lunedì 30 gennaio 2017

Tarocchi classici: le origini







Vorreste sapere chi ha inventato i Tarocchi e quando?


Bene, inizio subito chiarendo che sono talmente numerosi gli studiosi e i ricercatori che si sono confrontati e scontrati su questi interrogativi, che le ipotesi emerse a riguardo, oltre ad essere molteplici, sono anche divergenti. Per questa ragione, tra le varie teorie formulate sino ad oggi non ve n’è una sola che possa essere ritenuta la più veritiera in assoluto.

  Taric el Tuerto, condottiero berbero fonte: web
        Interno della Grande Moschea di Cordova. fonte: web 
Tra le tante ipotesi avanzate, una fa risalire agli Zingari l’uso dei Tarocchi a fini divinatori e alcuni ricercatori asseriscono che i Gitani importarono questo gioco dall’Africa, più precisamente dai Mori, in Europa, durante l’occupazione della Penisola Iberica. 




Secondo altre fonti pare che il gioco dei Tarocchi sia giunto fino a noi nel periodo del Basso Impero, seguendo la «Via del grano» che univa Alessandria d’Egitto alla Baia di Napoli.

isola di Pharos, al largo di Alessandria, una delle sette meraviglie, di cui oggi non
esiste nessuna traccia. fonte: web

Tuttavia, secondo una cronaca viterbese risalente alla fine del 1300, i Tarocchi giunsero in Italia dai Saraceni con il nome di naibi. Infatti, nel 1379, un certo Nicola della Tuccia, annota quanto segue: «Fu recato in Viterbo il gioco delle carte da un saracino chiamato Hayl… il gioco delle carte che in saracino si chiama nayb… il gioco delle carte che viene da Sarracinia e chiamasi tra loro nayb». Nel testo non viene specificato da quale parte della Terra dei Saraceni provenissero quelle carte, ovvero se dal Nord Africa o dall’Oriente (il termine fa riferimento, sia agli orientali, che ai nomadi derivanti dalla città di Sarah, tra la Turchia e la Persia) e la questione è rimasta irrisolta sino ad oggi.

Tra il 1375 e il 1393 vengono redatti numerosi documenti che citano giochi di carte chiamati naibi, nahipi o naibes. L’etimologia del termine pare ricondursi sia all’arabo, in particolare alla storpiatura di na’ib (capo o vice), oppure al termine nabi (profeta), sia all’ebraico nabiah (profeta).
In tutti i casi, va comunque detto che i naibi sono un gioco didattico nel quale compaiono cinquanta immagini suddivise in cinque serie di dieci carte. Le cinque serie simboleggiano le Condizioni della Vita (il mendicante, il servo, l’artigiano, il mercante, il gentiluomo, il cavaliere, il ministro dello stato, il re, l’imperatore, il papa, le Muse (Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Urania, Pollinia, Calliope e, in aggiunta alle nove muse vi era Apollo), le Scienze, le Virtù e i Pianeti (oltre ai sette pianeti erano inclusi l’Ottava Sfera, il Primo Mobile, e la Prima Causa).

esempio di Dasavatara su un tappeto. immagine fonte web
Secondo alcune fonti il gioco dei naibi traeva a sua volta origine da un gioco indiano chiamato Dasavatara. Questo gioco indiano sarebbe stato costituito da centoventi carte di forma circolare, suddivise in dieci serie di dodici, i cui simboli erano: tartarughe, pesci, conchiglie, denari, fiori di loto, brocche, bastoni, sciabole, scimmie, elefanti, cavalli, leoni. Dalla rielaborazione di questi simboli sarebbero stati estrapolati i quattro simboli base: coppe (clero), spade (nobiltà), denaro (commercio), bastoni (contadini).





il domino, come origine delle carte
immagine fonte: web




Un’altra teoria sostiene che le carte numerali avrebbero tratto origine dai dadi, o dal Domino cinese, o dal Mahjong di Confucio, mentre le figure (re, regina, fante cavaliere, ma anche torre e matto) sarebbero state ispirate dagli scacchi, gioco di antiche origini persiane.  

