lunedì 26 settembre 2016

Emozionarsi a teatro con i racconti sulla Resistenza




Roberto Curatolo è l’autore del testo di Storie minime in una vicenda massima un’importante opera imperniata sul tema della Resistenza, nella quale si alternano il linguaggio della prosa – attraverso la recitazione di cinque racconti letti dallo stesso Curatolo insieme a due attori pieni di talenti straordinari, Federica Toti e Ignazio Occhipinti – e  il linguaggio musicale – con musiche e liriche di Tiziano Mazzoni, coadiuvato dai musicisti Ettore Bonafé e Gianfilippo Boni.


Lo spettacolo, presentato lo scorso 23 settembre presso l’Auditorium di Rescaldina, è stato patrocinato dal Comune di Rescaldina – Assessorato alla cultura  e si inserisce nell’alveo di un programma ricco di appuntamenti messi a punto dalla sede ANPI Rescaldina.

Qui di seguito vi riporto la mia RECENSIONE:


Impetuoso e pieno di situazioni incalzanti e febbrili, come devono essere stati i giorni della Resistenza, Storie minime in una vicenda massima offre grande protagonismo alla figura femminile, nel suo ruolo decisivo in quel particolare contesto memorabile, e riflette in modo mirabile le passioni e i dubbi di questi giovani partigiani.

Il testo riscopre la potenza di un dramma storico nel quale coesistono sia lo sdegno che anima la lotta partigiana, quanto il vicolo cieco in cui, talvolta, questo sdegno può incappare.

È per questo che Curatolo mette al centro dei suoi racconti la tragedia umana che ha travolto l’esistenza di tutti coloro che sono stati coinvolti, direttamente o indirettamente, nello scontro tra difensori della libertà e oppressori. Un dramma che non si esaurisce con la fine degli avvicendamenti, con la fine della guerra, o con la fine della vita degli stessi protagonisti, ma che prosegue di generazione in generazione, fino ad oggi.




Tuttavia, all’autore non interessa fornire una visione manichea, dove i buoni sono nettamente distinti dai cattivi (per quanto sia chiarissimo il suo schieramento dalla parte di chi ha lottato – anche a costo della propria vita – per i valori di libertà e giustizia) ma semmai intende restituire un quadro dal quale si evince che il delicato passaggio dalla dittatura alla democrazia nasce dalla sommatoria di microscopiche storie di personaggi che, pur avendo contribuito in varie forme alla lotta partigiana, sono rimasti nel cono d’ombra dell’anonimato.

Curatolo in quest’opera si rivela affascinato dalla condizione umana, dalla coesistenza di fattori opposti, come la forza e la fragilità, negli uomini e le donne che hanno scelto di mettersi in gioco sfidando il proprio destino e lo spettatore non può fare a meno di seguirlo in questa avventura. 


Nel primo racconto incontriamo Gigi e il Moro, due ragazzi uniti, da sempre, dalla passione per la montagna, che si ritrovano a vivere l’esperienza della guerra e, dopo la fatidica data dell’8 settembre del ’43, sentendosi traditi e abbandonati al massacro, vivranno anche quella della lotta partigiana. La loro è la storia di una grande amicizia, di un sentimento profondo che continuerà ad esistere anche dopo la morte di uno dei due, coltivata dall’affetto e dal ricordo della condivisione di grandi ideali.

Nel secondo testo narrativo troviamo la prima figura femminile: una giovane ventenne che sceglie di rischiare la propria vita per la libertà. Lori, figlia di un operaio della Breda e di una sarta, da quattro anni fa i conti ogni giorno con i costanti coprifuoco cittadini, i bombardamenti, la disperazione, la depressione e la miseria della gente che la circonda. Nonostante la sua giovinezza, quando le viene chiesto di prestarsi alla lotta partigiana, svolgendo il ruolo di staffetta, fa emergere tutta la sua tempra morale e accetta senza paura. “La libertà del mio Paese dipende anche da me”, le fa dire Curatolo, prima di lasciarla al suo destino per presentarci gli altri protagonisti.

Ma come già accennato in precedenza, non esiste retorica nella narrazione di Curatolo e per comprenderlo appieno basta guardare la figura del “il giustiziere”, il protagonista del terzo racconto, per rendercene conto. Qui ci viene raccontata la storia di un gappista – cui l’autore decide di non assegnare un nome – che per obbedire agli ordini del suo comandante uccide, con un colpo di pistola alla nuca, un uomo accusato di essere un aguzzino, un turpe torturatore. Da quel momento vive nel brivido del rimorso e non si darà mai pace, soprattutto dopo che scoprirà, diversi anni più tardi, che quella vittima era un povero innocente erroneamente scambiato per un’altra persona, oltre che padre della sua futura compagna, la madre dei suoi figli. 

