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mercoledì 13 dicembre 2017

Cose che capitano...



Come probabilmente avrete notato, le pubblicazioni del blog sono momentaneamente sospese.

Purtroppo, qualche giorno fa, sono caduta accidentalmente dalle scale e l’incidente mi ha causato sia un leggero trauma cranico, che un trauma cervico dorsale, con rettilineizzazione del rachide cervicale e conseguente riduzione fisiologica della cifosi dorsale.  

Vorrei anzitutto rassicurarvi: sono ancora viva e (ahimè per voi) vi toccherà sopportarmi ancora per molto (spero!). Tuttavia, in questo momento ho bisogno di una pausa di riposo, pertanto mi scuso, sia per non riuscire a passare sui vostri blog a commentare i vostri articoli, né sui vostri post pubblicati su Facebook o su G+, sia per non essere ancora in grado di dedicarmi a produrre dei miei articoli, come vorrei.

Augurandomi di tornare molto presto “in carreggiata”, approfitto per farvi giungere un caro saluto e un abbraccio virtuale.


Cle   


sabato 2 dicembre 2017

Parliamo ancora di donne... alla radio




Buongiorno e buon sabato! 😊

Oggi, alle 13,30, sarò ospite del programma radiofonico Il Ridotto dell'Opera - RSI Rete Due, per parlarvi delle letture sceniche di Incipit Reading lab che accompagnano la mostra “Divina Creatura” (Pinacoteca Züst, di Mendrisio).

(cliccate QUI per leggere il post di riferimento)

Se vorrete potrete seguire la trasmissione in diretta o scaricare il podcast. J  Ecco i link:







Per tutti coloro che desiderano ascoltare la puntata "Donne, madonne e pistolere agli albori del Novecento", andata in onda sabato 2 dicembre su Rete Due, RSI, metto a disposizione il link del podcast: cliccate QUI




mercoledì 29 novembre 2017

La donna nel XIX secolo 4




Cari lettori, sappiate che il pentolone dell’Angolo di Cle è in gran fermento!

Pertanto oggi, anziché procedere, come previsto, all’esposizione dello sviluppo del pensiero filosofico di questo secolo (che riprenderà con il prossimo post dedicato al tema), aprirò una parentesi per offrirvi uno spaccato sulle condizioni della donna nel quotidiano.

Ma ancor prima, desidero fortemente fare una premessa.

A proposito, voi cosa pensate dell'accadere simultaneo e fortuito di circostanze diverse?

Beh, secondo me, talvolta capita che mettendoci in condizione di “ascolto” di un determinato tema, l’ambiente in cui viviamo risponda favorendone uno sviluppo che assumerà forme inattese.

Ebbene, questa serie di post, dedicati alla donna dell’Ottocento, è nata dal mio bisogno personale di ripercorrere alcuni aspetti dell’evoluzione dell’emancipazione femminile in un momento in cui anche solo parlare di femminismo risulta, in generale, complicato e spesso sviante.
In seguito, il caso (se vogliamo parlare del caso) ha voluto che, appena ultimata la stesura del primo articolo di questa collana, venissi contattata da un’amica, la quale desiderava coinvolgermi nel nuovo progetto di cui vi sto per parlare.   

Forse non tutti sanno che da alcuni anni aderisco a un gruppo, il cui nome è IncipitReadingLab, con il quale seguo un percorso di studi dedicati alla lettura scenica e, contestualmente, partecipo a  svariate esibizioni interpretative aperte al pubblico.
Attualmente, come già accaduto due anni fa in coincidenza della mostra “Leggere, leggere, leggere”, IncipitReadingLab collabora con la Pinacoteca Züst, di Rancate (Mendrisio), Svizzera, una prestigiosa galleria che ha messo a punto negli anni un programma espositivo mirato a restituire l’immagine della donna nell’arte, sia essa artista o soggetto della rappresentazione.


Dal 15 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018, all’interno del prestigioso spazio è in corso la mostra “Divina Creatura” che indaga l’evoluzione dell’abbigliamento femminile tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento attraverso dipinti, sculture, abiti, accessori, ventagli, gioielli firmati dai più importanti artisti dell’epoca: Boldini, Segantini, Previati, Zandomeneghi, De Nittis, Mosè Bianchi, Corcos, Induno, Tranquillo Cremona, eccetera.



Ed ecco lo svelamento dell’arcano: il museo, che desidera proporsi come mediatore di esperienza e conoscenza viva, oltre a prevedere laboratori didattici, destinati agli allievi delle scuole, elementari, medie e superiori, permette a tutti (studenti e adulti) di integrare il normale percorso di visita con la fruizione della lettura interpretativa del nostro copione. Proprio così, il copione che noi di IncipitReadingLab abbiamo composto, selezionando brani letterari ad hoc, per accompagnare la visione delle più significative opere esposte. In questo modo, il visitatore potrà esperire una narrazione ancora più coinvolgente (e ci auguriamo, se possibile, ancora più efficace e piacevole) dei significati cultuali e delle profonde contraddizioni sociali della donna, della moda e delle arti di fine Ottocento.

Da domani, quindi, fino alla conclusione della mostra, presso la Pinacoteca Züst di Rancate (Mendrisio), cinque rappresentanti di IncipitReadingLab, che vi presento in ordine alfabetico... ta-dam!: Antonella Dell’Ara, Chiara Muggetti, Narcisa Pecchioli, Cristina Pedretti, Clementina Daniela Sanguanini. Noi cinque daremo voce e corpo (e cervello) a questa esperienza. :-)

Non vi nascondo di essere rimasta affascinata dalla naturalezza con cui si sono intrecciati questi due percorsi narrativi (quello che porto avanti personalmente sul mio blog e quello che, tutte insieme, noi del gruppo di lettura scenica, contribuiamo a mettere a punto) e mi piace pensare che non si tratti di una mera casualità!   

Ora, passando agli aspetti più pratici, prima che mi prendiate per una patetica illusa (^_^), vi informo che, se foste interessati alla mostra e alla nostra performance, troverete QUI tutte le informazioni e i dettagli. 

Inoltre, se vorrete, sabato 2 dicembre 2017, alle ore 13,30, potrete seguire la trasmissione Ridotto dell’Opera (Rete Due, canale radio RSI, trovate QUI tutte le coordinate), che si intitolerà “Donne, madonne e pistolere agli albori del ‘900” e durante la quale Giorgio Appolonia ospiterà in diretta: il regista teatrale, scenografo e costumista, Ivan Stefanutti; due esponenti di IncipitReadingLab, Cristina Pedretti e (io) Clementina Daniela Sanguanini; la co-curatrice della mostra “Divina Creatura”, Marialuisa Rizzini, in rappresentanza della Pinacoteca Züst.