il Mahjong all'origine delle carte.
immagine fonte: web


Ma arriviamo a qualcosa di molto più concreto…




È datata intorno al 1400 la più antica serie di carte europea, denominata «Italia2», che molto probabilmente proveniva dalla zona del Nord Est italiano (sarà la foggia tardo medievale del berretto indossato dalla figura maschile inscritta nella moneta raffigurante l’asso di denari a certificarne la datazione e la provenienza), e che tutt’oggi si trova all’interno del Museo Fournier di Alava, nei Paesi Baschi.

Mazzo Italia2 Cavaliere di spade
Museo Fournier, Alava, NL
Il copricapo del cavaliere rivela la tipica
foggia dei copricapi mammelucchi
Mazzo Italia2 Asso di denari.
La foggia tardomedievale
del berretto del personaggio è uno dei
principali elementi utili alla datazione e alla
attribuzione della provenienza italiana

Mazzo Italia2 Re di denari.
Museo Fournier, Alava, NL
Mazzo Italia2 Fante di bastoni
Museo Fournier, Alava, NL
Mazzo Italia2 9 di Coppe
Museo Fournier, Alava, NL

Mazzo Italia2 Re di Spade
Museo Fournier, Alava, NL


Questo è il mazzo di carte occidentali più antico, antecedente anche al mazzo dei Tarocchi Viscontei. Esso viene definito anche come mazzo di carte moresco, e anche la stessa iconografia lascia supporre che le origini siano appunto mammelucche. Sulla base di numerosi studi, pare che, nonostante molte lame siano andate perdute, il mazzo «Italia2» fosse costituito da cinquantadue carte, ciascuna della misura di 6,5 x 9,5 cm., creato sulla base di uno stile che prevedeva semi latini arcaici e uno sviluppo numerale che andava dall’uno (l’asso) al nove, corredato da figure quali il fante, il cavallo e il re (la regina non era prevista in questo gioco). Il mazzo risulta stampato in xilografia su cartoncino e colorato a mano senza il ricorso a mascherine, bensì utilizzando una tecnica che prevedeva di intingere un dito nell’inchiostro per usarlo come pennello. I colori sono quattro: rossiccio-bruno; marrone scuro o nero; rosa; giallo. 

Nel frattempo, in Europa, soprattutto intorno ai primi decenni del 1400, nonostante un sempre più diffuso utilizzo dei mazzi di carte da gioco, vennero emanati moltissimi decreti con i quali venivano vietati, sia il gioco dei naibi, che il gioco delle carte, in generale. Pare, infatti, che in quel periodo quei giochi avessero assunto una tale diffusione per cui si cominciò a parlare di un fenomeno di gioco d’azzardo



Bernardino da Siena in quegli stessi anni predicò contro il
gioco d'azzardo, invitando il popolo a bruciare carte da gioco,
naibi e dadi

A Bologna, persino Bernardino da Siena, religioso e teologo appartenente all’Ordine dei Frati Minori, tenne una solenne predica dedicata alla giornata di quaresima durante la quale invitò la popolazione a gettare nel falò delle vanità tutto ciò che veniva considerato gioco d’azzardo, in una parola tutto ciò che egli stesso definiva arnesi del Diavolo, o turpe lucrum, e cioè dadi, tavole e carte da gioco. 