Nel quarto episodio ricompare il protagonismo femminile che torna rivestendo i panni della madre di Rodolfo, un giovane sospettato di aderire all’ideologia partigiana. Di lui si sa soltanto che aveva partecipato a riunioni partigiane, niente di più. “Aveva solo delle idee” ripete più volte la donna. Vengono, pertanto messe in luce, da una parte, la disperazione di questa donna freneticamente alla ricerca del proprio figlio e , dall’altra, le sevizie e le torture cui venivano sottoposti gli oppositori del regime fascista. Dopo aver invano tentato di ritrovare il figlio, setacciando tutta Milano e rivolgendosi anche al carcere di S. Vittore, le viene consigliato di orientare le ricerche in via Paolo Uccello, a Villa Fossati, il lugubre luogo che i milanesi avevano ormai ribattezzato con il nome di  “Villa Triste”. Sarà un’altra donna, un’anziana signora incrociata per caso accanto alla mesta dimora, che le svelerà le atrocità compiute dal reparto speciale della polizia capeggiato dal comandante Koch e coadiuvato dal frate Epaminonda Troya, conosciuto ai più con lo pseudonimo di Padre Ildefonso.  

Chiude il ciclo delle narrazioni un’altra donna. Questa volta si tratta della moglie di un giovane combattente, da poco divenuto padre, catturato e ucciso nel ’44 sulle alture dell’Appennino emiliano. Voce narrante di quest’ultimo episodio è il nipote che, a distanza di quarant’anni, ripercorre insieme al padre il sentiero che conduce al luogo della fucilazione del nonno. La presenza di un testimone oculare, incontrato casualmente, aiuterà i protagonisti a riappropriarsi dell’agghiacciante dinamica che ha segnato le ultime ore di vita del proprio congiunto. Il racconto si conclude ai nostri giorni con la donna che, ormai novantenne e profondamente amareggiata dalla situazione in cui versa il nostro Paese, rivolgendosi al nipote si interroga sull’utilità del sacrificio suo e del marito.

Ma Storie minime in una vicenda massima non è solo la somma di tante piccole, grandi, realtà, ma è anche un affresco corale di un momento assolutamente generativo della nostra storia caratterizzato da scelte coraggiose e disinteressate. 

Ed è così che le due ore di spettacolo, tra i racconti intercalati da splendide canzoni ed un eccellente accompagnamento musicale, scorrono via veloci lasciando tutti fortemente emozionati. 


E per non farci mancare proprio niente arriva il saluto finale sulle note di una struggente e meravigliosa Bella Ciao, nella quale il virtuoso violino di Pietro Castelli si incrocia con le sonorità degli altri strumenti. 





Dopo questa recensione ho scelto di coinvolgere l’autore proponendogli di rispondere ad alcune domande su Storie minime in una vicenda massima. Prima di mostrarvi cosa mi ha raccontato di sé e della sua opera vi restituisco una sua BREVE BIOGRAFIA:



Roberto Curatolo, scrittore, Medico del Lavoro, studioso di Psicologia dei Comportamenti, nasce a Verona, dove trascorre l’infanzia.


Poco più tardi si trasferisce a Milano, città dove tuttora risiede e cui si lega la sua formazione intellettuale.
Sempre a Milano incontra Giuseppe Pontiggia e diventa suo allievo, seguendo i corsi di scrittura creativa che il grande saggista e narratore aveva fondato.

Da sempre interessato alla realtà di coloro che rimangono ai margini della società, ai chiaroscuri dell’esistenza, al disagio esistenziale e, dunque, alla vasta zona d’ombra in cui si situa la maggior parte dell’umanità, lega prevalentemente a questo nucleo tematico gran parte della sua produzione letteraria.

Nel 2001 pubblica, con Manni Editore, il romanzo Ai margini dell’ombra e nel 2006, sempre con lo stesso editore, dà alle stampe una superba raccolta di racconti, Lampi di buio.
Nel 2009, con la collaborazione del cantautore Massimo Priviero, dà vita allo spettacolo musical letterario Dall’Adige al Don nel quale narra il dramma degli Alpini in Russia, durante la Seconda Guerra Mondiale. 
Nel 2015 edita il testo teatrale Storie minime in una vicenda massima
Il mese venturo uscirà, edito da Manni Editore,  Vite in chiaroscuro, che chiuderà la sua trilogia sull’ombra e la luce


Ed ecco ora il contenuto dell’INTERVISTA:


Com’è nata la relazione con Anpi Rescaldina? È una relazione piuttosto recente. Anni fa, con alcuni amici, avevamo dato vita ad un’associazione culturale chiamata Cultural Box e con la quale proponevamo la presentazione di alcuni libri. Uno di questi era un diario di straordinaria efficacia e livello letterario scritto da un intellettuale, Eros Sequi, partigiano e addetto culturale dell’ambasciata italiana a Zagabria, nel 1943. Lo pubblicammo e iniziammo a presentarlo nelle varie sedi Anpi e tra queste c’era anche Rescaldina. Da allora, circa tre anni e mezzo fa, è nata una collaborazione incessante. Mi sono anche iscritto all’Anpi di Rescaldina, pur abitando a Milano.