Bello, vero? E adesso affrontiamo il tema proposto all’inizio.

Come già esposto nei precedenti post dedicati alla donna nel XIX secolo (trovate QUI, QUI e QUI i link ai post precedenti), l’Ottocento vede l’inizio della costruzione di un’immagine femminile distorta dalla realtà e mirata a intrappolare la donna unicamente in ruoli gregari all’uomo.

Alla realizzazione di questi modelli, oltre alla letteratura e al teatro, contribuiscono ampiamente anche pittori, scultori, artigiani, sarti e stampa.

Con i progressi tecnici avviati dalla Rivoluzione industriale nasce l’industria della moda. La lavorazione meccanica, infatti, che cominciava dalla filatura, passando alla tessitura, per assorbire, in seguito, la realizzazione di merletti, passamanerie, ricami, sposta la produzione dall’ambito artigianale alla scala industriale.

In quest’epoca la struttura sociale si fa più sciolta, grazie all’emergere di una nuova classe dirigente formata dall’unione di borghesia imprenditoriale e aristocrazia, cosicché l’apparire individuale va via via assumendo sempre più importanza comunicativa. L’industria dell’abbigliamento sfrutterà al massimo la funzione dell’abito come mezzo di qualificazione sociale per rimarcare una gerarchia di ceto attraverso il lusso di chi lo indossa.

Sebbene l’importanza dell’apparire si estenda a entrambi i sessi, la pressione della moda si concentra quasi esclusivamente sulla donna. Il centro propulsivo della moda per l’intera Europa era Parigi, cui ogni altro stato guarda e si conforma.

Oltre all’haute couture, che ne sancisce l’aspetto più elitario, i grandi magazzini si rivolgono a una clientela molto più allargata, offrendo merce molto diversificata per qualità e costo, appunto tramite la produzione seriale.
Le vie delle città si popolano di vetrine che espongono a profusione capi vestiari e anche le donne del ceto popolare iniziano a essere attratte dal fascino pervasivo dell’industria dell’abbigliamento.

Ed ecco ciò che succede. 
La donna che, dopo una breve liberazione del corpo, avvenuta tra il Settecento e l’inizio dell’Ottocento, portata avanti attraverso il ricorso ad abiti leggeri, semplici e senza orpelli, si ritrova progressivamente rinchiusa in vesti vistose, complesse, costose e tutte rigorosamente dotate di strutture costrittive, come i busti che, dovendo restituire un girovita di 50 centimetri (vi consiglio di dotarvi di un metro da sarta per constatare l’aberrazione di cui stiamo parlando!) pongono chi li indossa in condizioni di costante tortura quotidiana. In pratica, questa moda fortemente voluta dagli uomini, compromette seriamente la salute delle donne e non tardano all’appello le morti dovute alla perforazione degli organi interni, per stritolamento delle costole, così come quelle imputabili a combustione, perché molto spesso i tessuti degli abiti femminili sono altamente infiammabili.   

Questi abiti, così realizzati, tra l’altro con una quantità indescrivibile di stoffa, svolgono precise funzioni: tenere la donna lontano dalle attività consentite agli uomini, come studiare, lavorare, praticare l’arte e lo sport. L’ambito femminile rimane confinato alla gestione della casa e della famiglia e, all’uopo, i canoni e le modalità trasmesse dalla tradizione vengono accuratamente codificati anche dai galatei: la donna deve attenersi scrupolosamente a un modello educativo che, quando "va bene", la vede trasformata in uno straordinario biglietto da visita .

La moda borghese del periodo non lascia spazio a fogge alternative, obbligando le donne ad accettare passivamente il connubio tra bellezza e sofferenza, e nonostante l’invito, promosso dagli ambiti culturali più emancipazionisti, a liberarsi da quella tirannia, solo pochissime trovano il coraggio di indossare abiti senza busto.

Contestualmente all’uscita delle nuove proposte di abbigliamento, le riviste invitano a un consumo continuo, pubblicando immagini aspirazionali di donne famose, siano esse aristocratiche o attrici, che offrono precisi modelli di comportamento. È in questo secolo che nasce il consumismo!
Ogni occasione della giornata esige abiti diversi.

Nel 1881, Matilde Serao, scrive con arguta ironia: “Con diciotto abiti nuovi, dieci o dodici cappellini, quattro ombrellini, sei ventagli, stivalini e guanti analoghi, una dama può decentemente passare due mesi a Sorrento

Come accennato, anche le arti raffigurative concorrono a questa sottile operazione di creazione del modello femminile e lo fanno restituendo ritratti di donne su commissione (del marito, o del padre).
Questi ritratti, conservati tra gli arredi di casa, hanno come scopo, sia quello di ostentare verso gli ospiti lo status del proprietario della dimora (che poteva permettersi, sia di possedere un’opera di un artista celebrato e sia di abbigliare la moglie con abiti, gioielli e accessori di altissima qualità), sia di affidare alle generazioni successive lo stile della donna effigiata, concorrendo in quel modo a generare la mitologia familiare.

Insomma, ci troviamo di fronte a un sistema assai complesso, sottile e studiato a puntino per neutralizzare (lo so, ho usato un eufemismo) le donne. 

Ma quanta paura avevano/hanno gli uomini delle donne?

Per alleggerirvi l’animo e strapparvi un sorriso vi propongo un momento delle nostre prove nella sala dei ventagli della pinacoteca  ;-)



Or dunque, passo a voi la parola: cosa ne pensate?

Se finora avete apprezzato questo mio lavoro di ricostruzione dell’immagine femminile nel corso del XIX secolo, restate sintonizzati su questo blog: ho ancora moltissimi argomenti da affrontare e discutere insieme a voi!

Vi aspetto, sia qui che alla mostra e nel frattempo vi auguro uno splendido fine settimana! :-)

Ciao!



BIBLIOGRAFIA:

“Divina Creatura. La donna e la moda nelle arti del secondo Ottocento”, Silvana Editoriale
Matilde Serao, “Cuore Infermo”, parte quarta, 1882, Scrivere Edizioni
O’Followell, “Il Corsetto”, 1908

venerdì 24 novembre 2017

L’arte di evolversi: una parabola buddista




Su invito di una mia carissima amica che, tempo fa, mi chiese di approfittare dello spazio del blog per approfondire alcuni argomenti buddisti (non faccio nomi, ma lei sa perfettamente di chi sto parlando), oggi vi parlo del concetto di non-attaccamento e, per farlo, mi avvarrò di una parabola.