Mazzo Visconti Sforza, B. Bembo,
La Luna
Tuttavia, se da una parte il potentato e il clero, con Bernardino da Siena in testa (tra l’altro stimatissimo da Filippo Maria Visconti), condannavano il gioco d’azzardo quale eresia e in diretto contrasto alla regola benedettina dell’ora et labora – insomma, giochi che portavano via tempo prezioso al popolo che avrebbe dovuto impiegare meglio le ore a disposizione dedicandosi al lavoro – dall’altra, nelle varie corti d’Italia e d’Europa, i nobili si dilettavano abbondantemente proprio con il cosiddetto Gioco dei Trionfi. Infatti, nel periodo che va dal primo decennio alla metà del XV secolo, il Gioco dei Trionfi si sviluppò ai massimi livelli nell’area di Milano, Bologna e Ferrara e le cronache di Candido Decembrio (letterato e politico, 1392- 1477), puntualmente, ci informano di come il Duca di Milano (e con lui tutta la sua corte) si dilettasse a inventare nuovi giochi e nuovi mazzi. 

Di conseguenza, nacquero: i mazzi milanesi viscontei (di cui abbiamo ampiamente parlato nella precedente puntata e che più di ogni altra tipologia si diffuse maggiormente all’estero per diventare in seguito il prototipo del Tarocco più tradizionale), e poi nacquero i mazzi ferraresi

I Tarocchi ferraresi sono vere opere d’arte dipinte a mano e miniate in lamine d’oro e risultano composti da:
Tarocco Alessandro Sforza, Museo
Civico, Castello Ursino, Catania
Trionfo Il Carro


Tarocco Carlo VI,
Biblioteque Nationale, Paris
Trionfo Temperanza 
 I- il Mazzo del Tarocco di Alessandro Sforza duca di Pesaro, fratello di Francesco Sforza, ma con maggiore probabilità creati per Ercole d’Este, datati intorno al 1445-73, di cui rimangono 15 esemplari conservati presso il Museo Civico del Castello Ursino di Catania);

 II - i Tarocchi detti di Carlo VI di Francia (1460 circa, anche se per molti studiosi la datazione è incerta) conservati nella Bibliotheque Nationale di Parigi (una sola figura e sedici Trionfi);


  III  -    i Tarocchi “Estensi o di Ercole I d’Este” della Biblioteca Beinecke di Yale (otto figure e otto Trionfi). E' probabile che il mazzo sia stato realizzato in occasione delle nozze tra Ercole d'Este e Eleonora d'Aragona, avvenuto nel 1473 ;


Collezione Rothschild, Museo Louvre
Paris, Trionfo Imperatore


IVi Tarocchi della “Collezione Rothschild” nel Museo del Louvre a Parigi tranne una nel Museo Civico di Bassano del Grappa (nove carte in tutto, di cui otto figure e un Trionfo. Il mazzo è stampato in xilografia sui tre fogli Rosenwald, non tagliati).


Collezione Rothshild; M. Louvre, Paris
Regina di Bastoni
Invece, merita un cenno a parte il cosiddetto Tarocco del Mantegna (1465-75 circa), che si pensava fosse stato elaborato a Mantova dal famoso pittore Andrea Mantegna, mentre ora viene attribuito a due pittori ignoti. Nonostante la somiglianza ai Trionfi, il mazzo in questione è privo degli arcani minori e si ritiene che venisse usato a scopo educativo.

Tarocco Mantegna, Rethorica,
Bibliotèque Nationale de France, Paris

Tarocco Mantegna, Forteza.
Bibliotèque Nationale de France, Paris
Nonostante sia stato possibile risalire a diversi mazzi di Tarocchi prodotti nelle varie epoche, alla fine del ‘400 ancora nessuno era in grado, con certezza, di stabilire quando nacquero i Tarocchi e per mano di chi. Certo è, però che il gioco dei Tarocchi si diffuse sempre più in tutta Europa trasversalmente ai ceti sociali.

Antoine Court de Gebelin. Immagine: web
Arriviamo così nella prima metà del 1700, e un certo Court de Gebelin, studioso e occultista, inaugura la moderna querelle sul significato esoterico dei Tarocchi. Secondo questa archeologia ben poco scientifica i Tarocchi sarebbero una riscoperta dell’Egitto più favoloso. Court de Gebelin, infatti, affermava che i Tarocchi ricostituissero il perduto Libro di Toth. Questa teoria, secondo la quale l'origine dei Tarocchi fosse riconducibile all'antico Egitto, ebbe un successo clamoroso e, di conseguenza, un seguito a dir poco notevole.  