Qual è il tuo rapporto con l’universo dei partigiani? Avevo scritto e pubblicato alcuni racconti che si occupavano di questo tema. Mi ha sempre molto interessato una visione antiretorica della Resistenza, le storie minime, tant’è che questo spettacolo che ho messo in scena si chiama appunto Storie minime in una vicenda massima perché credo che la vicenda storica della Resistenza sia una vicenda di grandissimo rilievo, ma che è nata da questo serbatoio di piccolissime storie. Non dobbiamo pensare solo agli episodi più noti, storici e drammatici, ma anche a quella straordinaria rete di supporto, aiuto e collaborazione che c’è stata da parte di persone che sono rimaste totalmente anonime. Questo evento storico mi ha particolarmente interessato e, per citare una mia amica, la partigiana Lidia Menapace, lei sostiene che la Resistenza è stato l’unico episodio nella storia del nostro Paese in cui l’italiano non ha pensato giucciardianamente al suo particulare, ma ha pensato in maniera disinteressata e assai coraggiosa alla conquista di una speranza di libertà.

Ha ancora senso difendere i partigiani oggi? Certamente sono cambiate completamente le condizioni storiche, però nello stesso tempo possiamo vedere, più all’estero che da noi, un riaffermarsi di ideologie che sembravano completamente tramontate. Basti vedere come anche recentemente in paesi democratici, come la Germania e l’Austria, ci sia un’affermazione così decisa di una salita di formazioni xenofobe, razziste, che si richiamano spesso ad ideali di natura neonazista. Addirittura ancora più clamoroso è il caso di paesi che hanno avuto a lungo governi comunisti, come l’Ungheria e l’Ucraina, dove vi sono al governo formazioni di estrema destra. Ecco, questo significa che, purtroppo, bisogna mantenere ancora alta la vigilanza e credo che noi abbiamo bisogno continuamente di rilanciare la democrazia. La democrazia non è mai qualcosa di definitivamente acquisito. Parlare oggi di quel periodo così importante, in cui il Paese ebbe uno slancio ideale così rilevante, serve molto per riaffermare i principi di libertà che hanno portato alla nostra Costituzione e alla nostra democrazia.  Questi concetti non devono rimanere dei contenitori vuoti, per cui bisogna riempire questi contenitori. Credo che siamo in una situazione storica abbastanza pericolosa.

Com’è nata l’idea di dar vita allo spettacolo Storie minime in una vicenda massima?  Sono circa sei o sette anni che mi sono avvicinato alla scrittura teatrale. Mi è capitato di occuparmi di eventi riguardanti la Seconda Guerra Mondiale in Russia. Me ne ero occupato per due motivi: mio padre era un reduce della ritirata di Russia, mia madre aveva avuto un fratello morto in Russia, un ufficiale degli Alpini che era stato anche decorato. Quindi, di questi fatti ho sempre sentito parlare nella mia infanzia e adolescenza e di queste cose ho scritto. Un amico mi disse che un cantautore veneziano, Massimo Priviero, aveva scritto delle belle canzoni, con dei bei testi, sullo stesso tema. Ci siamo messi in contatto, conosciuti e piaciuti e in questo modo è nata l’idea di mettere insieme i miei testi e le sue canzoni. Così è nato Dall’Adige al Don.

Cosa volevi mettere in luce con quest’ultima opera e come sono nati i vari personaggi?  Una caratteristica che accomuna il lavoro sul tema degli Alpini all’opera teatrale più recente è la volontà di dare rilievo alla figura femminile. Parlando della guerra, che è sempre stata raccontata dai maschi, i soldati erano maschi e gli storici erano maschi, c’è stato un occhio poco attento alle figure femminili. Per esempio, se per un soldato che torna dal fronte la guerra ad un certo punto finisce, per una madre che ha perso il figlio, una moglie, una fidanzata che ha perso il fidanzato, la guerra rimane un segno indelebile. Anche in quest’opera teatrale ho pertanto ritagliato dei ruoli femminili ad hoc: la ventenne che decide di fare la staffetta partigiana e di rischiare la propria vita per un ideale di libertà; successivamente c’è la figura di una madre di un giovane che è stato trasportato a Villa Triste, dove avvenivano torture contro i partigiani o sospetti partigiani e vediamo la disperazione di questa madre che dice: “mio figlio non ha fatto niente, aveva solo delle idee”. Del resto il ruolo femminile nella Resistenza è stato decisivo per quella rete di supporto, non solo di trasferimento di messaggi o materiali, ma anche supporto infermieristico, logistico, vestiario, alimenti, eccetera,  che ha fato ‘sì che queste formazioni partigiane potessero resistere nelle condizioni drammatiche in cui si trovavano. Oltre ad essermi appassionato nuovamente al teatro, ho rispolverato una vecchia passione, che è quella della recitazione che risale molto in là nel tempo, perché quando avevo sei o sette anni andava di moda un film che si chiamava Marcellino pane e vino e avevano deciso di fare un casting per una rappresentazione teatrale. Mia madre, che si era sempre tenuta lontana da queste cose, mi accompagnò a partecipare al casting e fui scelto per il ruolo di Marcellino. Da allora, anche se in maniera intermittente, ho fatto qualcosa a teatro e ora mi diverto a recitare in occasione delle mie rappresentazioni.

