lunedì 24 luglio 2017

Milano e la scomparsa del Bottonuto




Ancora una volta mi ritrovo a trattare fatti del passato. Eppure vi posso garantire che il mio intento è di parlarvi del futuro.
Sto dando i numeri? No!

Passato e futuro sono gli estremi temporali entro i quali si dipana il nostro vivere quotidiano ed entrambi sono indispensabili per il nostro continuare ad esistere.

Il passato è importante: a livello individuale, perché ci ricorda da dove veniamo e ci fa capire chi siamo; a livello collettivo, perché su di esso si configura il senso di identità che discende dal sentirsi coralmente attori di una storia collettiva. 

Ma, soprattutto, senza un passato non può esserci nemmeno un futuro.

Ecco allora spiegata l’importanza della memoria, una memoria intessuta di tanti ricordi, macroscopici e microscopici, che non deve essere interrotta.
Ebbene, sarò tignosa, ma penso che i ricordi non vadano intesi come una gradevole fotografia, statica, immutabile, alla quale guardare distrattamente e magari assegnare un like.    
Sono convinta che i ricordi richiedano di essere vivificati e resi accessibili, quindi, dal mio angolo virtuale, vorrei contribuire continuando a divulgare minuscoli pezzetti di memoria.

Così, dopo aver pubblicato il post sulla storia dei Navigli milanesi ( Viaggio nell’acqua a… Milano ) vi voglio raccontare della scomparsa di ciò che un tempo era il cuore di Milano, di come e perché è profondamente mutato.

Ecco perché oggi vi parlerò dell'antico centro storico di questa città e, in particolare, del quartiere Bottonuto





Il Bottonuto era collocato in un rettangolo racchiuso tra Piazza Missori e le attuali vie: Unione, Cappellari, Falcone, Larga. 

Di fronte al sacello di San Satiro cominciava la Contrada dei Tre Re (intesi come i Re Magi), poi diventata Via Tre Alberghi che, passando per il Bottonuto, permetteva di raggiungere le contrade di Pantano e di Chiaravalle.

Il nome Bottonuto deriva da bottino, ovvero un canale nel quale anticamente venivano convogliate le acque del fiume Seveso, che in seguito diede vita a un laghetto. Affacciata a questo laghetto, che fungeva da porticciolo, venne edificata una pusterla tra le mura romane: era il Bottonuto. Il laghetto venne prosciugato già nel I secolo d.C. a causa di frequenti allagamenti (come ricordano i nomi delle vie, Pantano e Poslaghetto) e si trasformò in un brolo, ossia un grande prato. Oggi, laddove sorgeva il brolo, è nata Via Larga.

Nel XIV secolo, questa pusterla entrò fra i possedimenti dei Visconti e Bernabò (tanto caro alla mia amica Cristina, titolare del blog Il Manoscritto del Cavaliere ) la utilizzò come camminamento che collegava il suo palazzo di S. Giovanni in Conca, la famosa Ca’ di Can, con il palazzo Ducale, ovvero l’odierno Palazzo Reale.

In questa foto, scattata in Via del Cappello, si intravede il sacello di San Satiro

Dove un tempo si trovava la Pusterla si formò una piccola piazza a forma di trapezio che andava a incrociarsi con Via Larga e si snodava in due contrade: quella di Pantano e quella di Chiaravalle.
Da quell'area, che prese il nome di Contrada del Bottonuto, partiva la Contrada dei Tre Re. L'insieme di tutte queste contrade diede origine al quartiere Bottonuto.

In occasione della peste, nel 1606, come in altre zone della città, venne elevato in mezzo al Bottonuto un obelisco di granito rosso di Baveno che poggiava su quattro palle di ottone e aveva alla sommità una croce, che doveva ricordare la Passione di Cristo. La croce dedicata a San Glicerio vescovo milanese attivo tra il 436 e il 438, venne posta in quel luogo per permettere ai fedeli di pregare non uscendo di casa per il pericolo del contagio. Il crocefisso venne benedetto solo nel 1607, un anno più tardi, dal cardinale Federico Borromeo. La sua croce venne sostituita, circa un secolo più tardi, con una stella e nel 1787 l’intero obelisco, ritenuto d'ingombro per la circolazione dei carri, venne trasferito all’incrocio tra Via Marina e Via Boschetti (dietro corso Venezia), dove lo possiamo ammirare ancora oggi. 


l'obelisco tra Via Marina e Via Boschetti.  


Ma torniamo al quartiere Bottonuto.

Piantina della zona estrapolata dal video di Andrea Rui
Dovete sapere che l’antica Contrada dei Tre Re, poi diventata Via dei Tre Alberghi rimase per anni l’asse viario più importante dei commerci di Milano. 