Nel 1785, un certo Jean-Baptiste Alliette, meglio noto come Etteilla (1738 – 1791), che per alcuni era un noto esoterista, mentre per altri poco più che un parrucchiere, ribadì l'ipotesi dell'origine egiziana dei tarocchi, senza comunque fornire alcuna prova. Anche Alliette, seguendo la scia dell'antico Egitto, ottenne un discreto successo.

J. Baptiste Alliette, alias Etteilla. immagine web

In seguito, con Eliphas Levi (1810-1875), il più famoso occultista e studioso di esoterismo dell’Ottocento francese, nonché massone e rosacrociano, i Tarocchi vennero direttamente collegati all’esoterismo pratico della magia. Il loro utilizzo prevalente divenne quello divinatorio, mentre l'aspetto più didattico-filosofico andò sempre più sfumando. 

Eliphas Levi. immagine web













Poco più tardi, l’esoterista e medico francese Gerard Encausse, più noto come Papus (1865-1916) 
G. Encausse, alias Papus. imm.web
e l’esoterista, massone, astrologo e scrittore svizzero Oswald Wirth (1860-1943) 

Oswald Wirth, immagine web


approfondiranno il pensiero di Eliphas Levi e accomuneranno i Tarocchi alla Kabala e alla magia. Con questa operazione tornerà a rivestire notevole importanza il ruolo del tarocco all'interno di un percorso di crescita spirituale, pur continuando a svolgere contemporaneamente quello di strumento di divinazione. Nel 1887, infatti, lo stesso Wirth collaborando con Stanislav De Guaita, poeta ed esoterista francese, ridisegna i ventidue arcani maggiori dei Tarocchi e nel 1924 pubblica un trattato dal titolo esplicativo Meditazione sugli arcani Maggiori dei Tarocchi. 

Nel 1933 Joseph Maxwell (1858-1938) Procuratore Generale alla Corte d’Appello di Bordeaux e importante studioso dei fenomeni psichici, che si dedicò allo studio dell’occultismo anche con la collaborazione di un medium, con cui approfondì gli studi sulla telecinesi, si dedicò allo studio dei Tarocchi. Maxwell, attraverso la pubblicazione di Le Tarot, le symbole, les arcanes, la divination affronta un’ampia trattazione degli Arcani Minori, oltre che dei Maggiori e paragona i Tarocchi all'equivalente occidentale dell'I King
immagine: web

In particolare, l’autore riconosce al Tarocco di Marsiglia un linguaggio ottico, invitando il lettore a guardarlo per poterlo comprendere, tenendo in considerazione i numeri, il significato del colore e di qualsiasi gesto dei personaggi. In questo modo i Tarocchi assumono il ruolo di preziosi strumenti destinati alla meditazione

Nel 2007, Alejandro Jodorowsky, artista eclettico, direttore di teatro, autore di pièce teatrali, di romanzi, di fumetti e di film, pubblica, insieme a Marianne Costa (scrittrice, attrice, cantante e traduttrice) La Via dei Tarocchi.
Jodorowsky si rende conto che gli unici in grado di insegnargli a decifrare i Tarocchi, non sarebbero stati dei Maestri in carne ed ossa, ma i Tarocchi stessi: «Per consentire ai tarocchi di entrare a far parte della mia vita… dormivo ogni notte con una lettera diversa sotto al cuscino, oppure andavo in giro tutto il giorno con una carta in tasca… ho immaginato i pensieri, le emozioni, la sessualità e le azioni di ciascun personaggio. Li ho fatti pregare, insultare, far l’amore, declamare poesie, guarire». I Tarocchi diventano a tutti gli effetti strumenti fondamentali che permettono la presa di coscienza ponendosi al fruitore in termini di Maestri Spirituali. In pratica, per Jodorowsky, i Tarocchi corrispondono ad una Macchina Metafisica. L'autore, combinando l'iconografia dei tarocchi più classici e diffusi in tutta Europa ha ricreato un insieme simbolico coerente con buona parte del loro patrimonio valoriale, ma allo stesso tempo inedito

Alejandro JodorowskY e il suo gatto
Ecco! Siamo giunti anche alla fine di questa puntata. Che effetto vi ha fatto? Volete saperne di più?