Un altro aspetto che ho colto durante la rappresentazione di Storie minime è che tu non intendi fornire una visione manichea della storia. Cerco sempre di evitare la retorica e credo che in tutte le guerre ci siano luci ed ombre, l’oro e il fango, come direbbe Lidia Menapace. Seppure non ho dubbi sulla scelta di dove schierarmi, tra chi difese la libertà e chi si mise al fianco degli occupanti e dei torturatori, non mi piace una visione oleografica della Resistenza. Ci sono stati episodi di violenza a volte gratuita e ho inserito, pertanto, l’episodio che hai citato tu, di una persona che pur avendo dato il meglio di sé, ha commesso, spinto anche da chi lo dirigeva, un errore molto grave e involontario, cioè l’esecuzione di una persona individuata per errore come il capo della polizia segreta fascista e ho inteso con questo rappresentare la possibilità che ci siano stati degli errori, anche se minoritari. Mi interessava inserire nel mio lavoro anche questo aspetto. Diciamo che l’inserimento di questo racconto nell’opera teatrale non è stato molto gradito da alcuni esponenti dell’Anpi, che mi hanno un pochino criticato per aver inserito una pagina oscura, però io non ho paura di questo. Non sono questi episodi, tra l’altro questo nel caso specifico è frutto della mia creazione letteraria, che inficiano la bontà globale di un evento storico così rilevante.

Devo dire che io ho molto apprezzato quest’inserimento. Continuando con la genesi dei personaggi, cosa aggiungeresti? Il primo racconto nasce da un testo che avevo scritto qualche anno fa e si concentra sul tema dell’amicizia, molto presente nelle realtà belliche. Per uscire dalla retorica ho voluto sottolineare che l’amicizia resiste anche senza passare attraverso il sacrificio gratuito. Il secondo racconto è ispirato a Onorina Brambilla, moglie di Giovanni Pesce e mi serviva per valorizzare le donne giovani che hanno scelto di diventare partigiane. Il terzo è quello del giustiziere, di cui abbiamo parlato poco fa. Il quarto è quello di Villa Triste ed il racconto più vicino alla storia vera. Si parla esplicitamente di Pietro Koch, il capo dei torturatori e di Epaminonda Troya, Padre Ildefonso, che suonava durante le torture. Tra l’altro l’amnistia del ’46 fece ‘sì che quest'ultimo uscisse dal carcere. Cito anche Osvaldo Valenti, attore famoso a quei tempi, che frequentava la villa. Con il quinto racconto ho cercato di chiudere il cerchio. Qui la donna protagonista si chiede quale sia il significato del sacrificio di tante vite partigiane. Io credo che il significato ci fosse. Non sono disfattista. Se abbiamo vissuto in pace per tutti questi anni è grazie a quei sacrifici.  

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Al di là del fatto che le iniziative teatrali si scontrano con la mancanza di fondi per la cultura (…) ho promesso a me stesso di portare avanti il massimo impegno per lo sviluppo culturale. Purtroppo l’ipocultura è dilagante e mi fa molto paura. Quindi il proposito è di portare avanti il lavoro letterario, non solo il mio, per far arrivare a più persone dei semi culturali. Soprattutto mi interrogo su quali strumenti usare per far breccia negli interessi dei più giovani.



lunedì 19 settembre 2016

A spasso tra paesaggi mozzafiato, arte e mistero: l’Eremo di S. Caterina




L’estate sta finendo (così cantavano i Righeira negli anni ’80!), ma c’è ancora voglia di muoversi e godere del bel tempo prima dell’arrivo del freddo invernale. Allora non c’è niente di meglio di settembre e ottobre per concedersi un tonificante fine settimana all’aria aperta in un luogo dove storia, arte e natura convivono felicemente.

Colonnato dell'Eremo di Santa Caterina


Ecco dunque una proposta che - spero - vi lascerà soddisfatti: a poco più di un’ora da Milano è possibile raggiungere Leggiuno, località sulla sponda varesina del Lago Maggiore, il cui paesaggio, notoriamente incantevole, riserva una vera sorpresa agli appassionati d’arte, l’EREMO di SANTA CATERINA DEL SASSO.


(Veduta dell'Eremo dal lago. Osservando l'immagine da sinistra verso destra: la Chiesa, il Conventino e il Convento)
Si tratta di un magnifico e articolato plesso architettonico di epoca medievale che, dopo una chiusura imposta dall’Impero Asburgico e durata un paio di secoli, nel 1970 è divenuto proprietà della PROVINCIA DI VARESE; da essa sottoposto ad un’attenta e importante opera di consolidamento e ristrutturazione è stato successivamente restituito al pubblico, nel 1986. 