Le scritture buddiste sono piene di parabole concepite per permettere alle persone di comprendere il profondo insegnamento che vi sta dietro.

La parabola, infatti, è un genere letterario, noto anche agli autori greci e romani, in forma di racconto, finalizzato a trasmettere un qualche tipo di insegnamento morale o spirituale.
Cos’è, dunque, una parabola? È la capacità di mettere in relazione un fatto preso dalla vita quotidiana con un insegnamento che rimane in gran parte velato. Rimarrà all’uditore (nel buddismo si è sviluppata per secoli una grandissima tradizione orale prima di giungere alla tradizione scritta, ossia quella che possiamo ritrovare nei vari Sutra e che altro non sono che la trascrizione degli insegnamenti orali) o al lettore il compito di discernere, nel racconto “raffigurativo”, l’insegnamento che viene espresso.

Quindi, nella parabola viene inscenato un racconto finto; ad un certo punto della narrazione l’ascoltatore viene trasportato dalla finzione alla realtà e viene quindi invitato ad esprimere un giudizio che avrebbe faticato a spiegare altrimenti. 

L’espressione del concetto fondamentale, dunque, non avviene attraverso un discorso chiuso e definito, ma attraverso un lampo di percezione che permette di andare oltre il senso del racconto. L’intelligenza dell’ascoltatore viene perciò stimolata a intuire e a proseguire, senza fermarsi ad una comprensione forzata, ma attraverso una libera adesione.


La parabola che propongo in questa occasione è quella della zattera, tratta dalla Majjhima- Nikāya, raccolta nella Sutta-Nipāta, ossia una collezione di scritture redatte in lingua pali, che appartengono alla tradizione del buddismo Theravada.
Giacché ho introdotto questa informazione, ne approfitto per accennare una spiegazione sintetica tra la tradizione Theravada e quella Mahayana.

La tradizione Theravada, che significa «tradizione degli antichi»,  ha origini nello Sri Lanka intorno al 240 a.C. e si basa sui sutra del canone Pali, cioè la più antica raccolta dei discorsi del Buddha storico. Secondo questa scuola di pensiero, un discepolo ha lo scopo di divenire un Arhat, cioè colui che raggiunge il Nirvana per non rinascere mai più. Questo stadio, richiede un’esistenza assolutamente rigorosa e di rinuncia del mondo.
Per converso, la tradizione Mahayana, si è sviluppata in India nei primi secoli dell’era cristiana e ancora oggi risulta molto diffusa in Tibet, Nepal, Cina, Giappone, Corea. In base a quest’altra scuola di pensiero un discepolo mira a raggiungere l’Illuminazione per diventare un Bodhisattva, cioè colui che ritarda l’entrata nel Nirvana per aiutare altri nella via della salvezza. Il Mahayana comprende molte e differenti tradizioni che divergono anche sulle specifiche modalità con cui si possa raggiungere questo obiettivo. Nell’ambito del Mahayana sono stati composti molti testi che, benché scritti molti secoli dopo la vita terrena del Buddha, sono considerati «sutra», cioè discorsi del Buddha stesso.
Nonostante queste differenze, le due tradizioni sono coesistite per secoli nei vari paesi e talvolta addirittura all’interno degli stessi monasteri.

Per esser chiara, vi informo che personalmente preferisco il buddismo della tradizione Mahayana, ma questa parabola, credetemi, ed è molto adeguata allo scopo.
Ciò che essa intende spiegare è l’arte di non sprecare la propria vita legandosi a un passato che non può tornare più, ovvero l’importanza di attuare un sano distacco. Nell’ottica di favorirne la comprensione vi espongo alcune mie considerazioni di supporto.

Il succo del racconto consiste nel tener presente quanto sia importante, per vivere bene, lasciarsi alle spalle ciò che non ci rende sereni (che potremmo immaginare come tante zavorre) e che ci impedisce di aprirci al nuovo.
Protagonisti sono un uomo e una zattera che simboleggia ciò da cui dovremmo separarci lungo il cammino della nostra vita.

Ecco il racconto:

“Supponiamo che un uomo sia di fronte ad un grande fiume e deve attraversarlo per raggiungere l’altra riva, ma non c’è una barca per farlo, cosa farà? Taglia alcuni alberi, li lega insieme e costruisce una zattera. Quindi si siede sulla zattera e usando le mani o aiutandosi con un bastone, si sposta per attraversare il fiume. Una volta raggiunta l’altra sponda cosa fa? Abbandona la zattera perché non ne ha più bisogno. Quello che non farebbe mai, pensando a quanto gli era stata utile, è caricarla sulle spalle e continuare il viaggio con lei sulla schiena. Allo stesso modo, i miei insegnamenti sono solo un mezzo per raggiungere un fine, sono una zattera che vi trasporterà sull’altra riva. Non sono un obiettivo in sé, ma un mezzo per ottenere l’illuminazione”

E questa sarebbe la condizione ideale, ovvero una volta che non ci serve più e una volta raggiunto l’obiettivo che desideriamo, la cosa più normale da fare sarebbe abbandonare la zattera.
Ma alcune persone salgono sulla zattera e non remano, dimenticando che devono arrivare dall’altro lato. Finiscono così per perdere la prospettiva ancor prima di iniziare il loro viaggio. E allora si concentrano sulla zattera per renderla più comoda: costruiscono pareti, il tetto, l’arredano.
Cioè, trasformano la zattera in una casa e la legano saldamente alla riva. Non vogliono sentir parlare di mollare le cime o issare l’ancora.
Vediamo come continua la narrazione:

“Altre persone si fermano a fissare la zattera dalla riva e dicono: 'Che bella zattera, è grande e solida'. Prendono il metro e la misurano. Sanno esattamente quali sono le sue dimensioni, il tipo di legno con cui è costruita e dove e quando fu costruita. Alcuni vanno oltre e realizzano una scheda tecnica che serve a vendere zattere all’ingrosso. Ma per quante zattere vendono, non sono mai saliti su di una e non hanno nemmeno pensato di attraversare il fiume. ‘È troppo rischioso’, pensano”

Ancora ci sono persone che rimangono a riva per costruire una zattera più grande e sicura, così da affrontare il viaggio senza pericoli. Ma succede che rimangono esattamente dove si trovano, facendo considerazioni, litigando e arrabbiandosi:  in questo modo non vanno da nessuna parte.

