quel modo le carte segnate.

Tutta la scena si svolge in un ambiente reale, abitata da uomini comuni e l’artista ce la racconta con dovizia di particolari, senza mai scivolare nella caricatura.

Straordinario, poi è come il modo in cui il Caravaggio usa la luce: la studia sotto ogni aspetto, soprattutto quello simbolico, e la impiega per investire alcuni dettagli delle figure dei personaggi, guidando, in questo modo, l’occhio dell’osservatore verso il significato più profondo, spirituale, morale, del dipinto: egli mette a fuoco l’anima, e ne porta alla luce le ombre.

La prima parte del nostro viaggio nelle corrispondenze finisce qui. Mi auguro che sia stata di vostro gradimento e vi invito a seguire la seconda parte, che verrà pubblicata giovedì.

Conoscevate questo dipinto?
Vi sono altri elementi che mettereste in luce?

Buon lunedì e arrivederci alla seconda parte con il seguito della puntata :-)









BIBLIOGRAFIA:
Caravaggio, L'opera completa, Rizzoli, 1967, Collana I Classici dell'arte, volume 6
Anna Maria Panzera, Caravaggio e Giordano Bruno fra nuova arte e nuova scienza. La bellezza dell’artefice, Fratelli Palombi Editori, 1994
G.C. Argan, Storia dell'arte italiana – Sansoni


ICONOGRAFIA:
Caravaggio, I bari, 1596 circa, Forth Worth, Kimbell Art Museum
Ottavio Leoni, Ritratto di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, 1621 circa, Firenze Biblioteca Marucelliana