Se la risposta è affermativa, ci ritroviamo la settimana prossima con il capitolo dedicato al simbolismo del seme e del numero, insiti negli Arcani Minori e, solo successivamente con gli ulteriori appuntamenti, ci occuperemo del simbolismo legato agli Arcani Maggiori, partendo dal primo arcano di cui ci andremo ad occupare: il Matto.


Buona continuazione, dunque e alla prossima! 




FONTI:


La Via dei Tarocchi, Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa, Feltrinelli

Tarocchi, i Poteri Magici, Omar e Zaira, Res Nova Libri

Il Linguaggio Segreto dei Tarocchi, Laura Tuan, De Vecchi

I Tarocchi. Il cammino iniziatico. Il corteo degli arcani, Pia Fiorentino, Edizioni Mediterranee

http://l-pollett.tripod.com/cards77i.htm per i tarocchi del mazzo Italia2






domenica 22 gennaio 2017

Tarocchi classici: la storia dei Trionfi_ Introduzione






Buon anno e ben ritrovati: il blog riapre oggi, dopo la chiusura di dicembre.

Come indicato nel titolo, questo nuovo post darà inizio ad una serie di appuntamenti dedicata ai Tarocchi classici e ai loro ventidue Arcani Maggiori, detti anche Trionfi.


Cavaliere di Coppe - mazzoVisconteo Cary-Yale


Il sottotitolo offre un’indicazione precisa del pubblico cui la serie è destinata e quello al quale ne è vivamente sconsigliata la lettura.
Per essere ancora più chiara vi dirò che se siete convinti anche voi che l’argomento meriti un approccio metodico e scrupoloso, se pretendete ben più che ciarpame e pronostici di fuffa, siete capitati sul post… anzi sul primo dei post più giusti che avreste potuto incontrare.    

Se, al contrario, pensate di trovar qui paccottiglie come quelle appena menzionate, tornatevene pure al vostro gossip o a qualsivoglia corbelleria più confacente ai vostri bisogni. Insomma, questo blog non è per tutti.
Ben ritrovati! Venite con me a scoprire il meraviglioso mazzo Visconteo

Bene! Detto questo, vi dirò che il pretesto per introdurre il tema intorno al quale orbiterà una ricca serie di post mi è stato offerto da una recente visita all’Accademia Carrara di Bergamo. 

All’interno della Galleria sono, infatti, andata a rivedere uno dei tre meravigliosi mazzi di carte che Bonifacio Bembo, pittore e miniatore bresciano (1420-1480), affascinato dall’idealismo neoplatonico e dal suo patrimonio di simboli esoterici, ideò e dipinse per il Duca Filippo Maria Visconti e, in seguito, per Francesco Sforza.


Se gradite, vorrei parlarvi di questo mazzo. Vedrete che non vi deluderà.
uno scorcio della Piazza Vecchia nella Città Alta

Ecco una riproduzione fedele dell'intero mazzo di Bonifacio Bembo, cioè come apparirebbe nel suo insieme

Il mazzo ospitato all’interno di questa Galleria e perennemente esposto dentro la sua specifica saletta, è ufficialmente conosciuto con il nome di Pierpont-Morgan e rappresenta il più antico e completo mazzo di carte con il Gioco dei Trionfi, appartenente ai Visconti. In pratica, si tratta di uno straordinario capolavoro dell’arte tardogotica.