“Alcune persone pensano che la zattera sia troppo semplice, rustica e poco attraente. La guardano e scuotono la testa. ‘Sembra un fascio di tronchi legati in modo approssimativo’. Così decidono di abbellirla, la dipingono, la decorano e la ricoprono di fiori, ma non arrivano mai a salirci sopra, tantomeno pensano di remare fino all’altra riva”

Ed ecco che il racconto riserva la sua spiegazione:

“La riva sulla quale ci troviamo è il presente, l’esistenza legata all’ego, l’altra riva è quello che aspiriamo a diventare, rappresenta i nostri obiettivi e sogni. La zattera ci aiuta ad attraversare le acque, questa è la sua funzione, ma dopo dobbiamo abbandonarla”

Così la zattera diventa il simbolo di tutto ciò che nel passato e nel presente ci è servito per arrivare da un’altra parte, ma dobbiamo imparare ad abbandonarla, non a tenerla sulla schiena.
La zattera non si riferisce solo ai beni materiali, è tutto ciò che ci lega e ci impedisce di raggiungere il nostro pieno potenziale: possono essere relazioni interpersonali che hanno perso la loro ragion d’essere, o certe credenze, o certi insegnamenti che un tempo abbiamo creduto utili (e che forse lo sono anche stati, proprio perché funzionali a quel preciso momento storico), o certi tratti o della personalità che ci tengono legati a una condizione che non ci appartiene più.
In sintesi, il racconto ci parla della nostra tendenza ad aggrapparci a cose e situazioni, finendo per sprecare la nostra vita. A volte lo si fa per paura, ma il cambiamento fa parte della quotidianità ed è necessario scoprire cosa ci riserva l’altra riva.

Con tutto ciò, a scanso di equivoci, il concetto di non-attaccamento non intende negare l’importanza del passato, ma proporne una “lettura” scevra da inutili e dannosi orpelli, mettendo in luce un passaggio fondamentale, ovvero la consapevolezza di chi siamo, di cosa siamo, di cosa stiamo facendo, di cosa stiamo pensando, senza trascurare il punto di partenza per la nostra salvezza: ricordare il nostro vero scopo.

E ora lascio a voi la parola: cosa ne pensate?

Un caro abbraccio e buona settimana a tutti! :)

lunedì 20 novembre 2017

La donna nel XIX secolo 3




Per proseguire il nostro viaggio nella storia della donna nel XIX secolo, parleremo di amore, di conflitto e di metafisica del sesso.

Vedremo come, prima ancora che i filosofi si occupino del tema dell’emancipazione femminile, l’epoca che stiamo analizzando si interessi dell’amore, della seduzione, della castità, della metafisica della sessualità e del dualismo dei sessi.
Insomma, nessuno può ignorare la questione femminile.


L’epoca, Antonio Puccinelli, 1885-1888, Londra-Milano-St Moritz, Galleria Robilant

Per tracciare un quadro di quanto accadeva nell’Europa del 1800, vi propongo ancora una volta di ripercorrere insieme a me alcuni appunti che fanno riferimento a un lungo lavoro di ricerca condotto da Genevieve Fraisse. In particolare andremo a considerare la sintesi che questa studiosa fa del pensiero di alcuni illustri filosofi di quel tempo.
Iniziamo con l’affrontarne tre: Shopenhauer, Kierkegaard e Auguste Comte.
La storica ci fa notare come l’elemento biografico della loro conflittualità con le donne sia strettamente connesso alla lettura dei loro testi: il primo di essi, dopo la morte del padre, è in urto completo con la madre; il secondo rompe clamorosamente il proprio fidanzamento; il terzo si fa ispirare, prima dalla moglie e poi dalla sua cameriera, per le sue riflessioni sulle donne e per il suo intero sistema filosofico. La Fraisse si chiede e ci chiede se il rapporto sessuale sia forse parte in causa della problematica filosofica!
Andiamo dunque a vedere cos’ha scritto ciascun filosofo sull’argomento.

Jules Lunteschütz, Arthur Schopenhauer, 1855
 Arthur Schopenhauer (Danzica, 22 febbraio 1788 – Francoforte sul Meno, 21 settembre 1860) filosofo tedesco, è stato uno dei maggiori pensatori del XIX secolo. Egli scrive una metafisica dell’amore secondo cui, a partire dall’istinto sessuale, l’amore si sviluppa e si esprime nella coscienza individuale. Esso si dispiega tra due estremi, la frivolezza della relazione, del legame sentimentale e l’imperativo interesse della specie, l’imperturbabile volontà della natura. Per essere più precisi, l’amore per Schopenhauer corrisponde alla maschera dell’istinto sessuale e al suo stratagemma, il trucco di cui si serve la natura per realizzare i propri fini. Ne consegue che l’individuo è vittima dei suoi raggiri e, quindi, dell’illusione.
Per questo filosofo l’uomo può andare oltre la volontà della natura, per raggiungere un ascetismo in cui la castità è ricca di potenzialità, mentre la donna non è stata creata che per la propagazione della specie.
A onor del vero, nella sua riflessione sul rapporto tra i due sessi, nella metafisica dell’amore, l’autore sorprende attribuendo l’elemento razionale alla donna. In un’epoca in cui la tendenza dei filosofi è quella di porre in discussione il raziocinio delle donne, una simile affermazione suona strana! Tuttavia, quando Schopenhauer non disquisisce più sull’amore, o sulla differenza tra i sessi, ma parla direttamente delle donne, il suo tono cambia in modo repentino e la sua misoginia prende il sopravvento!
Ecco allora che la donna diventa una via di mezzo tra l’uomo e il bambino: un essere dotato solo di effimera bellezza, un trucco della natura per sedurre l’uomo e propagare la specie. Ma, si badi bene, Schopenhauer esclude che la donna possa costituire il bel sesso, semplicemente essa rappresenta il secondo sesso, senza alcuna parità con il primo, e la sua fragile capacità di ragionare vive nell’immediatezza, tra frivolezza e pertinenza.  