La struttura, ubicata tra Ispra e Laveno, si staglia ergendosi dalla roccia all'interno di uno splendido belvedere che si protende verso il Golfo Borromeo, di fronte a Stresa e le Isole, ed è composta da il Convento (XIV° - XVII° sec.), il Conventino (XIII° sec.) e la Chiesa, che a sua volta accoglie al suo interno il Sacello di Santa Caterina (risalente al XII° secolo). 


(Scorcio del porticato del Conventino e della Chiesa  con le isole Borromee sullo sfondo)

Dovete sapere che una particolarità dell’Eremo è quella di essere stato costruito aggrappato ad un costone di roccia alto circa sessanta metri  e di trovarsi a strapiombo sul lago a circa 15 metri dall’acqua, offrendo al visitatore, già di primo acchito, uno spettacolo di straordinaria bellezza. Una volta arrivati al piazzale sovrastante l’Eremo si scende una scalinata di 268 gradini (ma si può usare l’ascensore, in alternativa!) per godere del meraviglioso panorama. Se, invece si arriva dal lago, con il battello, si dovranno salire circa 80 gradini. 


(Tratto della scalinata che conduce all'Eremo)
Ma c’è molto di più: le origini del nucleo primigenio, infatti, sono avvolte in un grande e suggestivo mistero, che se avrete la pazienza di seguirmi, vi racconterò.

A partire dalla fine del XII secolo, in tutta la zona del Verbano venivano trasmesse oralmente le straordinarie vicende di un tale Beato Alberto, personaggio al quale si lega la fondazione di questa isolata dimora, avvenuta intorno al 1170. Partiamo, dunque, da costui per ricostruire la storia dell’Eremo.

Alberto Besozzi  ci viene indicato quale un ricco mercante dalla posizione sociale invidiabile, nato ad Arolo, un borgo rivierasco di Leggiuno, da un’illustre famiglia di origine milanese.

La biografia, ricostruita sulla base dei racconti riportati oralmente, parla di un uomo che per molti e molti anni condusse una vita decisamente agiata, ma che ciononostante non godeva affatto di buona nomea perché pare fosse estremamente egoista, avaro e senza scrupoli
  
Secondo la leggenda risulta che egli fosse così avido da arrivare a praticare l’usura e persino commerci poco leciti. Questo suo discutibile comportamento andò avanti finché si verificò un singolare episodio che mutò definitivamente la sua esistenza.   



Mentre si trovava con alcuni compagni in barca durante una traversata del lago, per tornare dal mercato di Lesa, venne sorpreso da una terribile tempesta

Convinto di non avere scampo e in preda al panico, rivolse le sue preghiere a Santa Caterina d’Alessandria, cui era molto devoto e il cui culto era molto diffuso nella zona grazie all’influsso di quanti tornavano dalle Crociate.


Dovete sapere, però che anche l’identità storica di S. Caterina d’Alessandria d’Egitto   è piuttosto dubbia e il racconto greco che narra del suo martirio contiene, infatti, elementi che appartengono più al mito e allo stereotipo agiografico, che alla storia.

In questo racconto, ad esempio, si narra di una fanciulla, vissuta tra il IV e il X secolo, di rara bellezza, dedita allo studio delle materie letterarie e scientifiche, che si convertì al cristianesimo dopo la morte del padre.

L’imperatore Massenzio, affascinato dalla sua bellezza e dalla sua eloquenza, la sottopose ad una disputa con i più importanti filosofi egiziani, che a loro volta vennero convertiti dalla fanciulla. Adirato per l’esito del dibattito, che lo esponeva al ridicolo, Massenzio offrì alla giovane la salvezza a condizione di concedersi a lui e di ripudiare la propria fede, ma Caterina rifiutò e venne pertanto imprigionata.

Nonostante la prigionia, Caterina riuscì a convertire l’imperatrice e il capitano della guardia imperiale in occasione di una loro inaspettata visita in carcere e contestualmente, anche duecento soldati del capitano.

A quel punto Massenzio decise di sottoporla alla tortura della duplice ruota dentata, ma la ruota venne spezzata dalla spada di un angelo.

L’imperatore ne ordinò allora la decapitazione, ma la donna, una volta giunta sul luogo dell’esecuzione, pregò Dio prima di morire avanzandogli due precise richieste, una delle quali è sicuramente all’origine del suo vasto culto e del seguito dei tantissimi suoi devoti, tra cui il nostro Alberto Besozzi: la prima fu che il suo corpo venisse sepolto e non smembrato in molteplici reliquie (prassi comune per i santi, in quell’epoca); la seconda, che chiunque avesse pregato il Signore per suo tramite vedesse esaudita la propria richiesta e ricevesse la remissione dei peccati 

La ragazza venne decapitata, ma dalla ferita, anziché riversarsi sangue, uscì latte. Più tardi gli angeli trasportarono il suo corpo in un monastero del MonteSinai , dove il latte continuò a sgorgare compiendo il miracolo di guarire dai mali i suoi visitatori. In seguito, nel Medioevo, a questo racconto venne aggiunto un ulteriore episodio abbondantemente rappresentato da grandissimi pittori, quali ad esempio Michelino da Besozzo, Correggio, Parmigianino, Carracci, Lorenzo Lotto e molti altri:  il matrimonio mistico con Gesù Bambino che, apparso in grembo alla Beata Vergine Maria, le infila l’anello nuziale al dito.