Il mazzo Pierpont-Morgan, infatti, noto anche come Visconti-Carrara o Visconti-Colleoni-Baglioni, mostra per la prima volta in assoluto la serie completa di Trionfi che in seguito caratterizzerà ogni classico mazzo di Tarocchi: MattoBagatto (Mago), Papessa, Imperatrice, Imperatore, Papa, Matrimonio (Amanti), Carro, Giustizia, Eremita, Ruota, Fortezza (La Forza), Appeso, Morte, Temperanza, Diavolo, Casa di Dio (Torre), Stelle, Luna, Sole, Giudizio, Mondo

Oggi, il Pierpont-Morgan si presenta smembrato in tre diverse collezioni: l'Accademia Carrara di Bergamo (26 carte di cui 5 trionfi e 7 carte figurate), la Pierpont Morgan Library di New York (35 carte di cui 15 trionfi e 8 carte figurate) e una collezione privata appartenente alla famiglia Colleoni di Bergamo (13 carte numerali).

Come già anticipato, le sue origini sono legate a Filippo Maria Visconti, Duca di Milano, il quale in occasione del matrimonio della figlia Bianca Maria con Francesco Sforza, commissionò il mazzo a Bonifacio Bembo per farne dono diplomatico. Qualche fonte sostiene che il committente fosse la stessa Bianca Maria, ma tant’è... Successivamente passò nelle mani del Conte Ambiveni, che a sua volta lo lasciò alla famiglia Donati. I Donati lo vendettero al Conte Alessandro Colleoni e questi fu il primo ad iniziarne lo smembramento patteggiando con il Conte Francesco Baglioni ben 26 lame, in cambio di alcuni dipinti.

Più avanti, nel 1811, la famiglia Colleoni vendette altre 35 carte che furono acquisite dalla Pierpont Morgan Library di New York e ne tenne per sé 13, che conserva ancora oggi. Nel 1901, alla morte del Conte Baglioni, le 26 lame cedute da Colleoni passarono, insieme al resto della sua collezione, all'Accademia Carrara.

Il Matto - fonte Wikipedia
Dei 20 Trionfi giunti fino a noi (Il Diavolo e la Torre sono andati persi, così come, tra le lame figurative e numerali, sono andati persi il tre di spade e il cavallo di denari) 14 sono originali e appartengono all'epoca di Filippo Maria. Nella fattispecie si tratta dei seguenti Trionfi: il Matto, il Mago o Bagatto, il Papa, la Papessa, l’Imperatore, l’Imperatrice, gli Amanti o Matrimonio, il Carro, la Ruota, l’Eremita, l’Appeso, la Morte, la Giustizia, il Giudizio.


Il Bagatto- fonte Wikipedia

I restanti 6 Trionfi vennero integrati alla serie originaria dal miniaturista Antonio da Cicognara. I suddetti trionfi sono: Sole, Luna, Stelle, Mondo, Fortezza e Temperanza. 

La Ruota della Fortuna
- fonte Wikipedia

Qui ne potete ammirare alcuni.




Bene! adesso, però vorrei invitarvi ad osservare da vicino queste carte. Sono senza dubbio meravigliose dal punto di vista artistico, non lo trovate anche voi? 



L'Eremita - fonte Wikipedia


In realtà, al di là dell’elevato valore estetico, queste carte sono eccezionali anche per ciò che vogliono comunicare. Ecco, osservate questa lama e osservate anche l'immagine presa dall'interno della vetrata absidale del Duomo di Milano

Fante di Denari. Come potete notare
nella mano del Fante si nota
il Sole Raggiante
fonte Wikipedia

Vetrata absidale del Duomo di Milano. Particolare del
Sole Raggiante - fonte web
















Ciò che vorrei mettere in luce è che queste carte ci parlano prima di tutto di chi le ha commissionate. Possono farlo, e ci riescono benissimo, attraverso l'utilizzo dei simboli. Sugli Arcani Minori, per esempio, più precisamente nel gruppo dedicato alle figure, viene più volte ripetuto il motivo del sole raggiante. Questa ridondanza, non è affatto casuale, bensì fortemente voluta dal committente. Infatti, Sole Raggiante era l’appellativo attribuito alla famiglia dei Duca Visconti: fonte di vita per i sudditi ed emblema di giustizia. 