Luplau Janssen, Kierkegaard allo scrittoio,
 1902, Museum of National History,
Frederiksborg Castle



Søren Kierkegaard (Copenaghen, 5 maggio 1813 – Copenaghen, 11 novembre 1855) filosofo, teologo e scrittore danese, da alcuni considerato punto di avvio dell’esistenzialismo.
Secondo la Fraisse, Kierkegaard fa del matrimonio il cardine del problema. A partire da esso il suo pensiero si sposta sull’amore, inteso sia come amore per l’altro e come amore del vero (e da qui si arriva all’amore per Dio), erotismo carnale e erotismo filosofico, ovvero lo studio delle emozioni e degli stati emotivi. L’autore critica l’amore romantico, basato sulla sensualità, considerandolo fonte di un’eternità fittizia, un amore illusorio al quale le donne si ispireranno per far attecchire quello che egli ritiene un nefasto desiderio di emancipazione. In sostanza, nelle analisi di Kierkegaard relative al matrimonio e al fidanzamento, l’amore si esprime in tre modi: sul piano estetico esso è legato all’istante; sul piano etico è legato al tempo; sul piano religioso è legato all’eternità. Da qui il filosofo stabilisce che l’uomo non possa mai rinunciare al rapporto con l’eternità e, essendo egli un essere finito, non potrà sostenersi in altro modo che in rapporto all’infinito. Va da sé che in questo quadro entra in gioco un costante conflitto tra carne e spirito e il filosofo indica come una delle soluzioni, per accedere alla riconciliazione tra pulsioni contrastanti, la scelta della castità. In tutto questo argomentare la donna viene inclusa in merito al desiderio e la sua presenza viene spiegata quale parte del gioco tra i due sessi, ma a differenza degli altri filosofi dell’epoca, Kierkegaard individua tante finalità nel matrimonio e non soltanto quella della riproduzione della specie. La donna, per questo pensatore, diventa così “il sogno dell’uomo”, “la perfezione nell’imperfezione”. La donna è per lui natura, apparenza, immediatezza, ovvero tutto ciò che impedisce di stabilire un rapporto diretto con l’assoluto: “la donna spiega il finito, l’uomo insegue l’infinito”. Traducendo nei minimi termini il suo pensiero, l’uomo è il soggetto del discorso filosofico, mentre la donna è semplicemente l’oggetto.


Auguste Comte



Auguste Comte, (Montpellier, 19 gennaio 1798 – Parigi, 5 settembre 1857), filosofo e sociologo francese, considerato il padre del Positivismo.
Comte riprende il concetto di opposizione tra maschile e femminile, attivo e passivo, pensiero e intuizione, di Feuerbach (il quale sosteneva che la castità non costituisse una virtù e che il matrimonio avrebbe consentito il superamento della contraddizione del peccato originale) e lo sviluppa all’interno del registro sociale e religioso. In entrambi gli ambiti, secondo Comte, la biologia diventa l’imprescindibile fondamento dimostrativo. In sostanza, alla base del pensiero di questo filosofo c’è la convinzione che la biologia confermi definitivamente la gerarchia dei sessi: le donne sono in uno “stato di infanzia radicale”, in quanto appartenenti alla famiglia, alla vita domestica basata sulla gerarchia dei sessi, sono le compagne dell’uomo, ma non sono mai uguali ad esso. Le donne, dunque, oltre alle funzioni materne, sono la fonte dei sentimenti sociali e hanno la missione di ausiliarie spirituale. In buona sostanza, le donne sono “il sesso dell’affettività”: la donna, sposa, figlia, madre, sorella, diventa un “angelo” per l’uomo e una dea per l’umanità. di conseguenza Comte si schiera apertamente in favore della difesa del matrimonio e a favore della “salutare esclusione” delle donne dalla vita sociale e politica. Cionondimeno, Comte si esprimerà con tenacia contro l’incipiente femminismo, che considera una rivolta senza futuro, sostenendo in parallelo la necessità di limitare l’istruzione delle donne. La donna, per lui, potrà partecipare alla vita sociale e politica solo in modo indiretto.

Come vedremo nel prossimo post, a dispetto di tanta misoginia di tanti filosofi dell’epoca, in quegli anni si stavano concretamente affacciando l’emancipazione femminile e il femminismo e, con i filosofi successivi, se ne avrete voglia, ne vedremo delle belle…

Nel frattempo, se gradite, qui sotto ho sistemato per voi alcuni significativi stralci di uno splendido libro di denuncia, inevitabilmente molto amaro: ogni vostro commento sarà, come sempre, graditissimo!

Buona lettura e buona settimana!




Le tre ghinee, di Virginia Woolfe



Breve nota personale: V.W. scrive Le tre ghinee tra il 1937 /38 mentre la guerra sta per diventare una dolorosa realtà e mentre ha in progetto di scrivere un libro che si sarebbe intitolato “Sull’essere disprezzati-disprezzate”. 
A quell’epoca lo scrittore e suo amico E.M. Forster, molto impegnato nelle iniziative antifasciste, la informò che nel comitato da lui promosso le donne non sarebbero state ammesse, in quanto considerate un elemento di disturbo.
Nel redigere Le tre ghinee, la Woolfe immagina di ricevere la risposta a tre lettere che contengono una sua ipotetica richiesta in denaro, indirizzata a un fittizio ‘Fondo per aiutare le figlie degli uomini colti’, e mirate a tre cause: la prevenzione dalla guerra, un’università femminile, un’assistenza alle donne che vogliono esercitare una professione.
Nelle immaginarie risposte l’autrice dimostra che le tre cause, non solo sono identiche e inseparabili, ma mettono in luce quanto la donna sia sempre stata esclusa ed emarginata.
Circa tre anni dopo, nel 1941, l’autrice morirà suicida.