Qui aveva anche sede uno dei più antichi alberghi della città, l’Albergo dei Tre Re, conosciuto già nel 1476. La contrada prendeva il nome da un tabernacolo dell’Adorazione dei Magi, che venne poi riportato su tela, nel 1723, da Jacopo Paravicini.
A questo primo albergo si aggiunse l’Albergo Cappello, costruito dove si trovava l’antica locanda del Capppello Rosso, all’angolo tra Via Tre Alberghi e Via Falcone, e si aggiunsero anche l’Albergo Reale e l'Hotel Suisse. 

incisione del cortile interno all’Hotel Suisse

Si trattava, dunque, di una zona vivacissima, con un traffico continuo di carrozze che portavano i viaggiatori da tutta la Lombardia.

Oggi, l’unica via sopravvissuta, ma completamente trasformata, di quel dedalo di viuzze che era il vero cuore di Milano, è la Paolo da Cannobio.



Via Paolo da Cannobio, 1940
Ma come mai è scomparso il Bottonuto?
E come mai anche i quartieri circostanti hanno subito un radicale stravolgimento?

Ebbene, quella porzione di città divenne il bersaglio di uno dei più devastanti progetti urbanistici.

Siamo nei primi anni del ventennio fascista e il Comune di Milano stipula un accordo con una società italo-americana per la costruzione di un edificio a dieci piani, che avrebbe ospitato due sotterranei, da adibire a garage, uffici, magazzini, negozi, un albergo di 400 stanze e un cinema da 3.000 posti. 

Fatto l’accordo, inizia l’operazione mediatica di diffamazione delle vie del Bottonuto che ha l’obiettivo di declassarne il valore e trovare consensi per la demolizione. 
In men che non si dica si diffonde in tutta Milano un cicaleccio secondo cui per passare nelle vie del Bottonuto ci si debba tappare il naso a causa del forte odore di fogna, ci si debba coprire gli occhi per non assistere a scene indecenti di prostitute pronte a vendersi al primo che passa, si debba tener stretto il portafogli per non venir derubati dai tanti ladri che vivono in quelle strade. Insomma, il peggio del peggio, secondo quelle voci, è concentrato unicamente in quella zona.

Si compie in questo modo uno scempio che fa terra bruciata di secoli di storia.

L’antico rione, ormai abitato da povera gente, piccoli artigiani, probabilmente anche da qualche malvivente e prostituta, non riesce a difendersi. 
Così, in nome dell’igiene e della morale, il Bottonuto viene via via demolito e la speculazione ha inizio. 

Via S. Giovanni in Laterano
Sebbene la maggior parte delle fotografie mostrino un quartiere lasciato andare al degrado, in verità quelle strade erano ricche di vita e non così devastate. In esse si concentravano osterie, negozi di alimentari, cantine di vini.

Vicolo di San Giovanni in Conca
Anche l’immagine dei cortili interni delle case di ringhiera del Bottonuto ci racconta di un'area cittadina popolare, senz'altro, ma dignitosa, a misura d’uomo. Un'area che ha dovuto cedere il passo a grandi uffici e casermoni senza personalità, poi soppiantati da grattacieli anonimi sorti in diversi luoghi della metropoli e molto più adatti alle nuove esigenze commerciali. 

I cortili delle case di ringhiera del Bottonuto

Solo dopo un decennio, nel 1937, iniziano le prime proteste dei milanesi allo stravolgimento del cuore cittadino. Proteste che, però non hanno il potere di incidere minimamente sulle decisioni dell’amministrazione. Nel frattempo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale compiono ulteriori devastazioni.

Vicolo San Giovanni Laterano
prima della demolizione
per l'apertura di Piazza Diaz, 1920-25

Giunge il 1953, quando viene messo a punto un progetto che prevede la realizzazione di una grande arteria a scorrimento veloce per le auto che avrebbe dovuto collegare piazza San Babila a via Vincenzo Monti. 

Via Bottonuto angolo Vicolo delle Quaglie 1934-37
Per realizzare questo raccordo, chiamato Racchetta, viene prevista la demolizione dell'intero centro storico. 

Vengono così rasi al suolo il quartiere Pasquirolo, il quartiere Verziere e Via Larga, tutti adiacenti al vecchio Bottonuto.
La Racchetta, tuttavia, non verrà mai ultimata, si fermerà nei pressi di Piazza Missori, ma il cuore della città è stato cancellato.

Così, agli occhi dei milanesi degli anni '50 si presenta lo scenario di un centro squarciato e anonimo.

A quel punto, urge ridare personalità a questo spazio urbano e per raggiungere lo scopo, dopo l'edificazione del palazzo dell'Ina, ormai iniziata da qualche anno, viene simulata la costruzione della Torre Martini. Dapprima si procede con la realizzazione di una struttura tubolare per verificarne l’impatto ambientale. La Torre Martini verrà realizzata solo tra il 1956 e 1958.