(Il matrimonio mistico di Santa Caterina, foto tratta dal sitoufficiale di Santa Caterina del Sasso)

Comunque la pensiate, Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto è a tutti gli effetti una delle sante più celebri d’Occidente, a partire dall’epoca medievale fino ad oggi. La sua popolarità è attestata nell’arte e nella letteratura di tutta Europa e sono innumerevoli le chiese, i conventi, le abbazie a lei dedicate.

Ma torniamo al nostro Alberto Besozzi, che abbiamo lasciato mentre si trovava in una terrificante tormenta.

In balia della disperazione, nella consapevolezza della sua impotenza di fronte alla violentissima forza della natura, vide tutti i suoi compagni affogare, uno a uno e, preso dal timore di finire alla stessa stregua, si ritrovò a fare l’unica cosa che in quel momento gli fosse possibile: invocò l’aiuto divino chiedendo a Santa Caterina di intercedere affinché lo salvasse, promettendo a sua volta di cambiare radicalmente vita.

Sta di fatto che Alberto si salvò, anzi fu proprio l’unico a salvarsi su quella barca. Riuscì ad approdare in una piccola insenatura rocciosa, denominata Sasso Ballaro (ovvero, sasso traballante), ed in seguito a quella tremenda esperienza prese la decisione di ritirarsi, povero e solo, nel luogo dove le onde lo avevano gettato durante il naufragio.

La moglie, dopo averne ascoltato le ragioni, lo assecondò ed entrò in un monastero (del resto, a quei tempi, non le sarebbero state concesse molte alternative!), mentre Alberto stabilì che si sarebbe nutrito di ciò che la natura offriva e del pane che i naviganti avrebbero posto nel cesto che lui stesso, con umiltà, calava dall’alto ogni giorno.


Via via, con il passare del tempo crebbe intorno lui la fama di un santo eremita che in molti si avventuravano a frequentare per riceverne consiglio fin quando, vent’anni più tardi, nel 1195, arrivò a visitarlo una delegazione composta dai membri più autorevoli dei paesi vicini per chiedere la sua intercessione affinché si estinguesse un'epidemia di peste che stava devastando la popolazione. 

La leggenda narra che dopo otto giorni di ardenti preghiere, Alberto ottenne la grazia e, come segno di gratitudine, chiese aiuto per poter costruire di fianco alla grotta che lo ospitava, su quel terrazzamento del Sasso Ballaro, un piccolo tempio realizzato sul modello della cappella dedicata a Santa Caterina sul lontano Monte Sinai.

Alla sua morte venne sepolto nella chiesetta e acclamato beato da tutti gli abitanti del Verbano, anche se il suo culto non fu mai ufficialmente approvato.


(Colonnato del Convento)
Nel frattempo il numero dei pellegrini in visita alla sua tomba continuò a crescere in modo esponenziale e intorno al 1250 i frati Domenicani decisero di presidiare il luogo per gestirne il flusso. 

Una ventina d’anni più tardi, una nobile famiglia di Ispra fece erigere accanto alla cappella di S. Caterina un’altra piccola chiesa dedicata a S. Maria Nova, che fu profondamente modificata nei  secoli successivi e nel 1310 gli abitanti di Intra costruirono accanto ad essa anche la chiesa di S. Nicolao, patrono dei naviganti, le cui caratteristiche costruttive sono tipiche del Gotico lombardo (il campanile, costruito a strapiombo su una grande spaccatura della roccia, è a dir poco incantevole). 


Nel 1379 gli Eremitani di S. Agostino subentrarono ai Domenicani e successivamente, giacché l’interesse popolare per quel luogo aveva raggiunto picchi vertiginosi, vennero sostituiti dai religiosi dell’Ordine di S. Ambrogio ad Nemus di Milano

Le diverse strutture subirono nel tempo modifiche e rimaneggiamenti, ma all’assetto definitivo si giunse nella seconda metà del ‘500, quando le cappelle preesistenti vennero fuse in un singolo edificio, al quale venne affiancato un piccolo chiostro.  


Oggi l’Eremo è proprietà della Provincia di Varese, che consente a tutti l’accesso completamente gratuito (per informazioni sugli orari di apertura cliccate qui), mentre la conduzione ecclesiale è affidata agli Oblati Benedettini.