Ci consenta dunque di sottoporre la sua lettera, in cui ci chiede di aiutarla […] Perché chiede quattrini? Prima di darle una ghinea o di definire le nostre condizioni, le chiediamo di spiegare. […] Dunque, vediamo, Lei chiede quattrini per pagare l’affitto del suo ufficio. Ma come può essere, com’è possibile, Gentile Signora, che lei sia così povera? Sono quasi vent’anni che le libere professioni sono aperte alle figlie degli uomini colti. […] per esempio, c’è chi dice che la Sua apatia è tale che non è disposta a lottare neppure in difesa della libertà che Sua madre ha conquistato per Lei. Questa accusa gliela muove lo scrittore H. Wells, il quale afferma: “Non si è assistito al formarsi di alcun movimento femminile degno di nota diretto a contrastare il virtuale annullamento della libertà delle donne da parte del fascismo e del nazismo”. Ricca, pigra, golosa e apatica qual è, come può avere l’impudenza di chiedermi di dare un contributo a un’associazione che aiuta le figlie degli uomini colti a guadagnarsi da vivere con le libere professioni? Infatti […] Lei non ha posto fine alla guerra, nonostante il voto e il potere che esso avrà certamente portato con sé. Lei non ha contrastato il virtuale annullamento della sua libertà, da parte del fascismo e del nazismo. Cos’altro possiamo concludere se non che il cosiddetto ‘movimento femminile’, nella sua totalità, si è dimostrato un fallimento? […] Allora, cominciamo a considerare i fatti, fissando lo sguardo al corteo dei figli degli uomini colti. Lei scrive: “Eccoli i  nostri fratelli, educati nelle scuole private e nelle università; salgono quelle scalinate, entrano e escono da quelle porte, ascendono a quei pulpiti, pronunziano orazioni, impartiscono lezioni, amministrano la giustizia, praticano la medicina, concludono affari, fanno quattrini. Bisnonni, nonni, padri, zii, tutti hanno percorso quelle strade, con la toga addosso, con la parrucca in testa, alcuni con le fasce e nastri al petto, altri senza. Uno era vescovo. Un altro giudice. Uno era ammiraglio. Un altro generale. Uno era professore all’Università. Un altro era medico.” 
È uno spettacolo solenne, questo corteo, e osservandolo di nascosto dovremmo porci delle domande. […] Lei continua scrivendo: “Pensate: uno di questi giorni (voi donne) potreste portare la parrucca di giudice, mettervi sulle spalle una cappa di ermellino; sedere sotto il leone e l’unicorno; ricevere uno stipendio di cinquemila sterline l’anno e avere la pensione. Nessuno oserà contraddirci […] e chi può dire che, in un tempo a venire, non porteremo l’uniforme dei soldati. […] Voi ridete: è vero, l’ombra delle pareti domestiche ci fa ancora sembrare un po’ ridicole quelle uniformi. Siamo così abituate a portare vestiti normali, a portare il velo che S. Paolo ci impose. Ma non siamo qui per ridere o per parlare di moda, maschile o femminile. Ci troviamo qui per porci domande molto importanti […]: abbiamo voglia di unirci a quel corteo, o no? A quali condizioni ci uniremo ad esso? E, soprattutto, dove ci conduce il corteo degli uomini colti? […] Bisogna trovare una risposta”. 
Ma Lei obietterà, Gentile Signora, che non ha tempo di pensare. […], del resto, le figlie degli uomini colti hanno sempre pensato i loro pensieri così alla buona; non a tavolino, nel proprio studio, nella solitudine tranquilla di un chiostro d’università. Hanno pensato mentre rimestavano la minestra, mentre dondolavano la culla. […]Allora, rivolgiamoci alle vite, non degli uomini, bensì delle donne del diciannovesimo secolo che hanno esercitato le libere professioni. Ma ci dev’essere una lacuna nella sua biblioteca, Gentile Signora. Non si trova nessuna vita di donne che hanno esercitato le professioni nel diciannovesimo secolo. Una certa signora Tomlison, moglie di un tal signor Tomlison, membro della Royal Society, membro dell’Ordine dei Medici, ce ne spiega il motivo: […] a quanto pare una donna nubile non aveva altro modo da guadagnarsi da vivere che fare la governante […]. Ecco, è saltato fuori un documento scritto intorno al 1811. Ci fu, a quanto pare, un’oscura signorina, a nome signorina Weeton, che aveva l’abitudine di segnare su un diario i suoi pensieri […]. Eccone uno:  ‘Oh, come ardevo dal desiderio di imparare il latino, il francese, le lettere e le arti, qualunque cosa piuttosto che la noia di cucire, far lezione, copiare in bella scrittura, lavare i piatti, tutti i giorni…. Perché alle ragazze non permettono di studiare fisica, teologia, astronomia, ecc., ecc., e le scienze ancelle, la chimica, la botanica, la logica, la matematica, eccetera?’[…] Non si può dire che le donne del diciannovesimo secolo fossero prive di ambizione. Abbiamo Josephine Butler che, pur non essendo una professionista in senso stretto, fu colei che condusse e vinse la battaglia contro la Legge sulle malattie infettive e più tardi la campagna contro il commercio dei bambini ‘per fini scellerati’. Scopriamo che Josephine Butler si oppose a che venisse scritta la sua biografia, mentre alle donne che l’avevano aiutata a combattere le sue battaglie diceva: ‘E’ degna di nota in loro la assenza più totale di ogni desiderio di riconoscimento, di ogni traccia di egoismo in qualunque forma’.  Questa dunque era la virtù che la donna vittoriana apprezzava e praticava: non cercare riconoscimenti; non essere egoista. […]Ma continuiamo a leggere tra le righe delle biografie. E tra le righe delle biografie dei loro mariti troviamo moltissime donne che esercitavano… ma come possiamo chiamarla la professione che consiste nel mettere al mondo nove o dieci figli, la professione che consiste nel dirigere la casa, nel curare un invalido, nel visitare i poveri e i malati, nell’accudire ora a un vecchio padre ora a una madre anziana? È una professione che non ha nome, né uno stipendio; ma sono così numerose le madri, le sorelle, le figlie degli uomini colti che nel diciannovesimo secolo esercitavano quella professione che siamo costrette a fare un unico fascio di tutte quelle donne e delle loro vite che si intravedono dietro le vite dei mariti e dei fratelli. […]Ecco, di nuovo, le parole di una donna che, se non fu una professionista nell’esatto senso del termine, raggiunse tuttavia una certa indefinibile fama con i suoi viaggi: Mary Kingsley. ‘Non so se ti ho mai detto che l’unica istruzione a pagamento che mi hanno concesso sono state le lezioni di tedesco. Per l’educazione di mio fratello vennero spese duemila sterline, e è da sperare non invano.’Questa frase è talmente ricca di spunti […] implicitamente ci fa sapere di aver ricevuto un’istruzione che non era a pagamento. […] E in cosa consisteva dunque […]? Maestre furono la povertà, la castità, la derisione e la libertà da fittizi legami di fedeltà. Fu questa istruzione non pagata, ci informano le biografie, che le rese molto appropriatamente adatte a esercitare professioni non pagate. […]
Non dovrebbe esser difficile trasformare il vecchio ideale della castità del corpo nel nuovo ideale della castità della mente, sostenere che se era peccato vendere il corpo, è un peccato ancor più grave vender la mente per denaro, giacché la mente, lo dicono tutti, è più nobile del corpo. […]
Se Lei accetta di farlo, (se accetta che le donne non chiedano denaro per il lavoro intellettuale) la nostra contrattazione può dirsi terminata. E la ghinea per pagare l’affitto è sua…[…] 
Queste dunque sono le condizioni alle quali le invio una ghinea per aiutare le figlie delle donne incolte a intraprendere le libere professioni. E speriamo, ponendo fine alla perorazione, che le rimanga il tempo per dare il tocco finale alla sua vendita di beneficienza, per sistemare la lepre e la caffettiera e accogliere l’Onorevolissimo Sir Simpson Legend, insignito dell’Ordine al Merito, Cavaliere dell’Ordine di Bath, Dottore in Legge, Dottore in diritto Canonico, Ex-capitano di fregata, e tutto questo, con quell’aria di sorridente deferenza, che si conviene alla figlia di un uomo colto alla presenza del fratello!