Simulazione della Torre Martini
realizzata con struttura tubolare
Per la demolizione dei vecchi quartieri, la realizzazione della Racchetta e della Torre Martini, viene impiegata mano d’opera poco specializzata: un bacino elettorale che sarebbe rimasto riconoscente a vita verso le varie amministrazioni, per l’occasione offerta.


Piazza Diaz, 1955
inizio costruzione parcheggio sotterraneo
Il centro di Milano, come quello di tante altre città, in questo modo, si è spopolato dei suoi residenti, dei suoi negozi tipici e di molti spazi culturali (vogliamo parlare dei cinema milanesi trasformati in favore della colonizzazione delle grandi catene in nome della globalizzazione?) per dar spazio al nuovo.


Si sarebbe potuto optare per un'altra soluzione? Chissà.

E voi, cosa ne pensate?








BIBLIOGRAFIA:

Antonio Cassi Ramelli, Il centro di Milano, edizione Ceschina

ICONOGRAFIA:

Immagini estrapolate dal video di Andrea Rui:

  • -         Via del Cappello, scorrcio del sacello di San Satiro
  • -         Piantina con i riferimenti agli alberghi del Bottonuto
  • -         Incisione del cortile interno all’Hotel Suisse
  • -         Via Visconti in direzione di Via Paolo da Cannobio
  • -         Vicolo di San Giovanni in Conca
  • -         I cortili delle case di ringhiera del Bottonuto

Immagini scaricate dal sito Milàn l'era inscì Urbanfile, Flickr.com:

  • -         Via Paolo da Cannobio, nel 1940
  • -         Via S. Giovanni in Laterano
  • -      Vicolo San Giovanni Laterano prima della sua demolizione per l'apertura di Piazza Diaz, 1920-25
  • -         Via Bottonuto angolo Vicolo delle Quaglie 1934-37
  • -         Milano 1949, i resti del Bottonuto
  • -         Piazza Diaz, 1955 inizio della costruzione del parcheggio sotterraneo
  • -         Simulazione della Torre Martini 

Immagine scaricata dal sito Milano Post


  • obelisco di Via Marini


Immagine estrapolata da Google Maps:

  • -         Mappa del centro di Milano, da me successivamente arricchita di un riquadro rosso a indicare la collocazione del Bottonuto




4 commenti:

  1. Arrivo tardi, ma non potevo certamente perdermi questo post su Milano e su un quartiere di cui ho sentito parlare come scomparso, ma che non conoscevo. Quindi grazie per questa bella panoramica! Il mio piacere raddoppia quando mi vedo menzionata nell'articolo come cronista ufficiale di messer Bernabò Visconti, che, come avrete capito, era come il prezzemolo... o meglio come la gramigna. Non tutti lo sanno, ma rimase al potere per circa trent'anni che non erano certamente pochi per l'epoca.

    Mi hanno colpito molto i nomi delle vie, e soprattutto quelle degli alberghi: sono degni di un giallo o di un noir, o magari qualcuno ci ha già pensato. Le foto in bianco e nero della vecchia Milano sono affascinanti. Sicuramente v'era del degrado, ma da qui a radere al suolo un quartiere ce ne passa.... un po' come era accaduto per i Navigli.

    Nella mia stramberia, però, sono convinta che continui a esistere una città in filigrana, quella distrutta, quindi non soltanto il Bottonuto, ma anche indietro nel tempo la Milano medievale, e quella dei Romani e dei Celti. Come se fossero dei lucidi messi uno sopra l'altro, solo che non riusciamo più a vederle.

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    1. Sì, esattamente come era successo per i Navigli ed è per questo che ho voluto far seguire subito dopo quel post anche questo.
      Non è affatto una stramberia, invece, la tua idea della città in filigrana. È proprio così e lo si trova molto spesso in tantissimi comuni. Riguardo all'intercettare i resti degli antichi splendori cittadini credo vi sia un'unica possibilità e cioè di trasformarci in piccoli "detective". :-) Sul perché si sia giunti a queste condizioni, penso che, da una parte, esista l'attenuante di non poter conservare tutto il patrimonio storico locale (l'Italia è un territorio che vanta una storia lunghissima), dall'altra però ci sia anche tanta incompetenza amministrativa...
      Grazie del bellissimo commento, Cri e di aver citato il mio pezzo riguardante i Navigli sul tuo ultimo post! :))

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    2. Ritorno qui dopo aver letto il tuo ringraziamento nel mio blog, ma sarei ripassata comunque per leggere la risposta. ;) Quando dicevo della città in filigrana, intendevo non tanto dei resti concreti, quanto di antiche città in astrale che sono rimaste e le cui energie si sono sovrapposte le une alle altre. In fondo nessuna cosa va perduta... Per questo motivo sostenevo che era una stramberia, la mia.

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    3. Eh, ma nemmeno questa è una stramberia! :-)

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