La costruzione risultante, data anche l’esiguità dello spazio, è assolutamente unica: la chiesa si sviluppa lungo una navata centrale e una navatella laterale, riunendo gli spazi delle antiche cappelle e racchiudendo il sacello. 


Anche gli affreschi della chiesa, appartenenti a epoche diverse, sono così ricchi e articolati da trovare ben pochi confronti in area lombarda e vantano opere di Giovanni Battista De Advocatis (sua è la nuova pala d’altare con il Matrimonio Mistico di S. Caterina, fra S. Nicolao da Mira e il Beato Alberto), di Pietro Crespi e, per quanto riguarda il porticato esterno, di Aurelio Luini, figlio di Bernardino, uno dei più importanti pittori del Rinascimento lombardo.


(Le immagini dell'interno della Chiesa provengono dal sito ufficiale di Santa Caterina del Sasso. Per visitare l'intera gallery fotografica cliccate qui ) 

Ma la magia che ammanta l’Eremo non è ancora conclusa!

Dovete sapere che la Cappella del Beato Alberto, entro cui fu collocato il corpo del Beato Alberto, e che si trova nello spazio tra il Sacello e la parete rocciosa, venne ribattezzata a inizio ‘700  “Cappella dei Sassi”, in virtù di un portentoso evento che i contemporanei interpretarono come miracolo.

Accadde, infatti che alcuni enormi massi precipitarono sulla chiesa, ma restarono inspiegabilmente incastrati nella volta della Cappella rimanendovi sospesi (udite, udite!) fino al 1910, quando si adagiarono a terra senza danni e lì rimasero fino al 1983, quando furono rimossi per la realizzazione dei restauri.


Insomma, sebbene gli storiografi storcano il naso di fronte alla scarsità di documenti sulla vita della Santa di Alessandria d’Egitto e illustri conoscitori della cronaca del Verbano, come Piergiacomo Pisoni e Pierangelo Frigerio, ritengano la narrazione dell’asceta il frutto di un'abile manipolazione di un certo Anton Giorgio Besozzi - vissuto tra la metà del ‘500 e l’inizio del ‘600, cioè in un particolare contesto storico durante il quale avere un santo in famiglia faceva comodo al suo casato - l’Eremo di S. Caterina, con la sua avventurosa storia, è un luogo meraviglioso in cui perdersi per poi ritrovarsi e vale senza dubbio almeno una visita!



Lasciatemi concludere aggiungendo un’ultima considerazione – per quanto spicciola – e cioè che, anche alla luce di quanto esposto,  lo storytelling si è sempre rivelata un’arte assai fine e ben praticata fin da tempi arcaici per esaltare personaggi, così come per diffondere e far accettare facilmente nuove idee e proposte ;-) 


Vi è piaciuto questo post sui misteri dell’Eremo? Quali sono i vostri luoghi del mistero preferiti, fisici o letterari? 



INFO PRATICHE

Come arrivare

In auto: Autostrada A8, uscita Sesto Calende/Vergiate; seguendo le indicazioni per Laveno ( SS629, SP36, SP32) fino a Leggiuno, via S. Caterina.

In treno: con Ferrovie Nord in direzione Laveno Mombello, con fermata a Sangiano

In battello: con navigazione laghi e scalo a Santa Caterina  


Accessibilità

La struttura è accessibile a tutti, anche a chi presenta difficoltà motorie, in quanto dotata di un capiente ascensore che permette di superare il dislivello di 51 metri partendo dal piazzale adiacente all’ampio parcheggio, fino all’ingresso dell’Eremo 





Fonti:
I giorni dell’Eremo, di Frigerio, Pisoni, Mulazzani, Vanoni; ed. DiaKronia
De Besutio (Le famiglie Besozzi) di Luciano Besozzi; ed. Lulu
Wikipedia per alcune informazioni sui personaggi, successivamente adattate e arricchite
Il sito ufficiale di Santa Caterina del Sasso per le foto degli affreschi interni all’Eremo 
Le immagini fotografiche degli esterni, invece, sono state tutte scattate personalmente 







martedì 6 settembre 2016

Benvenuti all'angolo di Cle



Aprire un blog oggi è forse un’impresa più audace che mai, non fosse altro per il fatto che ne esistono già migliaia, o forse semplicemente perché in un certo senso significa prendersi il carico di raccontare una personale visione del mondo, ma il mondo come lo conoscevamo, in casa, fuori casa e dentro di noi sta finendo. E non è nemmeno tanto scontato capire dove stiamo andando. Sì, perché il nuovo si presenta in modo poco comprensibile, ma è già qui. Inutile nascondervi la mia fragilità di fronte alla necessità di vivere in un mondo così complesso e frenetico.

(foto dal web: video game Ridge Racer Unbounded) 




Senza nessuna pretesa di saperne di più, o saper far meglio di altri (figuriamoci!), vorrei aggiungermi ai tanti spazi disseminati nel web nel provare a descrivere ciò che più mi colpisce e, in modo indiretto cercar di capire cosa ci sta succedendo. E sarà partendo da questa mia fragilità che poserò via via il mio sguardo qua e là segnando il mappamondo del mio scrivere.