venerdì 17 novembre 2017

Niente Panico




In attesa della seconda parte della “Storia delle donne nel XIX secolo”, che troverete sul blog lunedì, approfitto per fare un po’ di pubblicità al mio romanzo, Niente Panico… concedetemi un momento “narciso” ;-)



Siamo in Italia, alla fine degli anni Sessanta, con le sue rivolte studentesche, le lotte del movimento operaio e la nascita del terrorismo che influenzerà i giovani delle generazioni future. L’uomo sbarca sulla Luna; dai paesi anglosassoni e da Oltralpe giungono nuovi valori, nuovi stili di vita e nuova musica che contribuiscono a innescare importanti trasformazioni nella società. In questo clima di fermento, due giovani e intraprendenti giornaliste, venute a conoscenza di uno scellerato traffico criminale che miete vittime tra bambine e adolescenti, danno inizio a un’indagine che le porterà sulle tracce di un efferato serial killer, travolgendole entrambe, sebbene in modi differenti. Ha così inizio una storia ad “alta tensione” in cui le donne che attraversano il romanzo, tutte esponenti delle diverse sfaccettature dell’universo femminile in un momento storico di costruzione dell’identità sociale femminile, diventano sia grandi protagoniste che testimoni dell’eterno gioco delle maschere umane. Una trama poliziesca che funge da espediente per trascinare il lettore in una lettura capace di attivare riflessioni sulle mille sfumature dell’identità dell’individuo e sul valore del libero arbitrio, oltre che di trasportarlo nei ricordi e nei miti di quello straordinario passaggio epocale.

Dalla quarta di copertina di Niente Panico.


Il romanzo è disponibile anche QUI 

Vi aspetto lunedì, non mancate e buon fine settimana a tutti! :-)  




lunedì 13 novembre 2017

Tarocchi classici: Arcani Maggiori. L’Imperatore/13




L’arcano che andremo a studiare oggi è il quarto della serie e corrisponde alla figura dell’Imperatore.
Come di consueto, partiamo dai riferimenti storici e, in questo caso, troviamo almeno due collegamenti importanti. Infatti, l’arcano è stato connesso a Alessandro Magno, e a Carlo Magno.

Di seguito tratteggerò a grandi linee i profili dei due condottieri. Entrare nel dettaglio della vita e della leggenda di ciascuno di essi, in questo ambito, per quanto molto affascinante, è pressoché fuori luogo e già i miei post sono sempre piuttosto lunghini…  

Alessandro durante la battaglia di Isso
Casa del Fauno, dal 1843 al Museo archeologico nazionale di Napoli

Alessandro, detto il Grande o il Conquistatore, nacque a Pella nel 356 a.C. ed è una delle maggiori figure della storia: per la grandezza delle sue imprese, il fascino legato alla sua personalità e il fatto di essere morto al culmine della sua gloria poco più che trentenne, è diventato una vera e propria leggenda. Macedone di nascita, dominò la Grecia e fu un conquistatore e un abile stratega. Denominato Magno in conseguenza dei suoi trionfi, Alessandro fu l’incarnazione dell’eroe temerario, pronto ad affrontare sfide impossibili, generoso ma talora anche impietosamente violento.
Ricevette l’istruzione fisica, politica e militare direttamente dal padre, che intendeva prepararlo a diventare un sovrano avveduto e capace. Quanto all’educazione intellettuale, il principe ebbe la fortuna di avere come precettore Aristotele. Tra le sue letture hanno avuto un ruolo importante l’Iliade e l’Odissea, i poemi omerici nei quali si esaltavano i valori della forza militare di Ettore e di Achille e l'astuzia di Ulisse.
L’immenso impero edificato da Alessandro, partendo dalla Macedonia e dalla Grecia, giunse ad abbracciare l’Egitto in Africa e a estendersi in Asia, fino al fiume Indo. Egli contribuì a creare nuovi legami tra i popoli e a intensificare i contatti tra culture e civiltà diverse, estendendo enormemente l’influenza della civiltà greca. Il giovane eroe, cui vennero conferiti attributi divini, dopo la sua morte diventò oggetto non soltanto di opere storiche, letterarie, musicali, pittoriche, scultoree, che ne hanno analizzato ed esaltato la figura a partire dall'antichità fino alla nostra epoca, ma anche di leggende scritte e orali.
Tra le opere di poco posteriori alla sua morte vi è una sorta di romanzo epistolare, erroneamente attribuito a Callistene e successivamente tradotto sia nel III secolo che nel X, in Occidente. Nella leggenda medievale occidentale, ricca di prodigi, di favole e di magie, la figura di Alessandro diviene un eroe cavalleresco. In Oriente, muovendo dalla stessa vita romanzata erroneamente attribuita a Callistene, si diffuse la leggenda secondo cui Alessandro sarebbe disceso nel mondo dei morti alla ricerca della fonte di vita. Tratti della leggenda s’incontrano anche nella letteratura araba, nel Corano, nel Talmud, ma la leggenda era nota anche a persiani, armeni, copti, turchi, indiani, malesi.


Carlo Magno in un dipinto ottocentesco di Louis-Félix Amiel
1837, Château de Versailles

Carlo Magno, notoriamente ricordato come il fondatore del Sacro Romano Impero, primogenito di Pipino il Breve, re dei Franchi, e di Bertrada, figlia di Cariberto conte di Laon, nacque probabilmente il 2 aprile del 742.
Nel 774, dopo aver sconfitto Desiderio e dopo aver ripudiato la moglie longobarda, Ermengarda (di cui trattò Manzoni, nell’Adelchi), assunse il titolo di re dei Franchi e dei Longobardi.
In seguito alle guerre contro Sassoni, Bavari e Avari e contro i musulmani di Spagna, affermò il suo dominio dall’Elba all’Atlantico, al Tibisco, al Danubio, all’Ebro, a Roma. Nel Natale dell’800 fu incoronato imperatore, da papa Leone III, presso S. Pietro.
Dagli scritti dei contemporanei emerge di lui un ritratto di un sovrano non solo dotato di grandi qualità politiche e militari, ma anche avido di sapere e ansioso di diffondere nel suo impero la fede cattolica, cultura di base intesa come necessaria premessa della sua propagazione, quale sigillo di unità e di conquista. In definitiva, la sua fisionomia è quella di un personaggio straordinario dotato di temperamento, in cui la grandezza d'animo si sovrappone e si intreccia con la virtù dell’eroe.
Anche Carlo, divenne protagonista di svariate leggende, una su tutte la Chanson de Roland.
Una curiosità: sebbene uno dei “fiori all’occhiello” di Carlo Magno fu l’impegno profuso per la rinascita culturale  del suo impero, pare che il nostro imperatore, che conosceva benissimo il latino, il “teodisco” e il greco, non sapesse scrivere. Nel Medioevo, infatti, l’operazione di lettura era disgiunta da quella di scrittura e Carlo, secondo ciò che riporta il suo storico più fidato, Eginardo, intraprese lo studio della scrittura in età avanzata, ricavandone poco profitto.