Certo, ai Visconti non mancava una buona dose di faccia tosta, vero? Benone, andiamo avanti con l’analisi e vedrete che sarà anche molto divertente!

L'Imperatrice. Notate nel manto  i tre anelli intrecciati
 (la lama fa parte del gruppo ospitato presso la
Morgan Library di New York) - fonte web


L'Imperatore - fonte web


Anche se non è facile intravederli, ahimè, sia sugli arcani minori, che sui Trionfi compaiono altri emblemi delle due famiglie.

Per esempio, sul manto dell’Imperatore e dell’Imperatrice, sono ravvisabili i tre anelli intrecciati di diamanti che rappresentano gli Sforza.

I Visconti, invece, sono nuovamente rappresentati dalla corona ducale con le palme e l’alloro, dal capitergium e dalla colombina

corona piumata o impresa Piumai, la corona ducale
dei Visconti - fonte web 

effige di Filippo Maria Visconti.  Sulla veste il
Capitergium contenente la Colombina con il
cartiglio; il tutto è sormontato da corona nobiliare.
Certosa di Pavia, porta della sacrestia. fonte web

E, infatti, sulla gualdrappa del Cavaliere di Denari troviamo la corona piumata; su quella del Cavaliere di Spade scorgiamo il capitergium cum gassa e, infine, su quella del Cavaliere di Coppe possiamo riconoscere la colombina raggiata

Asso di bastoni: si noti il motto
A bon droyt - fonte web
Asso di Spade nel quale viene riprodotto il motto


Ma non basta! In realtà, ad uno sguardo attento, noterete anche voi che tutti i cartoncini sono intrisi di emblemi che rimandano alla famiglia Visconti e alla famiglia Sforza
Per esempio, sull’Asso di Bastoni e sull’Asso di Spade si legge il motto già caro a Gian Galeazzo Visconti: A bon droyt (a buon diritto).

Insomma, che i cartoncini fossero destinati al diletto dei due sposi, sia che fossero destinati a qualche altro ospite, al destinatario doveva sempre risultare ben chiara una cosa, e cioè che il potere (di aver commissionato un simile gioiello artistico, oltre quello di governare sul popolo) si trovasse fermamente stretto nelle mani dei due nobili coniugi, e solo nelle loro.

Vorrei, però spendere ancora due parole sulla simbologia legata alla corona nobiliare, la cosiddetta corona piumata, per comprendere meglio la sottile ironia del suo ideatore, GianGaleazzo: credete, ne vale la pena!

Dovete sapere che la corona ducale era tempestata di pietre preziose e attraversata da due rami intrecciati di palma e d’ulivo. Sebbene l’ulivo alludesse alla pace e la palma indicasse umiltà e capacità di adattamento, i loro rami intrecciati assumevano un ben diverso significato. Essi, infatti, erano apparsi già ai tempi di GianGaleazzo, quando il ducato di Milano aveva ormai «inghiottito» Liguria, Emilia, buona parte della Toscana, insomma, tutte le terre che tolleravano a malapena il giogo visconteo. GianGaleazzo, che era un personaggio piuttosto spietato e senza dubbio sarcastico, si offriva come garante di pace e di prosperità, promettendo i frutti dell’ulivo e della palma, a condizione però che i sudditi, come i ramoscelli delle due piante, si piegassero, flessibili, al suo governo. Insomma, le doti comunicative dei Visconti non erano davvero niente male!