(foto: ritratto di Groucho Marx
su biografieonline.it)


Tra vecchio e nuovo, fra idee e bisogni, fra quel che precipita, quel che nasce e quel che si rivela solo una meteora, la mappa di questo blog verrà costantemente aggiornata nel tentativo di descrivere il cambiamento in corso. 

(foto dal web)


Del resto L’ANGOLO DI CLE non si propone di fare informazione in senso stretto perché vi sono altre testate più veloci e attrezzate che ricoprono questo ruolo. 


Esso desidera offrire contenuti insoliti, dando diritto di cittadinanza a temi o chiavi di lettura spesso trascurati o snobbati, seguendo il ritmo delle lumache o dell’ozio creativo, se preferite. 

(foto dal web)


Per amor del vero devo aggiungere che senza l’esortazione, i preziosi consigli e l’infinita pazienza della carissima amica, Cristina Rossi, autrice del meraviglioso blog ilmanoscrittodelcavaliere.blogspot.it, questo progetto non sarebbe mai decollato, pertanto a lei vanno tutti i miei più sinceri ringraziamenti. 



Ma dov'ero rimasta? Ah, ecco, l’idea è quella di mettere al centro immagini e storie (che conosco da vicino e senza pretese di obiettività) da raccontarvi e da discutere insieme a voi, oltre a quanto di meglio il territorio che mi circonda (e che in base ai miei stessi movimenti, si contrae o si espande) può offrire: i suoi eventi, le sue attività, le proposte curiose accanto ai tesori artistici e ambientali, raccontandoli anche in forma di itinerari consigliati o per servizi tematici che ne facilitino il percorso, insieme a rubriche, notizie curiose, interviste e consigli. Insomma, proverò a dare la caccia ai «luoghi del cuore», siano essi luoghi fisici, spazi espositive, mostre, spettacoli, libri, musica, o qualunque idea per cui valga la pena di spendere tempo. 


Le parole di Mauro Staccioli, uno dei nomi più importanti nell’ambito della scultura nazionale e internazionale a partire dagli anni Settanta, che ho avuto l’onore di avere come insegnante ormai qualche anno fa, e del quale propongo qui di seguito una delle sue suggestive opere, sono state fondamentali per elaborare questo concept. 


Secondo Staccioli, infatti, i luoghi sono molto importanti e possono diventare « una sorta di ritiro laico in cui ciascuno può inseguire un proprio pensiero e riflettere su se stesso, dandosi qualche risposta».


Ecco, è quindi con la speranza che i lettori di questo blog si mettano in contatto con tanti altri «cacciatori di luoghi del cuore» creando un virtuoso collegamento che prevedo un approdo settimanale, cercando di resistere ai fortunali e raccogliendo storie e immagini da mostrarvi. 


Ricordatevi, però, che per passare da un territorio, da un contenuto all’altro, ho falsificato il passaporto dei detti e ridetti, pertanto confido nel vostro supporto, nei vostri consigli e anche nelle vostre critiche affinché ogni punto di arrivo, di un qualsiasi argomento, si trasformi in uno spunto per una nuova analisi, una nuova riflessione.



(foto: Piramide del 38esimo parallelo)


Ed ecco, come promesso, la Piramide del 38esimo Parallelo, opera di Mauro Staccioli a Motta d'Affermo (Me).


La piramide, inserita nel parco artistico Fiumara D’Arte, poggia su una leggera altura che sovrasta l’antica Halaesa donando uno sguardo su Cefalù, le Isole Eolie e Capo d’Orlando ed è internamente visitabile al pubblico ogni 21 giugno, il giorno del solstizio d’estate.


L’opera consiste in una piramide a base triangolare, realizzata in acciaio corten (particolarmente resistente alle intemperie), cava all’interno e attraversata da una spirale composta da pietre ferrose, tipiche del territorio, mentre all’esterno presenta una fessura, sapientemente studiata e realizzata in modo da catturare la luce solare, dall’alba al tramonto, rispecchiandone i riverberi luminosi all’interno. 


Il nome della scultura deriva dal fatto che le coordinate geografiche in cui essa è collocata centrano perfettamente il trentottesimo parallelo.


Nel giorno del solstizio estivo, che coincide con il giorno della vittoria della luce sulle tenebre, quindi, i visitatori, varcandone la soglia, possono incamminarsi nell'oscuro tunnel, raggiungendo il suo centro per percorrere un viaggio all'interno della spirale, composta da pietre, simbolo di morte e rinascita, di espansione e sviluppo, di crescita, anche del pensiero, quindi di un’idea verso la totalità. Lì verranno toccati dai raggi del sole e, nell'uscire, ritroveranno il pieno splendore della luce, compiendo così un’esperienza rituale della luce e del risveglio dell’energia. 



Buon viaggio, dunque e un caro saluto,





Cle