Dopo questa rapida immersione nella dimensione storica, passiamo ad affrontare la figura da un altro punto di vista, tenendo sempre in grande considerazione ciò che scrivono a riguardo Laura Tuan e Alejandro Jodorowskj.
Quali significati vengono, dunque, attribuiti all’arcano dell’Imperatore?
Inizierei col dire che l’Imperatore è il signore del regno corporeo, è la materia viva che cerca costantemente all’esterno il dominio di tutto ciò che è legato al piano fisico. Esso, quindi, si pone in contrapposizione alla Papessa che ricerca tutto ciò che è riconducibile al piano dei sentimenti e delle emozioni.

Ci troviamo di fronte a un uomo barbuto che siede su un trono impugnando uno scettro. Al collo indossa una collana e accanto al suo trono poggia uno scudo raffigurante un’aquila.
Il bastone del comando, presente in numerose narrazioni, era utilizzato nell’antichità da tutti i dignitari di alto rango. Il globo, per la sua sfericità che la collega al simbolo del cerchio e quindi dell’infinito, lo si trova spesso nelle mani di Dio.
La croce, ancor prima di Cristo, è inteso come il simbolo più universale della mediazione, ossi una doppia congiunzione di punti diametralmente opposti che unisce gli estremi - ad esempio il cielo e la terra – e rimanda all’idea della sintesi e della misura. In essa si congiungono il tempo e lo spazio, per esempio e croce diviene emblema dell’Imperatore per la sua prerogativa di mediatore fra Dio e gli uomini, in quanto detentore di un potere temporale assunto per volere divino.
Tutti questi elementi messi insieme portano i nostri autori, così come moltissimi altri, a individuare in questa figura un imperatore che agisce con animo puro. Il suo, cioè, non è un dominio brutale e oppressivo, bensì saggio e portato avanti da chi è sorretto da ideali sublimi.
Quest’immagine ci parla di autorevolezza e dominio che parte dal mondo interiore per arrivare all’ambiente circostante e che viene mantenuto sotto controllo con la serena franchezza di chi è abituato a comandare ed è consapevole di essere del tutto autorizzato a esercitare questo diritto.
Per quanto riguarda il simbolismo dell’aquila, vi devo fare due segnalazioni. Da una parte, esso si rapporta alla capacità dell’Imperatore di vedere oltre, alla facoltà che quest’ultimo possiede di scorgere “da lontano” le necessità del suo regno e inoltre alle sue capacità di scelta nell’individuare quanto mantenere e quanto estirpare per il bene del suo popolo. Dall’altra, secondo Jodorowsky, l’aquila sarebbe un esemplare femmina che sta covando un uovo. Quindi, oltre alla lungimiranza, alla figura di questo arcano si abbina un significato di ricettività, tipicamente femminile.

Se esce questa carta significa che non mancheranno protezioni da parte di soggetti molto potenti e influenti su questioni molto pratiche e destinate a durare nel tempo.
Associato spesso alla figura del padre, l’Imperatore è un personaggio protettivo, fermo, ambizioso, senza alcuna esitazione davanti a scelte difficili. Per portare avanti i suoi progetti, l’Imperatore dispone di una grande volontà ed è anche un eccellente comunicatore che sa servirsi del carisma per raggiungere i suoi scopi.  
Quindi stiamo parlando di un personaggio maschile che entra nella vita del consultante e che svolge nella sua esistenza un’azione determinante.

Tuttavia, la carta può riferirsi al consultante stesso che, in questo caso, uomo o donna che sia, presenta grandi ambizioni e desiderio di assumersi responsabilità importanti per evolvere all’interno del proprio contesto. Una persona che non cede facilmente di fronte agli ostacoli e che tende a portare a termine ciò che inizia. Il suo difetto potrebbe essere quello di intestardirsi su alcune questioni e non riuscire a stravolgere il punto di vista. la carta, infatti, esorta a non disdegnare l’influenza o il consiglio di persone vicine, pur continuando a far valere la propria personalità e le proprie idee.

Dal punto di vista affettivo: la carta parla di un rapporto che si stabilizza e/o di una nuova paternità
Sul piano professionale: sono probabili imprese destinate al successo e il consolidamento di ruoli e posizioni. Inoltre, notizie in arrivo che portano sollievo in ambito economico, occasioni da non lasciarsi sfuggire, eredità.
Sul piano fisico: pronto recupero delle energie dopo un periodo difficile; resistenza fisica, vitalità.
Persone: un uomo forte e protettivo e influente.

Quando l’arcano appare capovolto o in posizione sfavorevole tutto si capovolge.
L’autorevolezza si trasforma in debolezza o autoritarismo, ma in genere la carta in questa posizione costituisce un’esortazione a fare più attenzione alle scelte da compiere, al bisogno di farsi carico delle dovute responsabilità, al rischio di perdere la stabilità.
A questo proposito vi segnalo alcune frasi che Jodorowsky attribuisce all’arcano

“Sono la forza in persona e parlo con voi per farvi capire che non esiste nessuna debolezza […] Smettetela di esitare e di sminuirvi. Nessuno può costringervi a fare ciò che non volete fare. […] Sono il vostro guerriero interiore, colui che vede le vostre debolezze e non si lascia indebolire.”

Prima di concludere con i consueti saluti, ecco la domanda di rito: cosa ne pensate di questo arcano? Cosa vi colpisce dell’Imperatore?

Buona settimana a tutti!


Per recuperare TUTTI I PRECEDENTI POST della serie ARCANI clicca qui 


BIBLIOGRAFIA:
Enciclopedia Treccani: Alessandro Magno
Enciclopedia Treccani: Carlo Magno
Laura Tuan, Il linguaggio segreto dei Tarocchi, ed. De Vecchi
Alejandro Jodorowsky, Marianne Costa, La via dei Tarocchi, ed. Feltrinelli

ICONOGRAFIA:
Alessandro durante la battaglia di Isso, Casa del Fauno, dal 1843 al Museo archeologico nazionale di Napoli, Wikipedia
Louis-Félix, Carlo Magno, 1837, Château de Versailles, Wikipedia
L’Imperatore dal mazzo di Tarocchi Marsigliesi, Scarabeo ed., scatto personale