Ma cos’altro ci raccontano queste carte? Ci raccontano del matrimonio di Bianca Maria Visconti con Francesco Sforza. Ci narrano di un percorso didattico – morale, più facilmente affrontato come percorso ludico, il Ludus Triumphorum, nel quale i sovrani potevano visualizzare le contrarietà, le sconfitte e gli impedimenti che avrebbero potuto incontrare nel corso del proprio governo, e della propria vita, così come le vittorie e le glorie che li avrebbero attesi.

Scopriremo, più avanti, che quel gioco filosofico, che forniva ai giocatori istruzioni di ordine fisico, quanto morale e mistico, attraverso i Trionfi, con le immagini delle Virtù, delle condizioni umane e dei pianeti, verrà riscoperto sul finire del Settecento. Tuttavia, il ritorno di interesse verso queste carte partirà da premesse esoteriche che ne prevedranno un nuovo utilizzo, ossia, magico e divinatorio.
Ma di questo ci occuperemo abbondantemente nei prossimi post!

Ciò che adesso ci resta da conoscere sulla storia dei mazzi visconteiovvero realizzati nell’ambito della corte ducale dei Visconti e degli Sforza, è che in tutto il mondo ne rimangono solo una decina

I tre più antichi, meglio conservati e studiati sono: il mazzo Visconti di Modrone della Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale (67 carte), il mazzo Brambilla della Pinacoteca di Brera (48 carte) ed il mazzo Pierpont-Morgan-Colleoni (74 carte) di cui abbiamo ampiamente trattato finora.

Avete avuto modo di vedere il mazzo Brambilla o il Pierpont-Morgan?

Ah, ma dimenticavo! Esiste un ulteriore aspetto che riguarda il mazzo Pierpont-Morgan, di cui non vi ho ancora rivelato nulla. Ma probabilmente molti tra voi già lo avranno preso in considerazione, e cioè che questo fu anche il mazzo di carte che ispirò uno dei libri più fantasiosi di Italo Calvino: Il Castello dei Destini Incrociati, pubblicato nel 1969, una raccolta di racconti costruiti in base a sequenze diverse delle carte del mazzo. Ecco cosa scriveva Calvino nella Nota finale all'edizione del 1973:

«Mi sono applicato soprattutto a guardare i Tarocchi con attenzione, con l'occhio di chi non sa cosa siano, e a trarne suggestioni e associazioni, a interpretarli secondo un'iconologia immaginaria. Quando le carte affiancate a caso mi davano una storia in cui riconoscevo un senso, mi mettevo a scriverla».

Insomma, non so più come dirvelo, ma se non l'aveste ancora fatto, recatevi a Bergamo, che tra l’altro è una città deliziosa, e non mancate di visitare l’Accademia Carrara: non ve ne pentirete!

Molto bene, ora torniamo al programma accennato all'inizio dell'articolo, ovvero quello relativo ad una nuova rassegna di post, che prende il via con questa introduzione.

Ci tengo ad anticiparvi che per la vastità del tema saranno necessari un ricco numero di appuntamenti, in ciascuno dei quali verrà offerta al lettore l’occasione per avvicinarsi in modo intelligente e rispettoso verso (o per rivisitare, se già lo si conosce) il misterioso e magico universo dei Tarocchi

L’intenzione alla base dell’iniziativa è, in primis, di ripercorrere la storia dei tarocchi classici, quelli che oggi vengono comunemente definiti Tarocchi di Marsiglia, per scoprire dove hanno avuto origine e come si sono sviluppati. Successivamente, puntata per puntata, ci dedicheremo all'analisi di ciascuno dei ventidue Trionfi, per provare a svelare almeno alcuni dei molteplici significati dei tanti simboli contenuti.

Vi interessa, dunque l’argomento e vi aggrada come intendo trattarlo?

Partiamo, dunque, insieme per questo nuovo viaggio?

Se la risposta è affermativa, seguitemi nel prossimo numero e vi introdurrò alle origini storiche dei Tarocchi.

A presto e a bon droyt! :-)